Fumetti. Capitan America: metamorfosi di un ex-eroe
di Luca Valtorta , di Luca Valtorta«Per il tuo predecessore, il primo super soldato era tutto così semplice. Capitan America aveva ragione perché l’America aveva ragione. E Capitan America era buono perché l’America era buona. Tante cose sono cambiate. Le grandi guerre sono finite, dicono. Le grandi cause tutte decise. La morale è una reliquia. Tutto è relativo. Che significano “buono” e “giusto” in questa America divisa e confusa? Mi dicono che il super soldato si fa ancora chiamare “Capitano”. Ma Capitano di cosa?» dice Alexa Lukin, moglie di Aleksander Lukin, ex alto ufficiale del KGB, nemico giurato di Capitan America. La domanda è retorica, la risposta è secca, dura, impietosa: «Capitano di niente». Inizia così l’ultimo ciclo narrativo a 80 anni dalla nascita dell’eroe a stelle e strisce. Non è l’incipit che si aspetta chi è convinto che i fumetti, quelli d…
«Per il tuo predecessore, il primo super soldato era tutto così semplice. Capitan America aveva ragione perché l’America aveva ragione. E Capitan America era buono perché l’America era buona. Tante cose sono cambiate. Le grandi guerre sono finite, dicono. Le grandi cause tutte decise. La morale è una reliquia. Tutto è relativo. Che significano “buono” e “giusto” in questa America divisa e confusa? Mi dicono che il super soldato si fa ancora chiamare “Capitano”. Ma Capitano di cosa?» dice Alexa Lukin, moglie di Aleksander Lukin, ex alto ufficiale del KGB, nemico giurato di Capitan America. La domanda è retorica, la risposta è secca, dura, impietosa: «Capitano di niente». Inizia così l’ultimo ciclo narrativo a 80 anni dalla nascita dell’eroe a stelle e strisce. Non è l’incipit che si aspetta chi è convinto che i fumetti, quelli di supereroi in particolare, siano “roba da ragazzini”. La sceneggiatura dell’ultimo Capitan America infatti è firmata da uno degli scrittori e intellettuali più considerati degli Stati Uniti: Ta-Nehisi Coates.
Emerso con il suo saggio del 2015, Tra me e il mondo, una lettera scritta al figlio quindicenne Samori piena di amore ma senza nessuna indulgenza: “Il Sogno è una casa perfetta con un prato ben tagliato. È il barbecue del Memorial Day, le associazioni di quartiere, il vialetto d’accesso per la macchina. Il Sogno è una casa sull’albero e i Lupetti degli Scout. Il Sogno profuma di menta e ha il sapore di torta alle fragole. E così per tanto tempo ho desiderato rifugiarmi nel Sogno, di potermi sentire al caldo e al sicuro nel mio Paese, come se fosse una coperta stesa fin sopra la testa. Ma per me non è mai stato possibile, perché il Sogno poggia sulle nostre schiene, con i nostri corpi come lenzuola”. Tra me e il mondo è stato considerato un esordio straordinario dal direttore del New Yorker, David Remnick, dalla celebre critica del New York Times, Michiko Kakutani e ha vinto i più importanti premi letterari. A quel punto la Marvel gli ha chiesto di scrivere le storie del primo supereroe nero, Black Panther e lui ha accettato: «La Marvel ha rappresentato la mia prima nozione di inclusione, il primo posto in cui ho visto persone di colore integrate in uno stesso universo e non necessariamente in modo subordinato. Black Panther fa raramente riferimenti alla razza e allo stesso tempo è come se stesse sempre parlando di quello perché la razza non è altro che potere», ha dichiarato Coates nel 2020 alla rivista The Nib. E poi ha accettato di scrivere Capitan America: «L’ho fatto perché mi poneva una domanda diretta: perché mai qualcuno dovrebbe credere nel Sogno?».
Il Capitan America che riprende in mano Ta-Nehisi Coates non è più un eroe: è una figura ambigua. L’Hydra, un’organizzazione neonazista, ha usato un suo clone per conquistare il mondo: apparentemente Capitan America è un traditore diventato l’Hydra Supremo. Verrà sconfitto dal vero Capitano ma ormai il Paese non si fida più di lui, lo Shield (l’agenzia di controspionaggio guidata da Nick Fury) non c’è più, Washington è nel caos.
Coates racconta una storia in cui non è difficile intravvedere l’America di Trump: una nuova organizzazione patriottica chiamata Power Elite (il cui nome ricorda l'Elite di una lunga storia di Jack Kirby, ne parlemo più in là) diffonde fake news, tra cui quella per cui il clone “malvagio”è stato solo un modo dei “poteri forti” per salvare Capitan America e, per screditarlo ulteriormente, costruisce una falsa accusa di omicidio nei suoi confronti. In realtà dietro tutto questo c’è la Russia che ha combattuto l’Hydra (ovvero i nuovi nazisti) quando ha tentato di prendere il conrollo del mondo proprio come aveva combattuto contro i nazisti di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale. Sono sempre i coniugi Lukin ad essere sono riusciti nell'intento. Coates gli fa dire con orgoglio: «Questa è la Russia. Cimitero delle orde di Hitler, flagello di Napoleone e della Francia imperiale». I Lukin, esperti in “disinformatia” sono i veri capi degli ultraconservatori americani di Power Elite. Il loro scopo è dimostrare che la democrazia non funziona: «La gente non si fida più di questo Capitano. Ma più ancora gli americani non si fidano di loro stessi. I loro leader derubano i cittadini. La polizia massacra uomini alla tv. I loro burocrati avvelenano l’acqua potabile. Hanno bisogno di una mano che li guidi: la nostra mano».
Anche il nuovo conflitto con la Russia dunque è molto più complesso rispetto a quello della Guerra Fredda. E poi attraverso gli occhi di un Capitan America fuggitivo vediamo l’altra America, quella in cui tutto sta cambiando e la gente è diventata sempre più povera e disorientata: «C’è una storia che ho sentito in tutte le province più remote d’America. La storia che Joe Evers (un nome qualsiasi) mi sta raccontando adesso. Parla di miniere chiuse, chiese abbandonate e scuole in rovina. Di moglie disabile e figlio drogato. E di Joe che guarda uno stile di vita che scompare”. Joe che non si sente più un uomo, perché “un uomo si prende cura dei suoi” e lui riusciva a stento a garantire loro un tetto sulla testa. Poi è arrivata l’Hydra: ha riaperto le scuole, ha tolto di mezzo gli spacciatori, ha dato assistenza sanitaria a tutti, ha ridato lavoro: “Washington si era dimenticata di noi” dice Joe. Capitan America ripensa alle origini del Sogno, il suo Sogno: «Pearl Harbor era dall’altra parte del mondo, ma lo sentimmo anche nel Lower East Side. Un attacco a uno di noi era un attacco a tutti noi. Eravamo uniti dai nostri valori… Democrazia e libertà. Era quella la vera America. Ma era anche l’America di un altro tempo». O forse un’America ideale. O che semplicemente sapeva di stare davvero dalla parte giusta, a partire dall’iconica copertina del marzo 1941 (un anno prima della sua entrata in guerra) che mostra Capitan America assestare un bel pugno in faccia ad Adolf Hitler.
In realtà, come si racconta nel volume di Marco Rizzo e Fabio Licari, Capitan America - I primi 80 anni, in uscita in questi giorni, che celebra gli 80 anni del mito, quel numero uscì in realtà il 20 dicembre ma sulla copertina venne scritto "marzo" per garantire una maggiore permanenza in edicola, cosa inutile perché finì esaurito in brevissimo tempo realizzando un record di vendite: un milione di copie vendute!
Ma chi pensa che la figura di Capitan America sia una figura di “propaganda imperialista” come si diceva negli anni ’70 è completamente fuori strada. Negli anni ’50, durante la Guerra fredda, dopo alcune storie di propaganda non proprio indimenticabili in cui Cap diventa "commie smasher" ("devastatore di comunisti"), Capitan America chiude i battenti per ritornare definitivamente solo 1964.
Creato nel 1940 da Joe Simon e disegnato dal grande Jack Kirby viene così recuperato da Stan Lee e dallo stesso Kirby nel 1964 con l’escamotage del ritrovamento del Capitan America originale, scomparso durante una missione, in un blocco di ghiaccio che ne avrebbe mantenuto inalterate le funzioni vitali impedendogli di invecchiare. Fedele al motto della Marvel, “supereroi con superproblemi”, il nuovo Capitan America vive un costante conflitto con il fatto di vivere in un mondo che non è il suo.
Una storia che verrà raccontata in mille modi ma la versione più straordinaria è la rilettura che ne fa il geniale Mark Millar nel 2002 nella nuova linea editoriale intitolata “Ultimates” che racconta di nuovo le sue origini: il dolore nel rivedere più di 50 anni dopo la sua scomparsa la sua prima fidanzata Gail ormai nonna, sposata con il suo miglior amico e storica spalla Bucky, a sua volta ammalato di cancro. E poi la difficoltà a capire la nuova società e, soprattutto, i rapporti con le donne, così diversi ormai rispetto a quando era giovane: in una drammatica storia che si snoda attraverso gli avvenimenti principali degli “Ultimates” (che non sarebbero altro che i Vendicatori) lo vedremo provare una timida attrazione per Wasp, moglie di Hank Pym (ingegnere molecolare in grado di ingrandirsi diventando Giant-Man e rimpicciolirsi e comandare le formiche diventando Ant-Man). Wasp infatti è la prima ad accogliere Capitan America nel nuovo mondo e a farglielo conoscere.
In questo racconto Millar riesce a suscitare una tenerezza incredibile nei confronti di quello che è stato, ed è ancora, un uomo-simbolo, perché viene analizzata afondo la sua psicologia che è, inevitabilmente, quella di un uomo degli anni '20 che si rapporta a un mondo completamente diverso da quello che conosceva. Un mondo che non gli piace: più complesso, più cinico, più violento.
Millar è contemporaneamente uno scrittore d’azione e un raffinato psicologo capace di analizzare nel profondo anche i rapporti di coppia, come quello tra Wasp e suo marito Hank Pym. All’inizio sembra una coppia affiatata ma basta una discussione per rivelare un’altra realtà: in una scena terribile Pym quasi uccide di botte sua moglie che per difendersi usa il suo potere (trasformarsi in vespa con relativo potere di pungere). Lui la neutralizza con uno spray e, la cosa più atroce perché realizzata a sangue freddo e potenzialmente mortale, la fa poi attaccare dalle formiche che lui comanda. Wasp si salverà solo perché riesce a tornare alla forma normale. Capitan America, venuto a conoscenza di quanto successo, cercherà Pym e contro il volere del Governo che passerebbe sopra la sua violenza per utilizzarlo in una missione fondamentale, quando lo trova a sua volta invece lo massacra di botte. Niente compromessi, mai per Capitan America. Per questo è scomodo: non segue il Governo, non segue il potere. Segue i principi.
Qualche pagina dopo lo vediamo portare dei fiori a Wasp in Ospedale ma la risposta di lei non sarà quella che si aspetta. Wasp infatti gli chiederà con rabbia: “Hai massacrato mio marito e adesso ci stai provando con me?”. Poi quando Cap se ne va, distrutto, e lei sarà di nuovo sola, scoppierà a piangere. La descrizione di un rapporto tossico che man mano che la storia andrà avanti si arricchirà di ulteriori particolari estremamente realistici (un'amica racconta che Pym l'ha sempre cercata anche all'Università e l'ha sempre picchiata). Il romanticismo del vecchio/giovane Capitan America qui muore per sempre.
Già nel 1974 comunque, in una storia rimasta epocale scritta da Steve Englehart, intitolata L’Impero Segreto, Capitan America dimostrerà di essere tutt’altro che un burattino che esegue gli ordini del Governo ma un ribelle che viene coperto di fango da una campagna mediatica finché, falsamente accusato di omicidio e diventato un fuorilegge, arriverà a scoprire che il mandante della macchinazione probabilmente è lo stesso Presidente degli Stati Uniti che si suiciderà davanti a lui una volta scoperto. Una storia durissima che fa esplicitamente riferimento a Nixon e allo scandalo Watergate in seguito alla quale Capitan America abbandonerà il costume diventando per qualche tempo Nomad, l’”eroe senza patria”.
Non è finita, l’anno successivo, nel 1975, dopo cinque anni con la concorrente DC Comics, a sorpresa ritorna Jack Kirby alla Marvel e si riprende in mano Capitan America occupandosi sia della sceneggiatura che dei disegni: visionario, lisergico, meno realistico ma non meno politico. Nella lunghissima storia intitolata La bomba di follia si parla di una misteriosa “Elite” che intende sovvertire i principi della democrazia. I suoi adepti recitano slogan come “La libertà è una menzogna”, “I mostri della libertà possono distruggere l’amore che ci unisce”. La bandiera di Elite al posto delle stelle ha un patibolo e un patibolo reale con un fantoccio con sopra scritto “Mostro della libertà” viene mostrato perché venga fatto a pezzi dal pubblico estasiato. Il leader proclama: “Questo è un giorno di gioia. In questo giorno nessuno lavorerà! Siete tutti invitati nell’Arena”. La promessa insomma del privilegio al posto della democrazia in una società governata con pugno di ferro da un'oligarchia razzista e classista. Alleato di Capitan America in questa e molte altre avventure è, non a caso, l’eroe nero Falcon e non si può fare a meno di notare come il riferimento a un certo becero populismo sia evidente fin da allora.
Infine, non si può non citare il lungo ciclo di Civil War (2006), un crossover che coinvolge tutte le testate Marvel in cui Capitan America guida la rivolta dei supereroi che rifiutano di registrarsi contro gli eroi filogovernativi guidati da Toni Stark-Iron Man: sarà una delle serie di maggior successo della storia. Con tanto di claim che recita: “E tu da che parte stai?”, individuando in anticipo un conflitto all’interno della società americana che arriva fino a oggi.
Insomma Capitan America arriva agli 80 anni più vivo che mai per le domande che pone alla società americana e non solo. Come dice Alexa Lukin nel ciclo di Coates: «Per uccidere Capitan America, bisogna uccidere l’idea. Uccidere la visione. Uccidere il Sogno». A quanto pare c’è ancora speranza. O almeno Capitan America, questo “Capitano di niente”, nel suo spaesamento, ci sta comunque ancora provando.