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Che noir, diavolo di un Mosley

Torna in una nuova edizione il successo che ha consacrato lo scrittore afroamericano come uno dei protagonisti del genere negli Stati Uniti. Un romanzo tanto felice da dare vita a una serie
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L'hardboiled, il genere da cui vengono Hammet e mille epigoni, ha quasi cent’anni ed è ancora vivo e in forma. Dal proibizionismo statunitense alla pandemia mondiale, risorge periodicamente, ora cristallizzato nei suoi elementi più classici (l’investigatore privato solitario e intrepido, la donna bella ma pericolosa, gli improvvisi scoppi di violenza) ora declinato nelle varianti più diverse. In Il diavolo in blu, appena uscito per l’editore 21lettere, Walter Mosley immerge i suoi personaggi nella più classica delle situazioni. Ezekiel Rawlins, detto Easy, è un ex operaio appena licenziato che si ritrova a fare investigazioni in una Los Angeles che nel 1948 è piena di whisky e jazz, dove può capitare che Billie Holiday venga a sorpresa in un piccolo locale e ci resti a cantare fino all’alba.

Rimasto a corto di denaro ma non d’orgoglio, Easy conta di trovare un lavoro che impedisca alla banca di impadro…

L'hardboiled, il genere da cui vengono Hammet e mille epigoni, ha quasi cent’anni ed è ancora vivo e in forma. Dal proibizionismo statunitense alla pandemia mondiale, risorge periodicamente, ora cristallizzato nei suoi elementi più classici (l’investigatore privato solitario e intrepido, la donna bella ma pericolosa, gli improvvisi scoppi di violenza) ora declinato nelle varianti più diverse. In Il diavolo in blu, appena uscito per l’editore 21lettere, Walter Mosley immerge i suoi personaggi nella più classica delle situazioni. Ezekiel Rawlins, detto Easy, è un ex operaio appena licenziato che si ritrova a fare investigazioni in una Los Angeles che nel 1948 è piena di whisky e jazz, dove può capitare che Billie Holiday venga a sorpresa in un piccolo locale e ci resti a cantare fino all’alba.

Rimasto a corto di denaro ma non d’orgoglio, Easy conta di trovare un lavoro che impedisca alla banca di impadronirsi della sua casa; ed ecco che spunta Albright, un poco di buono che sta cercando una giovane donna, e per avere sue notizie è pronto a sganciare una somma che permetterebbe a Easy di pagare l’ipoteca della casa. Malgrado il libro disegni in copertina un demonietto bluastro, suggerendo incongrue derive fantahorror, il “diavolo in blu” del titolo è la dark lady Daphne Monet, la donna scomparsa, il personaggio attorno a cui tutto ruota fin dall’inizio. Seguono ovviamente complicazioni, sia cruente sia sentimentali.


La particolarità della variante-Mosley è che Easy è un afroamericano, afroamericani sono diversi altri personaggi e afroamericana è l’angolazione con cui viene descritto l’universo in cui si muovono: la classica contrapposizione ricco/povero si complica così aggiungendo quella bianco/nero. «È una palla», dice l’amico Mouse a Easy, «quella che raccontano i bianchi, la storia di farcela da soli. Quelli hanno sempre le spalle coperte». Il razzismo si taglia col coltello: per la polizia il colore della pelle è già un indizio compromettente, e il caposquadra italiano licenzia Easy che sul lavoro si spacca la schiena mentre non manderebbe a casa colleghi bianchi meno solerti.


Ma, attenzione: l’angolazione afroamericana non è gravata da animosità pedagogiche, le rivendicazioni razziali non distraggono dall’intrigo. Il colore della pelle è soprattutto un grosso svantaggio di partenza per un personaggio che di svantaggi ne ha già parecchi: penuria di danaro, una patente debolezza per le donne, l’amicizia del poco raccomandabile Mouse, e una collezione di traumi raccolti in guerra in Europa, dallo sbarco in Normandia alla battaglia delle Ardenne. Ciò che fa di questo libro un’opera godibilissima, e stupendamente inattuale, è la dimensione etica del protagonista, che malgrado quei molti svantaggi iniziali compie ogni scelta chiedendosi sempre se sia la cosa giusta, per sé e per gli altri. Easy non è un Don Chisciotte né tantomeno un buon samaritano ma neanche l’individuo cinico e disilluso di molta letteratura pulp; siamo insomma più dalle parti di Raymond Chandler che di Jim Thompson, con un che di romantico che resiste eroicamente in un universo di intrallazzi e sopraffazione.


Voluti o inconsulti, alcuni riferimenti sono chiari: il romanzo di Chandler Addio, mia amata e il film di Polanski Chinatown traspaiono come vaga ispirazione generale, senza mai cadere nel plagio né — dio ce ne liberi — nel postmoderno. Ma è tutto l’universo dell’hardboiled a essere chiamato allegramente in causa: ecco il riccone in Cadillac, la botta in testa che oscura improvvisamente la vista, il locale in cui si servono liquori senza licenza, i poliziotti di cui non fidarsi, le pistole la cui presenza fa cambiare immediatamente opinione e atmosfera... L’operazione di ricalco è consapevole e senza inutili imbarazzi, anzi portata avanti con un certo orgoglio filologico. Chi altri scriverebbe che gli occhi di un uomo «avevano il colore delle uova di pettirosso» (che sarebbe «opaco e smorto»)? Quanti si divertono ancora a distillare ironia nelle situazioni più pericolose, come quando l’infido Albright prima di bere il suo whisky «sollevò il bicchiere e lo esaminò come se stesse cercando delle mosche»? Chi ha il coraggio di chiudere un capitolo sparando a bruciapelo una frase usurata eppure invincibile come «Io ti amo, Easy. L’ho capito la prima volta che ti ho visto»?


Il risultato è insomma felice, e Il diavolo in blu, uscito in America nel 1990 e da allora pubblicato in Italia un paio di volte, è considerato il capolavoro di Mosley e ha già avuto una trasposizione cinematografica, un film convenzionale ma efficace diretto da Carl Franklin nel 1995 in cui Denzel Washington era Easy e Jennifer Beals la femme fatale Daphne. Per Walter Mosley, figlio di un afroamericano e di una ebrea, questo volume è stato l’inizio di una carriera fortunata, che lo ha portato l’anno scorso a ricevere il National Book Award alla carriera. Il diavolo in blu ha fra l’altro originato una vera e propria saga, con quindici (finora) volumi pubblicati in cui Easy Rawlins passa dal 1948 dell’esordio al 1968 dell’ultimo Blood Groove, uscito in America lo scorso febbraio. Da noi la serie è stata pubblicata solo in parte e piuttosto alla rinfusa, per gli editori più disparati, da Tropea a Einaudi e Bompiani; l’editore 21lettere si aggiunge ora al gruppo riproponendo il libro numero uno e annunciando in preparazione il numero tre, La farfalla bianca.

Il libro. Il diavolo in blu di Walter Mosley è edito 21lettere (Traduzione Bruno Amato, pagg. 272, euro 18)