Che noir, diavolo di un Mosley
di Alberto Anile , di Alberto AnileL'hardboiled, il genere da cui vengono Hammet e mille epigoni, ha quasi cent’anni ed è ancora vivo e in forma. Dal proibizionismo statunitense alla pandemia mondiale, risorge periodicamente, ora cristallizzato nei suoi elementi più classici (l’investigatore privato solitario e intrepido, la donna bella ma pericolosa, gli improvvisi scoppi di violenza) ora declinato nelle varianti più diverse. In Il diavolo in blu, appena uscito per l’editore 21lettere, Walter Mosley immerge i suoi personaggi nella più classica delle situazioni. Ezekiel Rawlins, detto Easy, è un ex operaio appena licenziato che si ritrova a fare investigazioni in una Los Angeles che nel 1948 è piena di whisky e jazz, dove può capitare che Billie Holiday venga a sorpresa in un piccolo locale e ci resti a cantare fino all’alba.
Rimasto a corto di denaro ma non d’orgoglio, Easy conta di trovare un lavoro che impedisca alla banca di impadro…
L'hardboiled, il genere da cui vengono Hammet e mille epigoni, ha quasi cent’anni ed è ancora vivo e in forma. Dal proibizionismo statunitense alla pandemia mondiale, risorge periodicamente, ora cristallizzato nei suoi elementi più classici (l’investigatore privato solitario e intrepido, la donna bella ma pericolosa, gli improvvisi scoppi di violenza) ora declinato nelle varianti più diverse. In Il diavolo in blu, appena uscito per l’editore 21lettere, Walter Mosley immerge i suoi personaggi nella più classica delle situazioni. Ezekiel Rawlins, detto Easy, è un ex operaio appena licenziato che si ritrova a fare investigazioni in una Los Angeles che nel 1948 è piena di whisky e jazz, dove può capitare che Billie Holiday venga a sorpresa in un piccolo locale e ci resti a cantare fino all’alba.
Rimasto a corto di denaro ma non d’orgoglio, Easy conta di trovare un lavoro che impedisca alla banca di impadronirsi della sua casa; ed ecco che spunta Albright, un poco di buono che sta cercando una giovane donna, e per avere sue notizie è pronto a sganciare una somma che permetterebbe a Easy di pagare l’ipoteca della casa. Malgrado il libro disegni in copertina un demonietto bluastro, suggerendo incongrue derive fantahorror, il “diavolo in blu” del titolo è la dark lady Daphne Monet, la donna scomparsa, il personaggio attorno a cui tutto ruota fin dall’inizio. Seguono ovviamente complicazioni, sia cruente sia sentimentali.
La particolarità della variante-Mosley è che Easy è un afroamericano, afroamericani sono diversi altri personaggi e afroamericana è l’angolazione con cui viene descritto l’universo in cui si muovono: la classica contrapposizione ricco/povero si complica così aggiungendo quella bianco/nero. «È una palla», dice l’amico Mouse a Easy, «quella che raccontano i bianchi, la storia di farcela da soli. Quelli hanno sempre le spalle coperte». Il razzismo si taglia col coltello: per la polizia il colore della pelle è già un indizio compromettente, e il caposquadra italiano licenzia Easy che sul lavoro si spacca la schiena mentre non manderebbe a casa colleghi bianchi meno solerti.
Ma, attenzione: l’angolazione afroamericana non è gravata da animosità pedagogiche, le rivendicazioni razziali non distraggono dall’intrigo. Il colore della pelle è soprattutto un grosso svantaggio di partenza per un personaggio che di svantaggi ne ha già parecchi: penuria di danaro, una patente debolezza per le donne, l’amicizia del poco raccomandabile Mouse, e una collezione di traumi raccolti in guerra in Europa, dallo sbarco in Normandia alla battaglia delle Ardenne. Ciò che fa di questo libro un’opera godibilissima, e stupendamente inattuale, è la dimensione etica del protagonista, che malgrado quei molti svantaggi iniziali compie ogni scelta chiedendosi sempre se sia la cosa giusta, per sé e per gli altri. Easy non è un Don Chisciotte né tantomeno un buon samaritano ma neanche l’individuo cinico e disilluso di molta letteratura pulp; siamo insomma più dalle parti di Raymond Chandler che di Jim Thompson, con un che di romantico che resiste eroicamente in un universo di intrallazzi e sopraffazione.
Voluti o inconsulti, alcuni riferimenti sono chiari: il romanzo di Chandler Addio, mia amata e il film di Polanski Chinatown traspaiono come vaga ispirazione generale, senza mai cadere nel plagio né — dio ce ne liberi — nel postmoderno. Ma è tutto l’universo dell’hardboiled a essere chiamato allegramente in causa: ecco il riccone in Cadillac, la botta in testa che oscura improvvisamente la vista, il locale in cui si servono liquori senza licenza, i poliziotti di cui non fidarsi, le pistole la cui presenza fa cambiare immediatamente opinione e atmosfera... L’operazione di ricalco è consapevole e senza inutili imbarazzi, anzi portata avanti con un certo orgoglio filologico. Chi altri scriverebbe che gli occhi di un uomo «avevano il colore delle uova di pettirosso» (che sarebbe «opaco e smorto»)? Quanti si divertono ancora a distillare ironia nelle situazioni più pericolose, come quando l’infido Albright prima di bere il suo whisky «sollevò il bicchiere e lo esaminò come se stesse cercando delle mosche»? Chi ha il coraggio di chiudere un capitolo sparando a bruciapelo una frase usurata eppure invincibile come «Io ti amo, Easy. L’ho capito la prima volta che ti ho visto»?
Il risultato è insomma felice, e Il diavolo in blu, uscito in America nel 1990 e da allora pubblicato in Italia un paio di volte, è considerato il capolavoro di Mosley e ha già avuto una trasposizione cinematografica, un film convenzionale ma efficace diretto da Carl Franklin nel 1995 in cui Denzel Washington era Easy e Jennifer Beals la femme fatale Daphne. Per Walter Mosley, figlio di un afroamericano e di una ebrea, questo volume è stato l’inizio di una carriera fortunata, che lo ha portato l’anno scorso a ricevere il National Book Award alla carriera. Il diavolo in blu ha fra l’altro originato una vera e propria saga, con quindici (finora) volumi pubblicati in cui Easy Rawlins passa dal 1948 dell’esordio al 1968 dell’ultimo Blood Groove, uscito in America lo scorso febbraio. Da noi la serie è stata pubblicata solo in parte e piuttosto alla rinfusa, per gli editori più disparati, da Tropea a Einaudi e Bompiani; l’editore 21lettere si aggiunge ora al gruppo riproponendo il libro numero uno e annunciando in preparazione il numero tre, La farfalla bianca.
Il libro. Il diavolo in blu di Walter Mosley è edito 21lettere (Traduzione Bruno Amato, pagg. 272, euro 18)