Sacri video. Bill Viola a Palermo
di Gregorio Botta , di Gregorio BottaChe cosa ci fa un enorme schermo ad alta definizione animato da un video di Bill Viola insieme a una vasca battesimale del 1500, ad un’acquasantiera istoriata del XII secolo, o a quel che resta di una piccola Afrodite accovacciata del II secolo avanti Cristo?
Succede spesso ormai che l’arte contemporanea sia esposta in luoghi antichi insieme ad opere di un altro tempo. Damien Hirst con il suo scenografico iperbarocco alla Galleria Borghese, Evgeny Antufiev con le sue statuine ispirate agli etruschi al museo di Villa Giulia, o infine J.R. che squarcia la facciata di Palazzo Farnese con i suoi giganteschi trompe-l’oeil. E questo solo a Roma negli ultimi mesi. In fuga dall’asettico spazio del white cube, sembra che gli artisti cerchino conforto, senso e legittimazione nel confronto o nella sfida con il passato. Operazioni a volte felici e illuminanti. Altre arbitrarie e solo spettacolari.
Ma non è il caso di Purification, la mostra allestita nelle Sale Du…
Che cosa ci fa un enorme schermo ad alta definizione animato da un video di Bill Viola insieme a una vasca battesimale del 1500, ad un’acquasantiera istoriata del XII secolo, o a quel che resta di una piccola Afrodite accovacciata del II secolo avanti Cristo?
Succede spesso ormai che l’arte contemporanea sia esposta in luoghi antichi insieme ad opere di un altro tempo. Damien Hirst con il suo scenografico iperbarocco alla Galleria Borghese, Evgeny Antufiev con le sue statuine ispirate agli etruschi al museo di Villa Giulia, o infine J.R. che squarcia la facciata di Palazzo Farnese con i suoi giganteschi trompe-l’oeil. E questo solo a Roma negli ultimi mesi. In fuga dall’asettico spazio del white cube, sembra che gli artisti cerchino conforto, senso e legittimazione nel confronto o nella sfida con il passato. Operazioni a volte felici e illuminanti. Altre arbitrarie e solo spettacolari.
Ma non è il caso di Purification, la mostra allestita nelle Sale Duca di Montalto di Palazzo Reale a Palermo (curata dalla Fondazione Federico II e dal Bill Viola Studio, fino al 28 febbraio 2022). Qui un filo forte lega le opere esposte: anzi un torrente, nel quale il visitatore si immerge subito con una video proiezione sulla gradinata d’ingresso. È l’acqua la protagonista dell’esposizione: elemento sacro in tutte le culture e religioni, fonte di vita, simbolo di rinascita. «Tutto quanto il cuore desidera può sempre ricongiungersi all’immagine dell’acqua», recitava Paul Claudel.
Certo il tema è infinito, dieci musei non riuscirebbero a esaurirlo. Ma quel che vende questa mostra è un’idea, e quindi possono bastare anche pochi oggetti ad accenderla: come un magnifico Louterion (bacile rituale di marmo del VI secolo avanti Cristo dal design modernissimo), come i paliotti (preziosi arazzi che decoravano gli altari) con scene di battesimo o fontane sacre, come l’acquasantiera del 1678 in corallo, rame e una filigrana d’argento così sottile che sembra intrecciata da un ragno sapiente.
Manufatti bellissimi, che ci colpiscono per complessità e ricchezza, ma dei quali spesso dimentichiamo funzione e ragioni. «E invece l’atmosfera creata dai video di Bill Viola – dice Patrizia Monterosso, direttrice della Fondazione Federico II – restituisce loro il significato originale, il senso del sacro per il quale furono creati». Ed è quello che accade: nel buio della grande sala, accompagnate dal lieve scroscio dell’acqua di una fontana ricostruita appositamente, le cinque opere del settantenne artista americano, così solenni e misteriose, infondono nuova linfa ad oggetti resi inerti dal consumo culturale. In questo caso si rovescia lo schema delle mostre tanto di moda oggi: è l’arte contemporanea a rivelare la forza e lo spirito dell’antica.
«Abbiamo bisogno di nuove immagini sacre per il nostro tempo»: la frase di Viola campeggia su un muro di Palazzo Reale, e il motto, in fondo, riassume bene tutta l’opera di un uomo che ha saputo unire i mezzi tecnologici moderni alla memoria dei maestri del passato, che si è formato tra l’Italia e il Giappone, nutrendosi di pittura rinascimentale e filosofia orientale, alla ricerca di un’esperienza estetica che sappia evocare la spiritualità dell’avventura umana su questa Terra.
Il percorso che – con la moglie Kira Perov – ha allestito a Palermo è semplice e essenziale, come tutta la mostra. Si parte dal dolore, dall’esperienza del sacrificio, dall’accettazione della morte raccontato dai quattro martirii messi già in scena alla Cattedrale di Saint Paul di Londra: i quattro elementi Terra, Aria, Fuoco e Acqua si accaniscono sulla condizione umana.
L’Earth Martyr è sepolto, sporco e afflitto: e la terra che lentamente si solleva non ne allevia la sofferenza. L’Air Martyr è una donna vestita di bianco, sospesa nel vuoto, mani e piedi legati ad una corda, scossa da un vento che via via si fa più forte. Il Fire Martyr sta seduto su una sedia, circondato da una pioggia di fuoco che si intensifica, fino a farlo bruciare. Il Water Martyr sta adagiato sul pavimento, i piedi legati da una corda che presto lo solleverà verso l’alto, a testa in giù, sotto una cascata d’acqua.
Tutto avviene in una luce caravaggesca, su sfondo nero, e molto lentamente: ogni secondo è prezioso per Bill Viola, e va vissuto con consapevolezza. Consapevoli, i martiri assistono al proprio sacrificio: sette minuti e dieci secondi sospesi tra la vita e la morte. E però restano impassibili, composti nell’accogliere il proprio destino.
Ma è solo la prima tappa del viaggio. Il grande schermo al plasma dell’ultima opera accende una luce nell’oscurità. È l’Ascensione di Tristano (2004). Il corpo esanime dell’eroe morto per amore è deposto su una lastra di marmo. Tutto è già compiuto, il giovane è morto, il dolore è finito. L’acqua, però, questa volta ha una funzione salvifica: lo bagna, lo lava – come si fa con i corpi dei defunti – lo solleva in una cascata che scorre anche lei al contrario, sfidando la forza di gravità. Avvolto in una nuvola di gocce luminose, finalmente purificato, Tristano precipita nell’alto. E lì scompare.