Respect per Aretha Franklin
di Filippo Brunamonti , di Filippo BrunamontiNew York - "Non cercavo di imitarla. Volevo solo farmi attraversare dal suo spirito". A metà di un incontro con Jennifer Hudson, quando stiamo per chiederle se Smokey Robinson ha condiviso aneddoti sull’infanzia a North End, nel quartiere-culla della Motown, o se, nell’idea di un biopic sulla Regina del Soul, ci sia anche un po’ di quel mix di cenere artistica e fiuto commerciale che l’indomita Aretha Franklin ha incarnato in cinquant’anni di carriera, la star di Respect controbilancia così: "La Queen of Soul ha un merito che non tutti ancora le attribuiscono. Con il suo stile e una forte personalità ha liberato parecchi artisti neri di talento". Per Jon Pareles del New York Times "ha fatto volare la voce di alcuni cantanti" che, anagraficamente, avrebbero avuto meno possibilità di emergere, aprendo la strada a icone R&B tra cui Whitney Houston, Mariah Carey e Alicia Keys. E mentre Rolling Ston…
New York - "Non cercavo di imitarla. Volevo solo farmi attraversare dal suo spirito". A metà di un incontro con Jennifer Hudson, quando stiamo per chiederle se Smokey Robinson ha condiviso aneddoti sull’infanzia a North End, nel quartiere-culla della Motown, o se, nell’idea di un biopic sulla Regina del Soul, ci sia anche un po’ di quel mix di cenere artistica e fiuto commerciale che l’indomita Aretha Franklin ha incarnato in cinquant’anni di carriera, la star di Respect controbilancia così: "La Queen of Soul ha un merito che non tutti ancora le attribuiscono. Con il suo stile e una forte personalità ha liberato parecchi artisti neri di talento". Per Jon Pareles del New York Times "ha fatto volare la voce di alcuni cantanti" che, anagraficamente, avrebbero avuto meno possibilità di emergere, aprendo la strada a icone R&B tra cui Whitney Houston, Mariah Carey e Alicia Keys. E mentre Rolling Stone, nel 2010, collocava Franklin in cima alla lista dei cento cantanti più grandi di tutti i tempi, è Mary J. Blige a definire Aretha "un dono di Dio" e "la ragione per cui le donne oggi vogliono cantare".
Jennifer Hudson, nickname: J.Hud, scoperta nel talent American Idol, a cui due anni dopo è seguito un premio Oscar come miglior attrice non protagonista nel musical Dreamgirls, sogna un progetto sulla vita di Aretha Franklin da quindici anni. "Tutto è nato dall’amicizia con Aretha e dalle nostre amabili chiacchierate. Speravo, un giorno, di ritrarla su grande schermo, e lei sembrava aver scelto me per una serie di motivi personali" spiega. "Come Aretha, sono cresciuta cantando in chiesa e ho combinato soul e gospel con il genere pop. Aretha ha perso sua madre giovanissima; mia mamma, mio fratello e nipote sono stati uccisi a Chicago nel 2008. È una vita che dico grazie alla musica, mi ha dato forza. E non è un caso che all’audizione di American Idol io abbia cantato Share your love with me. Al suo funerale, nel 2018, trovandola vestita in abito rosso, con stiletto e gambe incrociate, ho pensato che Amazing Grace fosse il modo più delicato di dirle addio".
Respect, in Italia dal 7 ottobre per Eagle Pictures, si apre nella Detroit del ’52. Aretha vive insieme ai fratelli sotto gli occhi del padre C.L. (Forest Whitaker), non un pastore comune ma un leggendario ministro della chiesa battista, in prima linea nella battaglia per i diritti civili, al fianco di Martin Luther King Jr. (Gilbert Glenn Brown), convinto che il gospel - l’esperienza della fede - e il blues - “the Devil’s music” - siano due facce della stessa medaglia. La madre, Barbara (Audra McDonald), figura sacra e pura, abbandona il marito e torna a Buffalo. I momenti in cui cantava al pianoforte con la figlia sono solo un ricordo, fino alla disgrazia: Barbara muore all’improvviso per un attacco di cuore. Liesl Tommy, regista teatrale al debutto dietro la macchina da presa (sceneggiatura di Tracey Scott Wilson), ci dice che "la troupe è rimasta spesso a bocca aperta, non solo davanti alle esecuzioni in presa diretta di Jennifer Hudson ma, soprattutto, per la sua empatia. Ci sono immagini tratte da un documentario del ’72 in cui si vede Aretha camminare lungo un corridoio come una sposa. Quando Jennifer ha restituito quella visione aleggiante in sala prove, abbiamo tutti detto, tra i brividi: Eccola, è Aretha".
Nel film, dopo l’infanzia, arriva il contratto del successo con Atlantic Records e l’incontro con il produttore Jerry Wexler (Marc Maron); si intervallano frammenti da pura Billboard chart (brani tratti dagli album The electrifying Aretha Franklin, Laughing on the outside, Spirit in the dark e Get it right) a faccia-a-faccia come quello con un’altra Regina (del Blues e del Jazz), Dinah Washington/Mary J. Blige, che chiede alla sua protégée, “Ci dirai mai chi è il padre?”.
Franklin partorì il primo dei suoi quattro figli all’età di 12 anni. La incalza ancora Washington con un pugno di consigli: “Tesoro, trova le canzoni che ti toccano il cuore”. Aretha troverà consolazione nella musica. Ma non aspettatevi mai una catarsi. «Io sono una persona molto schietta e mi faccio largo tra la gente senza problemi» dice Hudson. "Dare voce a un’artista così introversa, e calarmi negli anni Sessanta, un periodo in cui le donne erano percepite in maniera molto diversa da oggi, è stata una sfida. Poi mi sono detta: lascia che lo spirito di Aretha ti guidi". Conquistata l’Academy, Hudson è diventata, secondo Variety, una specie di Forrest Gump dei momenti caldi della società americana: ha cantato America the beautiful con il coro della scuola Sandy Hook al Super Bowl, eseguito A change is gonna come di Sam Cooke a Chicago, per la convention democratica del 2020, lasciato un tributo a Prince ai BET Awards subito dopo la morte, facendo lo stesso per Whitney Houston ai Grammy, fino ad esibirsi per Papa Francesco e in un evento contro le armi.
Un altro punto di contatto con Aretha. "Scendo in pista quando si tratta di dar voce al mio paese", commenta, "il padre di Aretha era uno dei maggiori attivisti degli anni 70 e penso che per lei esibirsi all’inaugurazione del primo presidente afroamericano d’America, Obama, sia stato l’apice di qualcosa che ha a che fare con il senso della sua musica, sempre in bilico tra sacro e secolare". Se le hits - Do right woman - Do right man, Think, (You make me feel like) A natural woman e Chain of fools - hanno restituito al mondo un archetipo femminile inafferrabile, è proprio con la versione di Respect, scritta da Otis Redding, registrata il giorno di San Valentino del ’67, che i pensieri “bluesy” di uguaglianza e dignità animano, senza tempo, movimenti femministi e della controcultura. “Con questa canzone ho parlato del bisogno della nazione, il bisogno dell’uomo e della donna della strada, dell’uomo d’affari, della madre, del pompiere, dell’insegnante - tutti volevano rispetto” scriverà nella sua autobiografia. Impegno e un pianoforte a coda. Senza mai dimenticare chi è e da dove proviene: “Gospel goes with me wherever I go” diceva Aretha. “Gospel is a constant with me.” (“Il gospel viene con me, ovunque io vada. Il gospel è una costante”).