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La favola di “Baba Yao”

Austin Ajowi giocava in serie A. Dopo un infortunio ha ripulito la sua baraccopoli alle porte di Nairobi creando un campo di calcio per i bimbi. Ora lo chiamano il “papà di tutti” e la sua storia è diventata un reportage di Sebastian Gil Miranda in mostra al Festival di fotografia etica di Lodi
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Ogni giorno che Dio manda in terra, Austin Ajowi si lega i suoi rasta ed esce in strada a parlare con i bambini di Mathare, una delle più grandi baraccopoli di Nairobi e dell’Africa intera. Li invita nel suo centro sportivo e li fa giocare a pallone. Così ha scoperto decine di campioni della Nazionale del Kenya. Soprattutto ragazze senza futuro, quelle che spesso sono costrette a fuggire in Europa per prostituirsi nei vicoli bui delle nostre città.

Austin Ajowi, che a Mathare chiamano tutti “Baba Yao”, cioè “il papà di tutti”, giocava a calcio quand’era giovane. Era un buon portiere, se lo contendevano le più importanti squadre della serie A keniana. Si allenava come un mulo e ogni sera, quando rientrava nel suo quartiere, si fermava davanti a un’enorme discarica, proprio davanti alla baraccopoli nella quale aveva trascorso la sua infanzia. Da sempre il suo sogno era quello di eliminare quella montagn…

Ogni giorno che Dio manda in terra, Austin Ajowi si lega i suoi rasta ed esce in strada a parlare con i bambini di Mathare, una delle più grandi baraccopoli di Nairobi e dell’Africa intera. Li invita nel suo centro sportivo e li fa giocare a pallone. Così ha scoperto decine di campioni della Nazionale del Kenya. Soprattutto ragazze senza futuro, quelle che spesso sono costrette a fuggire in Europa per prostituirsi nei vicoli bui delle nostre città.

Austin Ajowi, che a Mathare chiamano tutti “Baba Yao”, cioè “il papà di tutti”, giocava a calcio quand’era giovane. Era un buon portiere, se lo contendevano le più importanti squadre della serie A keniana. Si allenava come un mulo e ogni sera, quando rientrava nel suo quartiere, si fermava davanti a un’enorme discarica, proprio davanti alla baraccopoli nella quale aveva trascorso la sua infanzia. Da sempre il suo sogno era quello di eliminare quella montagna di rifiuti per restituire uno spazio ai più piccoli e rendere più vivibile anche il quartiere dei reietti, come lo chiamano a Nairobi.

Non aveva mai tempo Austin, tra allenamenti e trasferte. Poi, durante una partita, il ginocchio che si piega, due fratture scomposte e addio alla carriera. Un altro si sarebbe abbattuto ma non lui che, da quella tragedia sportiva ha tratto un segnale divino: «Ho sentito una voce – racconta – Austin, tu adesso sei libero e puoi finalmente aiutare gli altri. È questa la tua missione». Da quel momento “Baba Yao” ha iniziato a ripulire montagne di spazzatura della sua comunità. Ogni notte gli abitanti dei quartieri vicini tornavano a gettare i rifiuti e doveva ricominciare da capo. Ma non si è arreso e, con l’aiuto dei ragazzi del posto e del governo della Contea, ha sgomberato completamente l’area, centimetro dopo centimetro, metro dopo metro, avvicinandosi ogni giorno di più al suo obiettivo: costruire un campo da gioco per i bambini che oggi si chiama Austin Grounds

Ha cominciato a scoprire talenti e si è battuto per l’empowerment delle donne e l’uguaglianza di genere coinvolgendo sempre più bambini nelle sue attività, compresi quelli con disabilità. Ma c’è di più: nel suo centro c’è spazio anche per le fasce più deboli della comunità come gli alcolisti, i senzatetto e chiunque abbia bisogno di aiuto: «Una piaga del mio quartiere – riprende Austin – è una bevanda alcolica illegale chiamata chang’aa, spesso adulterata con sostanze chimiche altamente tossiche che vengono aggiunte per renderla più forte. Molto popolare nelle baraccopoli del Kenya, è una delle principali cause di morte della zona. Abbiamo aperto agli alcolisti e ai senzatetto la piazzola di Austin Grounds, non posso scacciarli perché sono nostri fratelli. Chiediamo loro solo di mantenere i giardini puliti. Rispettano i bambini, il campo e non disturbano. Anche i genitori dei piccoli sono felici di aiutarli quando possono».

Una bella storia di riscatto sociale che ha colpito uno dei più importanti fotoreporter argentini, Sebastian Gil Miranda, che ha realizzato uno straordinario reportage da Mathare per la Fondazione Fútbol Más, una ong nata in Cile nel 2008 con l’obiettivo di promuovere il benessere dei bambini e delle comunità che vivono in contesti di vulnerabilità. Miranda è uno degli ospiti del Festival della Fotografia Etica di Lodi che, fino al 24 ottobre, ospita i lavori di ottanta fotografi impegnati nel sociale. «Ho conosciuto Ajowi subito prima dei Mondiali di calcio del 2018 in Russia – racconta – quando già lavoravo per Fútbol Más. La mia ultima tappa prima di andare a Mosca è stata proprio il Kenya: lì mi hanno raccontato la storia di “Baba Yao” e ho capito che andava raccontata con la forza delle immagini. Per un mese ho lavorato a Mathare, mi hanno accolto con grande gioia, ho passato anche un paio di notti a casa di Austin ed è stato fantastico passeggiare con lui nel quartiere. Lì è quasi come un leader politico o religioso, lo salutano tutti, i bambini gli si appendono al collo. Davvero un gran personaggio»

Austin non ha solo ha trasformato un’enorme discarica in un campo da calcio ma ha anche fondato due scuole primarie frequentate dalla maggioranza dei bambini che partecipano al progetto. «Lo ammiro – riprende Miranda – penso che il mondo abbia bisogno di più persone come lui, di eroi normali. Spero che questo lavoro possa contribuire a rendere visibile la sua storia e a promuovere una campagna di crowdfunding che sostiene il suo progetto»

Non è certo la prima volta che Sebastian Gil Miranda documenta gli ultimi e il loro riscatto sociale. E quasi sempre il tema del calcio è presente – da buon argentino – nelle sue foto: «Il mio lavoro documentaristico è incentrato più che altro su temi sociali, umanitari e ambientali. E il calcio, per noi argentini, è molto più che una passione: dovunque vada mi accolgono al grido di Maradona o Messi. E certo, anche di Papa Bergoglio, ci mancherebbe. Io stesso ho giocato a pallone, ma anche a basket, rugby, sono stato un discreto tennista. È qualcosa che scorre in me e unire le due passioni, sport e fotografia, è stato quasi naturale. Sono convinto che i progetti sociali che focalizzano le loro attività sullo sport possano essere un potente strumento di cambiamento sociale e scommetto su di loro. Per questo la storia di Austin Ajowi, in qualche modo, mi rappresenta. Spero che la possano apprezzare anche i miei amici italiani».