✕

Credere nel futuro: intervista a David Almond

Illustrazione di David Litchfield 
Autore di “Skellig” e altri bestseller, è uno dei più grandi narratori per l’infanzia. E qui ci apre la sua bottega: "Quando scrivo storie sento un legame con i giovanissimi che domani costruiranno un mondo migliore"
4 minuti di lettura

C'è la guerra contrapposta alla pace, la paura e la speranza, il sogno e la realtà, la vita e la morte. E, sopra ogni cosa, l'"arma" salvifica dell'amicizia che travalica ogni differenza. Sembrano esserci tutte quelle coppie di opposti tante care a David Almond nell'ultimo libro di quello che è universalmente considerato uno dei più grandi scrittori viventi per ragazzi. Pubblicato in patria nel 2018 per il centenario della fine della Grande Guerra, e tradotto ora in Italia, si intitola non a caso La guerra è finita. Già da qui capiamo che pur trattando un tema delicato e molto triste lo scrittore vuole lasciarci con un filo di speranza. Almond ha esordito oltre vent'anni fa con Skellig: caso editoriale in tutto il mondo, pubblicato in 40 lingue, ha vinto moltissimi premi ed è diventato una pièce teatrale, uno spettacolo per la radio, un'opera lirica e un film con Tim Roth. Nessuno come lui riesce…

C'è la guerra contrapposta alla pace, la paura e la speranza, il sogno e la realtà, la vita e la morte. E, sopra ogni cosa, l'"arma" salvifica dell'amicizia che travalica ogni differenza. Sembrano esserci tutte quelle coppie di opposti tante care a David Almond nell'ultimo libro di quello che è universalmente considerato uno dei più grandi scrittori viventi per ragazzi. Pubblicato in patria nel 2018 per il centenario della fine della Grande Guerra, e tradotto ora in Italia, si intitola non a caso La guerra è finita. Già da qui capiamo che pur trattando un tema delicato e molto triste lo scrittore vuole lasciarci con un filo di speranza. Almond ha esordito oltre vent'anni fa con Skellig: caso editoriale in tutto il mondo, pubblicato in 40 lingue, ha vinto moltissimi premi ed è diventato una pièce teatrale, uno spettacolo per la radio, un'opera lirica e un film con Tim Roth. Nessuno come lui riesce a toccare le corde dell'animo dei più giovani, mettendosi esattamente alla loro altezza. È la sua cifra distintiva, ed è per questo che piace tanto. Le sue sono storie che anche quando parlano di morte, di distruzione, di dolore - è esattamente questo il caso - lo fanno in punta di penna.

Mr Almond, ma come ci riesce?
"Accade sempre tutto in modo molto naturale. Una volta trovato il personaggio giusto, e il momento e l'ambientazione - in questo caso le trincee, la fabbrica di munizioni - la storia comincia a svolgersi, a crescere. Mentre scrivevo, mi sono affezionato a John e alla sua famiglia. Ho permesso loro di respirare e parlare, di prendere vita tra le pagine".

David Almond è nato nel 1951 a Newcastle. Ha vinto il premio Andersen nel 2010 e con Skellig, tradotto in 40 lingue, numerosi altri riconoscimenti 

Da dove ha preso l'ispirazione?
"Tutti conosciamo le immagini delle trincee, della distruzione, della morte. Ma ciò che mi ha davvero influenzato è stata una visita all'Imperial War Museum di Londra. Lì ho visto le foto delle fabbriche di armamenti e delle centinaia di donne che vi lavoravano. Ho messo la mano su un enorme cannone e sentito quell'acciaio freddo, duro, creato con tanta cura per distruggere e uccidere. Ho visto foto di donne in piedi di fronte a proiettili enormi. La famiglia del racconto ha preso vita così nella mia mente: il padre in trincea, la madre che lavora in fabbrica e John, un bambino come tanti, con la paura che uno dei genitori possa morire in qualsiasi momento. E poi l'insegnante gli dice che anche lui è in guerra. Come posso essere in guerra? chiede. Sono solo un bambino. È questa la domanda al centro del libro. In tutto il mondo vediamo ancora bambini le cui vite sono rovinate dalla guerra".

Lei che messaggio voleva dare?
"Che siamo tutti vulnerabili, in particolare i bambini. Ma dobbiamo resistere alle forze distruttive. Volevo esplorare il concetto di coraggio: chi è davvero coraggioso, chi accetta di andare in guerra o chi rifiuta e affronta il disprezzo e la violenza dei suoi contemporanei?".   

Perché i suoi libri hanno così tanto successo in tutto il mondo?
"Sembra che il mio modo di scrivere funzioni bene in molte lingue... (sorride, ndr). Soprattutto perché al di là della storia specifica, che si svolge in un luogo e un tempo preciso, i miei personaggi affrontano questioni universali".

Come in questo caso: la storia di John parla benissimo ai ragazzi di oggi.
"Perché John è come tutti i bambini: vulnerabile, coraggioso, speranzoso, inquieto. Ama la sua famiglia e il suo mondo, e desidera che questo possa essere meno pericoloso. Vuole tenersi lontano da ciò che potrebbe distruggerlo. E sì, come tutti i bambini, ha una potente immaginazione. Che lo aiuta a capire se stesso e il suo mondo".

Quanto c'è di lei nei suoi personaggi?
"Suppongo di essere in tutti i miei libri. Anche quando non è così ovvio, persino per me. In alcuni romanzi il protagonista si chiama Davie e mi piace giocare con l'idea che potrei essere io oppure no".

Come dosa realtà e fantasia?
"Non cerco nessun equilibrio, cerco solo di scrivere la migliore storia possibile nel miglior modo. È vero, molti miei libri esistono in un luogo tra il reale e il fantastico, il vero e l'immaginario. Non lo trovo strano: il mondo è strano. E noi umani siamo bizzarre creature. La realtà stessa è intrisa di stranezze".

Quanto cambia la scrittura quando ci si rivolge ai giovani?
"Per certi aspetti non cambia affatto: mi occupo della storia, del linguaggio, del ritmo... Ma quando scrivo per i giovani, ho la sensazione che sto scrivendo per il futuro, che i miei lettori potrebbero realizzare un mondo migliore. Scrivo nella speranza di aiutare i giovani a liberarsi dalle forze che li tengono costretti. E mi riempie di orgoglio scrivere per loro. Il poeta Ted Hughes diceva: 'ogni bambino è la possibilità della natura di correggere gli errori della cultura'. Per lui il mondo è nuovo di zecca. Per questo i più piccoli meritano il massimo rispetto, il massimo livello di amore. E la migliore di tutte le storie".

Riceve posta dai suoi lettori? Cosa le scrivono?
"Sì, moltissima. Dicono cosa pensano dei miei libri. A volte mi aiutano persino a capire un po' meglio il mio lavoro (perché ovviamente uno scrittore non può mai capire tutto del proprio lavoro...). Mi raccontano la loro vita, anche. Si lasciano andare a confidenze, è come se le storie che racconto li spingessero ad aprirsi e questo mi commuove".

Perché i bambini hanno bisogno di libri?
"I libri permettono ai bambini di esplorare se stessi e il loro mondo. Li aiutano a capire altre persone, altre menti, altri modi di essere. Mostrano la bellezza delle parole, delle illustrazioni e delle storie. I migliori libri arrivano in profondità, muovono la mente e toccano il cuore e l'anima. E li incoraggiano a provare a scrivere da soli, a esplorare le loro capacità e i loro talenti, a scrivere e illustrare le loro storie".

E lei cosa amava leggere quando era ragazzo?
"Leggere è diventato molto importante per me durante l'adolescenza. Amavo la nostra biblioteca locale. Ho letto miti e leggende, libri su fantasmi e strani eventi, poi sono passato alla poesia e ai romanzi. Amavo la fantascienza. E soprattutto ho scoperto Hemingway quando ero adolescente: ricordo di aver sentito per la prima volta un'improvvisa vicinanza a uno scrittore".

Il libro
La guerra è finita di David Almond (Salani, traduzione di Giuseppe Iacobaci, illustrazioni di David Litchfield, pagine 128. euro 14,90, età: 8+)