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Il fumetto post-apocalittico di LRNZ: "Quel mondo distrutto è la mia Roma"

Cinque anni dopo la distopia di 'Golem' Lorenzo Ceccotti ritorna con 'Geist Maschine vol. 01', un complesso graphic novel in tre parti: "Amavo l'inaccessibilità dei manga in giapponese. Per questo cerco di fare opere in cui sia impossibile capire di quale nazionalità sia l'autore"
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Non è la solita fine del mondo quella che disegna LRNZ, Lorenzo Ceccotti, 43 anni e un profilo professionale di tutto rispetto. Per dirne una, il suo autoritratto è tra quelli dei fumettisti esposti a Lucca Comics - dove l'abbiamo incontrato - che entreranno nella collezione degli Uffizi. In Golem (2014), il suo fumetto precedente, nella rappresentazione di un'Eurasia distopica fondeva l'arte digitale e quella generativa, gli stili tradizionali e la cura del designer che sa raccontare una storia persino attraverso i loghi di aziende immaginarie che appaiono sullo sfondo. In Geist Maschine (Bao, come i precedenti), disegnato in diretta su Twitch e primo volume di una nuova trilogia, è invece tutto in rovina. Domina la calma dopo l'Apocalisse, ma è piena di mistero. L'orrore, però, si addolcisce con lo sguardo puro dei bambini: Sol, il muto Len e il più grande, Aiden. Protagonisti di un'avventura alla Miyazaki, creano un …

Non è la solita fine del mondo quella che disegna LRNZ, Lorenzo Ceccotti, 43 anni e un profilo professionale di tutto rispetto. Per dirne una, il suo autoritratto è tra quelli dei fumettisti esposti a Lucca Comics - dove l'abbiamo incontrato - che entreranno nella collezione degli Uffizi. In Golem (2014), il suo fumetto precedente, nella rappresentazione di un'Eurasia distopica fondeva l'arte digitale e quella generativa, gli stili tradizionali e la cura del designer che sa raccontare una storia persino attraverso i loghi di aziende immaginarie che appaiono sullo sfondo. In Geist Maschine (Bao, come i precedenti), disegnato in diretta su Twitch e primo volume di una nuova trilogia, è invece tutto in rovina. Domina la calma dopo l'Apocalisse, ma è piena di mistero. L'orrore, però, si addolcisce con lo sguardo puro dei bambini: Sol, il muto Len e il più grande, Aiden. Protagonisti di un'avventura alla Miyazaki, creano un rifugio nella carcassa di un robot gigante, ex arma di distruzione di massa e ora diventata una specie di casa sull'albero. Quel che colpisce anche stavolta è il cosmopolitismo: LRNZ nasconde tra le rovine lingue e influssi da molte parti del mondo. In questo mosaico, che sembra una performance visiva tra i cieli resi con le tinte analogiche degli studi di anime, il segno a mano e gli altri colori in digitale, c'è un'intera cultura del fumetto, non solo citata, ma frantumata e rielaborata. A partire dall'ambientazione, familiare ma disorientante.

Sembra Tokyo, ma poi compare un gazometro: è Roma, vero?
"Sì, ed è il quartiere in cui vivo e sono cresciuto. C'è tanta memoria in questo libro, anche se parla di futuro. C'è il decadimento di un mondo post-umano e la storia è molto movimentata, ma se si vede sulla mappa di Roma si svolge tutto in uno spazio piccolo tra basilica San Paolo, Marconi, Ostiense e il ponte di Ferro".

Che anche nel fumetto è crollato.
"A dire il vero ho fatto crollare ponte Marconi. Quello di ferro è bruciato mentre stavo chiudendo il libro".

Dici che hai seminato i tuoi ricordi, ma quali?
"Ci ho messo questo mio rapporto primitivo di bambino con la natura, mentre gli spazi urbani sono la mia adolescenza: andavo a scuola in zona Marconi e lì avevo la mia cricca. Il ponte univa le due parti del nostro mondo. I personaggi vivono sotto le sue arcate".

I personaggi hanno un rapporto puro con la natura. Intorno a loro, completamente mascherate dalla flora, i resti di una città che fu, tra la Roma ipertecnologica di Tanino Liberatore e le rovine di una Neo-Tokyo alla Akira.  

Il mondo apocalittico che descrivi è forse la fusione tra queste due età della tua vita?
"Può darsi, ma le operazioni nostalgiche non le sopporto. Racconto delle esperienze che ho vissuto, ma nascondendole nei dettagli. L'elemento autobiografico arriverà poi nella trilogia".

Ma perché costruire un'Apocalisse intorno a dei bambini?
"Perché sono un reset. E vedere cosa succede dopo è divertente. Golem, Astrogamma (un altro dei suoi lavori precedenti, 2015) e Geist sono completamente diversi, ma sia in Golem che in questo le generazioni si confrontano".

Sono idee frequenti nei tuoi lavori.
"Se penso che ho tre libri che hanno una mano gigante in copertina (la terza è l'antologia Synth/org, 2019) senza dubbio ci sono delle cose che ritornano, ma succede senza pensare però".

Forse tu stesso hai vissuto un'Apocalisse nel passaggio dalla gioventù all'età adulta?
"La verità è che io forse mi sento ancora molto un bambino. Faticherei a parlare degli adulti, perché non sono mai cresciuto".

I tre protagonisti si rifugiano sul relitto di un robot gigante, un "Himmel" come scoprirà poi il lettore.
Credit: LRNZ/Bao Publishing per l'edizione italiana 2021 
 

Quando si perde l'innocenza?
"In Geist è quando l'umanità deve affrontare la fine del tessuto sociale e l'uomo ritorna ad avere tutta una serie di attriti con il reale. Nel caso di Sol-Len (i due fratelli nella storia, ndr) il momento di crescere arriva presto. Ma dipende molto da che parte del mondo ti tocca. L'innocenza ha a che fare tantissimo con quel che ti accade intorno".

Ai due muoiono subito i genitori a inizio fumetto, divorati dagli animali. In quella scena disegni un lupo bianco con il muso macchiato di sangue, che è una citazione diretta della "Principessa Mononoke".
"Secondo me esiste un approccio postmoderno al citazionismo che io non amo. Non mi piacciono gli easter egg e i gomitini al lettore. Con i lupi c'è un'esigenza tecnica, far risaltare il sangue, che sul pelo di un altro colore non veniva allo stesso modo. E una delle scene che mi sono rimaste impresse da bambino è proprio quella. Ma in Geist Maschine c'è in maniera consapevole e schietta anche Conan, il ragazzo del futuro, sempre di Miyazaki, solo che io prendo la storia da un altro punto di vista: è un dialogo".

Questo dialogo l'hai mai avuto con qualche autore giapponese? In fondo hai curato una nuova storia di "Ghost in the shell" (2018).
"No, dai giapponesi non ho mai avuto particolari feedback. Ogni tanto qualcuno mi scopre. Sono andato a zonzo per il Paese con Luca Tieri, ecco".

Citi Miyazaki, ma siamo a Roma. E i robot hanno nomi in tedesco: perché questo dislocamento, o meglio, straniamento?
"Da ragazzino avevo manga e videogiochi in giapponese senza la minima idea di cosa ci fosse scritto. L'inaccessibilità era il loro fascino. È quel che cerco di replicare: fare delle opere in cui sia impossibile capire di che nazionalità sia l'autore e quale sia il suo mondo. Cerco la koiné con gli altri Paesi. Ma c'è molta Italia: c'è Ranxerox di Liberatore nella mano del robot, come pure l'Argentina di Juan Giménez. E c'è Hiroshi Yoshida, per me il più grande disegnatore di tutti i tempi: il primo a lasciare il Giappone a fine Ottocento e a ritrarre l'Occidente con la tecnica tradizionale dell'ukiyo-e: un'anticipazione di Winsor McCay, Hergé, Moebius, Miyazaki. È da questo incontro di mondi che nasce la linea chiara occidentale. È uno scambio continuo e a me piace stare in questo flusso e sparire sulla mappa. Quando è uscito Viewpoint (2017), che raccoglieva i miei lavori, in America hanno scritto che era una raccolta di artisti internazionali. Ma ero sempre io. È il successo del mio diversivo".

Così ci fai sentire stranieri in patria.
"Frantumare la cultura in questo modo è un tributo alla nostra unicità. È un approccio punk al linguaggio visivo, questo buttare giù e ricostruire sopra e impedisce che si finisca per parlare con lo sguardo di qualcun altro. Poi abito a Roma, che è questo, un colabrodo di storia, un relitto, la messinscena del fatto che l'uomo non ha controllo su niente. Renato Pedio, che fu il mio insegnante, ci fece uno studio funzionale del Colosseo in cui ci diceva che ormai era uno spartitraffico. Il fatto che Roma cada a pezzi e che esistano queste sopravvivenze di antichità che sappiamo spariranno è uno spettacolo. Come l'Himmel (il robot, ndr) nel libro".

Ecco, da dove arriva il design dei robot?
"Da una collaborazione con l'Istituto italiano di tecnologia (nel marzo 2015 uscì un dialogo sul quello che era il domenicale di Repubblica tra l'allora direttore Cingolani e LRNZ, ndr). Io sono cresciuto con questi robot pieni di tecnologia, come i Gundam spaccati a metà, ma poi ho visto quelli veri e dentro non c'è niente, la struttura è vuota, sono esoscheletri. L'idea di fare un robot abitabile l'ho avuta anni fa, ma non sapevo il come: la rivelazione la devo ai ricercatori italiani".

L'interno dell'Himmel: la cabina di pilotaggio è ancora attiva. Credit: LRNZ/Bao Publishing per l'edizione italiana 2021 
La tua storia è piena di queste suggestioni che non spieghi.
"In Geist abbiamo la traccia di quel che è stata la civiltà, che si esprime anche con i marchi. Syd Mead, il designer di Blade Runner, insegna che i desideri degli uomini si trasferiscono nelle cose. Ma se le spieghi è come girare dietro le quinte di un film western e trovarsi i cartonati".

I tuoi lavori comunque hanno una gestazione lunghissima. In un'intervista hai detto che l'idea di "Golem" risale al liceo, quella di "Geist" al 2013.
"Io ci metto tantissimo, ma non ci lavoro sempre. Intanto però quell'idea si carica come un volano per anni e quando raggiunge la velocità che ti serve puoi andare. E poi con Golem mi sono reso conto che riesco a fare fumetti. A Bao, comunque, presentai tutti e tre i progetti (il secondo è Astrogamma, ndr)".

Toglimi una curiosità, il tuo Fumetto nei musei, "Time is out of Joint", è stata la prova generale di quest'ultimo?
"Sì".

La scansione delle vignette sulle tavole comunque è diversa da quel che hai fatto finora.
"Ho un punto di riferimento in Tezuka e lui per ogni pagina racconta un fatto, quindi c'è una vignetta principale che ti dice cosa sta accadendo e poi ci sono vignette satellite che entrano nel dettaglio. Questo sistema mi permette di immergere il lettore nei luoghi rubando però lo spazio bianco, il che significa che bisogna fare attenzione che tutto sia leggibile".

Questo fumetto l'hai fatto a mano. Non è strano per te che ormai sei visto come LRNZ, "quello dell'arte generativa"? (Per Lucca Comics 2018 curò un poster algoritmico che il computer generava in maniera diversa per ogni utente, ndr)
"Io cerco di formulare tecniche per metterci di meno facendo meglio. La carta non è un ripensamento, ma quello di Geist è un mondo decadente e lercio. Da sempre i fumettisti devono ripulire i loro disegni. A me serviva il contrario: per una volta potevo lasciare il disegno sporco com'era, che è più veloce che sporcarlo in digitale. Buona parte dei dettagli di Geist sono regalati dal supporto".

Il blu cielo usato da LRNZ è lo stesso degli studi di anime 

Torniamo indietro: non doveva esserci un film su "Golem"?
"Ho avuto uno stop finanziario, non c'era il budget. Lucky Red ha fatto quel che poteva, ma il mio film aveva delle pretese folli, me ne rendo conto".

Prima mi hai detto che solo con "Golem" hai capito di saper fare fumetti. Ripiangi la scelta dei tuoi genitori di averti fatto iniziare con il design grafico?
"No, al contrario, sono grato che i miei mi abbiano impedito di fare il mio percorso".

Il libro: Geist Maschine vol 01, LRNZ, Bao, pagg. 240, euro 21, dall'11 novembre.

Dove incontrarlo:  Roma, 11 novembre ore 20.30 alla Feltrinelli di via Appia Nuova 427; Bologna, 16 novembre ore 18 alla Feltrinelli di piazza Ravegnana 1; Milano, 17 novembre ore 18.30 alla Feltrinelli di piazza Piemonte 2; Genova, 30 novembre ore 18 alla Feltrinelli di via Ceccardi 16.

Una versione più breve di quest'intervista è apparsa sul numero 257 di Robinson.