Storie di vita in cima
di Antonio Politano , di Antonio PolitanoPerché viaggiamo? Si chiede Erika Fatland nelle pagine finali del suo nuovo libro, al termine di un viaggio durato otto mesi. Non lo sa, confida, ma sa per certo che non si pentirà mai di aver fatto tutta quella strada. Perché la scrittrice e antropologa norvegese ha il gusto dei viaggi lunghi, vasti, complessi. Ama i confini, le distanze; procedere in orizzontale, con qualche immersione verticale; attraversare costellazioni di culture, comunità, geografie, storie. Come nei suoi due libri precedenti - Sovietistan, reportage sulle cinque repubbliche ex-sovietiche dell'Asia centrale, e La frontiera, viaggio intorno alla Russia seguendo il confine più lungo della terra - con cui si è costruita uno spazio riconoscibile, anche in Italia dove a settembre le è stato conferito il Premio Kapuscinski per il reportage.
Marsilio ha appena pubblicato La vita in alto. Una stagione sull'Himalaya. Un racconto su chi vive lassù, tra val…
Perché viaggiamo? Si chiede Erika Fatland nelle pagine finali del suo nuovo libro, al termine di un viaggio durato otto mesi. Non lo sa, confida, ma sa per certo che non si pentirà mai di aver fatto tutta quella strada. Perché la scrittrice e antropologa norvegese ha il gusto dei viaggi lunghi, vasti, complessi. Ama i confini, le distanze; procedere in orizzontale, con qualche immersione verticale; attraversare costellazioni di culture, comunità, geografie, storie. Come nei suoi due libri precedenti - Sovietistan, reportage sulle cinque repubbliche ex-sovietiche dell'Asia centrale, e La frontiera, viaggio intorno alla Russia seguendo il confine più lungo della terra - con cui si è costruita uno spazio riconoscibile, anche in Italia dove a settembre le è stato conferito il Premio Kapuscinski per il reportage.
Marsilio ha appena pubblicato La vita in alto. Una stagione sull'Himalaya. Un racconto su chi vive lassù, tra valli, altopiani, ghiacciai, valichi, fiumi. Nella catena montuosa più elevata del mondo, che si estende in cinque paesi: dai giganti Cina e India, fino al Pakistan, attraverso Bhutan e Nepal. Erika Fatland ascolta, fa esperienza di prima mano e restituisce. "Il mio metodo è stimolare le persone che incontro a raccontare le loro storie", spiega in un'intervista a Sara Culeddu pubblicata su NuBE, "raramente intavolo discussioni, cerco semplicemente di capire come appare il mondo dal loro punto di vista". Dà voce a monaci, pastori, guide, interpreti, autisti, asceti, yogi, sciamani, astrologi, indovini, sacerdoti reali, dee bambine, attivisti, politici, ex ribelli, principesse senza regno, re manager d'hotel, nomadi cacciati dai pascoli per far posto all'industria mineraria, vittime della tratta delle donne che nutre i mercati illegali del sesso.
La vita in alto è un po' libro di storia, un po' di geografia, geologia, a volte guida turistica; di certo diario, travelogue, senza che l'io narrante si trasformi nell'eroe in viaggio (anche se seguiamo le sue micro-avventure in auto, bus, aereo, a piedi o con le burocrazie di visti e dogane). L'autrice sente di avere un contratto, un impegno con il lettore, "ogni cosa che scrivo è vera". Scrittura di fatti, prosa non ricercata, non fiction. In questo senso non fa "letteratura" (di viaggio), ma cronaca. Tra storia, ricerca sul campo, passaggio di persona. Sfilano danze tantriche e karaoke, posti di blocco e templi dorati, monasteri polverosi e nuove Vie della Seta. La vita quotidiana della gente comune, le questioni economiche e storiche. La dimensione spirituale: Islam, induismo, buddhismo, cristianesimo, sikhismo. La repressione delle minoranze, il separatismo, il colonialismo degli imperi regionali.
Dietro l'idillio inevitabile del paesaggio, tra montagne innevate e colline subtropicali, si srotolano storie di confini turbolenti intrisi di sangue, zone ad altissima densità di controllo militare (come in Tibet, nel Kashmir, nello Xinjiang), ghiacciai trasformati in campi di battaglia, esodi di massa, etnie autoctone semi-scomparse, fiumi tra i più inquinati al mondo (il Gange, "il più sacro tra tutti").
E i confini sono luoghi cruciali. Attraversarli vuol dire cambiare regole, entrare o uscire da costrizioni, restare intrappolati o essere più liberi. A volte producono "uno shock culturale", come alla stessa autrice "quando i veli lasciano il posto ai burqa". Il rituale che si ripete teatralmente ogni giorno sul confine indo-pakistano evoca il conflitto senza fine tra due paesi che un tempo ne formavano uno solo. Un grado più sopra, il Big Game continua con superpotenze diverse: alla fine dell'Ottocento, erano russi e britannici; oggi, sono cinesi e americani.
Nel racconto dell'universo himalayano c'è spazio anche per le leggende sui discendenti dei soldati di Alessandro Magno o sulla vita sconosciuta di un giovane Gesù Cristo in India, su lama che levitano e yeti che appaiono. O per l'epopea dell'Everest, con varie categorie di record (dalla conquista di Hillary e Tenzing, nel 1953, alla scalata della prima coppia di gemelli, nel 2013, al primo matrimonio celebrato in vetta, nel 2015) e statistiche sulla plastica e i rifiuti umani portati dal turismo di massa al Campo Base. Del quadro complessivo fanno parte anche le attrazioni, di cui Fatland fa ricognizione accurata: dalla cittadina dello Yunnan, ribattezzata Shangri-La per marketing turistico, alla città vecchia di Kashgar, demolita e ricostruita nello stile d'epoca; da Lhasa, ormai metropoli cinese in miniatura, alle rovine dell'ashram dei Beatles, a Rishikesh, inghiottite dalla giungla.
Cose viste "con i miei occhi", scrive Erika Fatland a chiusura del libro sorvolando l'Himalaya in aereo. "Ci sono così tanti modi di stare al mondo! Da lassù era impossibile accorgersene, ma io lo sapevo, perché l'avevo visto".
Il libro - Erika Fatland, La vita in alto (Marsilio, traduzione di Sara Culeddu e Alessandra Scali, pagg. 688, euro 21)