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Il mondo di Kentridge

William Kentridge, fotogramma da Other Faces, 2011 
L'artista sudafricano, un gigante del contemporaneo, inaugura a Udine una mostra dedicata alla sua opera. È il fiore all'occhiello del Piccolo festival dell’animazione: "Il digitale mi piace ma preferisco la stilografica"
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Johannesburg-Bruxelles andata ritorno. Facendo tappa a Udine. Con una laurea honoris causa in tasca - che gli verrà consegnata dalla Vrije Universiteit Brussel - William Kentridge passerà al volo dall'Italia. Giusto in tempo per l'inaugurazione (il 19 novembre) della sua mostra nel nord-est. Organizzata da Viva Comix, è l'evento di punta del Piccolo festival dell'animazione che porta ogni anno 100 corti animati da mezzo mondo nel quadrilatero Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste, con base a San Vito al Tagliamento.

La personale del grande artista sudafricano ha un titolo beckettiano: Waiting for Kentridge. Allude all'attesa un po' incredula per l'approdo insperato di un gigante del contemporaneo. Curato dalla direttrice artistica Paola Bristot e da Andrijana Ruži?, questo omaggio è ospitato in uno spazio non convenzionale, l'esposizione della Moroso, brand del design che ha prodotto arredi gloriosi. Come un divano di Ron Ara…

Johannesburg-Bruxelles andata ritorno. Facendo tappa a Udine. Con una laurea honoris causa in tasca - che gli verrà consegnata dalla Vrije Universiteit Brussel - William Kentridge passerà al volo dall'Italia. Giusto in tempo per l'inaugurazione (il 19 novembre) della sua mostra nel nord-est. Organizzata da Viva Comix, è l'evento di punta del Piccolo festival dell'animazione che porta ogni anno 100 corti animati da mezzo mondo nel quadrilatero Pordenone, Udine, Gorizia e Trieste, con base a San Vito al Tagliamento.

La personale del grande artista sudafricano ha un titolo beckettiano: Waiting for Kentridge. Allude all'attesa un po' incredula per l'approdo insperato di un gigante del contemporaneo. Curato dalla direttrice artistica Paola Bristot e da Andrijana Ruži?, questo omaggio è ospitato in uno spazio non convenzionale, l'esposizione della Moroso, brand del design che ha prodotto arredi gloriosi. Come un divano di Ron Arad, già pronto per le video animazioni che Kentridge ha firmato dagli anni Settanta a oggi.

Un fotogramma da Felix in Exile (1991) di William Kentridge  

Mr. Kentridge, in epoca di esperienze immateriali, c'è spazio per un festival di animazione?
"Collegarsi tutti insieme a uno schermo da varie parti del globo è diverso dal trovarsi nello stesso luogo davanti alla proiezione di un film. Il respiro nella stanza è assente da ogni zoom. Non c'è la spalla morbida su cui poggiare la testa. Cose essenziali per godere del momento".

Quanto conta il disegno nei suoi film?
"È il punto di partenza. Il segno sulla carta aiuta a visualizzare un pensiero. Ed è il primo modo, attraverso l'impulso della mano, per conoscere il mondo e raccontarlo al prossimo. È il principe delle arti, diceva Leonardo".

Il digitale può sostituirlo?
"C'è chi disegna bene col mouse, chi con la matita; chi scrive su una tastiera o con la penna. Io sono di una generazione che preferisce la stilografica come modo per pensare. Mi piace l'indecifrabilità della scrittura, le parole uscite dalla mente cui le dita non tengono il passo. Disegnare con un touchpad è comodo. L'algoritmo fa cose belle. Ma lo vedo come un alleato tecnico".

Spesso disegna le sue trame su pagine di libri.
"Mi piace la relazione tra testo e disegno, la connessione fra parola e immagine. Amo disegnare su un libro perché inizio da una texture che chiede di interagire".

Un fotogramma da Mine (1991) di William Kentridge  

Un film animato può lanciare messaggi politici?
"Come un romanzo. Dipende dallo scrittore. Però non credo nel ruolo strumentale di un film per scuotere le coscienze. Ridurrà la deforestazione? Abbasserà il clima di un grado? Farà vaccinare le persone? Questo tipo di strumentalizzazione nuoce all'arte".

Uno dei film in programma è ispirato all'Ubu Roi di Jarry. Ancora attuale?
"L'ho realizzato 25 anni fa. Ma la questione del tiranno che si autocommisera, del bullo che piange appena qualcosa va storto si è ripresentata con Trump o Bolsonaro. All'epoca pensai al Sudafrica e l'apartheid. Ma la responsabilità della colpa e il vittimismo riecheggiano nel mondo di oggi".

Cosa pensa delle esperienze immersive nei musei con trionfo di pixel e full hd?
"Mi faccio sempre una domanda: la quantità di tecnologia è necessaria all'opera? E, se lo è, il risultato è interessante? Se è interessante, va bene, aggiungete pure tutti i proiettori di cui avete bisogno! Ma una mostra che si limita alle attrezzature perde il suo interesse dopo il primo impatto".

Il suo debole per la lanterna magica non è un po' reazionario?
"È affascinante la tecnica pre-cinematografica. Non è nostalgia per un'epoca di innocenza. La lanterna svela la tecnica, non la nasconde. Ci rende consapevoli dell'illusione e godiamo del piacere dell'auto-inganno. La tecnologia rende tutto invisibile ma cela una forma di controllo".

Un carattere comune alla sua filmografia?
"La semplicità; è fatta a mano, senza pre-produzione o post-produzione. Mi bastano macchina fotografica e disegno, carta e carboncino".

Un fotogramma da City Deep (2011) di William Kentridge  

Consigli per giovani animatori?
"Penso sia un'età dell'oro per l'animazione. Ogni telefono ha un programma adatto, c'è una qualità alta e una fame gigantesca di immagini in movimento. Anni fa si iniziava da garzone costretti al ricalco. Oggi puoi essere l'artefice della tua visione. Quindi: godetevi l'epoca"

Era già stato nel Nord-est?
"A Udine sarà la prima volta, ma amo Trieste per Italo Svevo e il suo romanzo immenso, fatto di esperienze universali, vicine anche alla storia degli studenti di Johannesburg nel 1970. I temi assoluti valgono per anime diverse in ogni epoca e geografia".