Wilbur Smith. Avventure sul Nilo
di Enrico Franceschini , di Enrico FranceschiniNessuno scrive di avventura come Wilbur Smith. L'affermazione proviene dal suo stesso sito, dunque è autopromozionale, ma vera: l'autore di decine di romanzi ambientati in Africa, dove è nato nella Rhodesia dell'apartheid (da lui beninteso condannato), è un legittimo erede di Salgari e Verne. Sono libri che raccontano storie magistralmente messe in scena, con personaggi ricchi di emozioni e trame dove è impossibile annoiarsi. Non è narrativa innovatrice. Tanto meno letteratura, né ambisce ad esserlo: ma è difficile trovare un migliore intrattenimento.
La riprova viene dal mercato: si possono ingannare tanti lettori con un singolo titolo oppure pochi lettori con tanti titoli, per parafrasare la celebre massima di Abraham Lincoln sulla politica, ma è impossibile ingannare tanti lettori con tanti titoli. Con quel cognome da uomo medio, equivalente al "signor Rossi", Smith ne ha pubblicati una quarantina, vende…
Nessuno scrive di avventura come Wilbur Smith. L'affermazione proviene dal suo stesso sito, dunque è autopromozionale, ma vera: l'autore di decine di romanzi ambientati in Africa, dove è nato nella Rhodesia dell'apartheid (da lui beninteso condannato), è un legittimo erede di Salgari e Verne. Sono libri che raccontano storie magistralmente messe in scena, con personaggi ricchi di emozioni e trame dove è impossibile annoiarsi. Non è narrativa innovatrice. Tanto meno letteratura, né ambisce ad esserlo: ma è difficile trovare un migliore intrattenimento.
La riprova viene dal mercato: si possono ingannare tanti lettori con un singolo titolo oppure pochi lettori con tanti titoli, per parafrasare la celebre massima di Abraham Lincoln sulla politica, ma è impossibile ingannare tanti lettori con tanti titoli. Con quel cognome da uomo medio, equivalente al "signor Rossi", Smith ne ha pubblicati una quarantina, vendendo complessivamente 120 milioni di copie, un sesto delle quali, a quanto pare, in Italia, uno dei Paesi in cui è più popolare. Sarà dunque una gioia per i fans italiani sapere che l'ultima creatura uscita dalla sua penna, Il nuovo regno, che arriva anche da noi in questi giorni per HarperCollins, è all'altezza delle precedenti. Correggiamo: l'ultima creatura uscita dalla sua fabbrica, perché ormai Wilbur Smith è un brand, un'azienda portata avanti con vari collaboratori al ritmo di uno o più romanzi all'anno.
Wilbur dà l'idea, abbozza e rivede il testo, l'aiutante fa il resto: a quasi 89 anni gli basta stare al timone della sua ininterrotta produzione di bestseller, senza scendere in sala macchine. Per il nuovo volume si è messo in coppia con Mark Chaudborn, scrittore assai più giovane e a sua volta autore di una dozzina di affermati romanzi di carattere storico: il compagno di viaggio giusto per un nuovo capitolo nella saga dell'antico Egitto a cui Smith ha già dedicato numerosi tomi, da Il dio del fiume a Il settimo papiro, filone parallelo a quello dei cicli dei Courtney, dei Ballantyne e di altre famiglie africane, dal fortunatissimo esordio con Il destino del leone in poi.
"L'Egitto mi ha sempre affascinato, rappresenta il crocevia dei continenti, le fondamenta della storia della civiltà: è successo tutto lì", afferma Wilbur Smith nell'introduzione. "Quando ho finito di rileggere i romanzi del ciclo egizio mi sono reso conto che in tutti ero talmente concentrato sulla narrazione in prima persona del mago, architetto e scienziato Taita, che alcuni considerano il mio alter ego, da avere trascurato un personaggio secondario che poteva fornire un altro punto di vista su quell'epoca straordinaria".
Si tratta di Hui, il giovane predone che diventa il miglior auriga del faraone e addestra un esercito per riconquistare il trono, combattendo contro i compagni di un tempo. Sono le gesta di questo ardimentoso cavaliere ad avere il palcoscenico nel nuovo romanzo, in una lotta fratricida per vendicare la morte del padre, ottenere giustizia e liberare la sorella. Gli elementi classici delle storie di Smith abbondano anche qui: coraggio, lealtà, amore. Così come non manca sullo sfondo la storia autentica: la sfida fra Alto e Basso Egitto, tra i popoli del deserto e quelli del grande fiume che è la spina dorsale della più antica civiltà della nostra era.
Gli egizi della vicenda narrata da Smith vivono 3.500 anni fa, ma hanno già una storia millenaria dietro le spalle: sono lontani dalla fondazione del regno dei faraoni quanto lo siamo noi oggi dal crollo dell'Impero Romano. In questo modo, Il nuovo regno insegna qualcosa non solo sul passato delle genti del Mediterraneo ma aiuta anche a comprendere lo scorrere del tempo, il senso della storia, il peso delle radici, rivelando aspetti della natura umana rimasti immutati dall'antico Nilo al Tevere, dal Tamigi al Potomac che lambisce Washington: perché tutti gli imperi si somigliano.
"Migliaia di profughi erano assiepati dietro i moli ad aspettare e osservare con occhi bramosi", è la scena che appare agli occhi del protagonista. "Sapevano che, se fossero stati lasciati lì, molti di loro sarebbero morti di fame o di malattia o trafitti dalle spade dei barbari, mentre altri sarebbero stati ridotti in schiavitù". L'Egitto millenario, chiede Hui, quindi scomparirà? "Nulla finisce mai per sempre", gli risponde la sua saggia guida.
"Scrivi di quello che conosci", il consiglio che diede all'autore nel 1964 il suo primo editore (leggendo il manoscritto rifiutato da venti case editrici), riverbera attraverso le 450 pagine di questo suo ultimo romanzo. È lo stesso ammonimento di Hemingway, a se stesso come ad ogni scrittore, e nessuno - modesto suggerimento per il prossimo spot autopromozionale sul suo sito - conosce l'Africa come Wilbur Smith.
Il libro
Il nuovo regno di Wilbur Smith (HarperCollins, traduzione di Traduzione Sara Caraffini, pagg. 464, euro 22)