Francesco Piccolo. Momenti di trascurabile realtà
di Francesco Piccolo , di Francesco PiccoloUn pomeriggio, per la sceneggiatura di una serie tv, ho una riunione zoom con Netflix. Ci collegheremo io e Laura, che siamo gli sceneggiatori; Edoardo, il regista; e le due editor di Netflix. È una riunione importante, le riprese sono vicine. Ci colleghiamo prima noi tre, con un altro link, come al solito, e ci diciamo che è strano che stavolta facciamo la riunione senza che Netflix ci abbia prima mandato le note, come fanno sempre. Ma è così, quindi non abbiamo nulla da dirci, ci salutiamo e ci diamo appuntamento a tra poco.
Le riunioni zoom sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Mentre lavoriamo arrivano dei link, alcune volte molti giorni prima dell’appuntamento, ci incasiniamo nel ritrovare quello giusto. Con Netflix non è così. Loro rimandano il link quasi tutti i giorni, sono professionali e ossessivi, tanto che io ancora penso, ogni volta: che succede? Forse è cambiato il giorno, o l’orario? No, …
Un pomeriggio, per la sceneggiatura di una serie tv, ho una riunione zoom con Netflix. Ci collegheremo io e Laura, che siamo gli sceneggiatori; Edoardo, il regista; e le due editor di Netflix. È una riunione importante, le riprese sono vicine. Ci colleghiamo prima noi tre, con un altro link, come al solito, e ci diciamo che è strano che stavolta facciamo la riunione senza che Netflix ci abbia prima mandato le note, come fanno sempre. Ma è così, quindi non abbiamo nulla da dirci, ci salutiamo e ci diamo appuntamento a tra poco.
Le riunioni zoom sono entrate a far parte della nostra quotidianità. Mentre lavoriamo arrivano dei link, alcune volte molti giorni prima dell’appuntamento, ci incasiniamo nel ritrovare quello giusto. Con Netflix non è così. Loro rimandano il link quasi tutti i giorni, sono professionali e ossessivi, tanto che io ancora penso, ogni volta: che succede? Forse è cambiato il giorno, o l’orario? No, loro sanno che puoi incasinarti, sanno tutto forse attraverso il famoso algoritmo, e te lo rimandano.
Quello che è successo con le riunioni da remoto ( a me, ma non solo a me, ed è il nodo narrativo di questa storia che sto raccontando) è che ci siamo rilassati. La riunione entra nella nostra quotidianità, nelle nostre case, mentre facciamo altro. E comunque abbiamo imparato a trovare la posizione giusta, la luce giusta, i vestiti giusti. Ma c’è chi ( io, ma non solo io) si è rilassato molto e ha un atteggiamento disinvolto che evidentemente pagherà. Insomma, la maggior parte delle mie riunioni zoom, ormai, prevedono un’attenzione ai vestiti nella parte superiore del corpo, quella visibile; e una disattenzione in quella inferiore. Io lavoro tutto il giorno in uno studio, da solo; solo qualche volta viene Giusi, che mi aiuta nel mio lavoro, che ha le chiavi. Per il resto del tempo, di solito, sono solo. E spesso, in mutande. E questo è un altro elemento del racconto che sto facendo; il terzo elemento, che riguarda sempre le mutande, è che ho da pochissimo comprato online un pacco di boxer rigati che ritengo piuttosto eleganti. E li ho comprati perché di solito sono piuttosto sciatto e quindi ormai avevo ( li ho ancora in realtà, non li ho buttati) dei boxer vecchi, quasi trasparenti ormai, e bucati in punti spiacevoli. Osceni, anche se sono solo.
Quindi, con boxer eleganti e maglia elegante, i primi non visibili e la seconda visibile, mi collego. Non so se gli altri sono in mutande nella parte inferiore, ma nella parte superiore sono impeccabili, come me. Convenevoli, poi la editor dice avete letto le note?, noi diciamo ma quali note?, loro dicono ma come quali note?, non le avete mandate, certo che le abbiamo mandate altrimenti che facciamo a fare la riunione ( in effetti…). E così Laura si rende conto per prima che le avevano mandate. La riunione è urgente, non si può rimandare, quindi decidiamo così: chiudiamo il collegamento, leggiamo le note, ci confrontiamo noi tre con una riunione Whatsapp, e ci ricolleghiamo. Tutto entro mezz’ora. Siamo in affanno. Io chiudo, leggo le note, mi collego con gli altri, ci diciamo cosa ne pensiamo, ci ricolleghiamo con le editor di Netflix. Stressati, presi dall’adrenalina del fare tutto rapidamente ma in modo sensato. E così ricominciamo: abbiamo letto le note, Edoardo spiega perché abbiamo fatto quella scelta di… Suona il citofono. Proprio ora, un momento importante, una riunione importante. Suona di nuovo a lungo. Dico: scusate, arrivo subito. E mi alzo nel modo in cui mi alzo quando sono in mutande, piegato e accorto, perché sono davvero stressato e vado di fretta, ma non mi dimentico di essere in mutande.
Scusate, arrivo subito. Per un po’ di tempo, saranno le ultime parole che ascolteranno da me, e Laura ha addirittura pensato che forse era l’ultima volta che mi aveva visto.
È il corriere. C’è un pacco per me. Dico grazie, ma lo lasci sulla cassetta della posta, ora non posso. Mi dispiace, dice lui, mi hanno detto di consegnarglielo.
Ma non posso, dico innervosito. E lui, che è già venuto altre volte, rilancia: glielo metto in ascensore, lei si affaccia per le scale e io sono sicuro che gliel’ho dato. Innervosito, frettoloso, apro il portone, apro la porta, mi fiondo verso l’ascensore e due secondi dopo sento: bum.
La porta di casa si è chiusa. Io mi guardo indietro e dico: cazzo. Il corriere dice: può richiamare l’ascensore. Io come un automa vado verso l’ascensore, prendo il pacco e lo apro, sono delle bozze di un libro che mi vogliono far leggere. Ma non riesco a pensare a niente, e ho aperto il pacco solo per capire cos’è che mi ha rovinato la vita.
La cosa fondamentale è che la porta non si è richiusa quel giorno perché stavo facendo una riunione Netflix molto importante; la porta si richiude sempre. Io vado mille volte all’ascensore quando arrivano i corrieri e ho sempre le chiavi con me, anche perché non esco sul ballatoio in mutande. Quindi, quando la porta si è chiusa, io lo sapevo che sarebbe successo. Ma in quel momento per fretta, nervosismo, stress, giramento di scatole, non ci ho pensato. E quindi sono rimasto fuori.
E in questo momento sto qui fuori dalla porta, con le bozze in mano, dentro sento la riunione che continua e loro forse non sanno cosa mi è successo, perché io ho detto solo: scusate, arrivo subito.
Penso: cosa faccio? Non sono lucido, mi è presa una frustrazione fortissima. E dentro continuo a sentire: perché nel terzo episodio lei potrebbe dire… E penso: ma loro che fanno adesso? Cosa penseranno di me? È la prima volta che lavoro con Netflix, con questo regista.
Avevo una sola cosa da fare, trovare un telefono e chiamare. E mi sono reso conto che l’unica persona che ha le chiavi è Giusi, di cui però non ricordo il numero di telefono. E mi sono reso conto in quel momento che non so il numero di nessuno, nemmeno dei miei figli. L’unico numero di telefono che ricordo è quello di mia moglie perché ha lo stesso telefono da venti anni e noi già stavamo insieme da quarant’anni e semplicemente è un numero che continuo a ricordare. Era l’unica speranza a cui attaccarmi.
Sono rimasto immobile, le bozze di un libro in mano, maglietta, mutande e piedi nudi. E con una riunione con Netflix, il più grande produttore mondiale di contenuti. Sono in questo studio da pochi mesi, non conosco nessuno, ho visto e salutato qualcuno, solo la signora della porta accanto una volta si è raccomandata di qualcosa. E allora ho suonato alla porta accanto. Niente. Ho suonato a un’altra porta sul ballatoio. Niente. Io volevo che aprissero, ma anche che non aprissero per non vedermi così. Sono da poco in questo palazzo, non mi conoscono, sono un uomo alto, grosso, con la faccia di uno di Caserta e se uno sa che sono uno scrittore che ha pubblicato dei libri è meglio; ma se non lo sa, e non lo sanno, vedono uno con dei tratti discutibili e di origine meridionale, semi nudo, che suona alle porte.
Dopodiché sento un cane abbaiare giù, so che è un cagnolino che mi vuole sempre mordere ma almeno è una traccia vivente. Faccio le scale, suono a una porta dove si sente un televisore acceso, apre il padrone col cagnolino in braccio, un signore piuttosto scettico di tutto e si vede, mi squadra e mi sembra si soffermi sui piedi nudi. Io gli dico: mi scusi se sto così ma sono rimasto fuori dalla porta. Sono talmente concitato che lui non capisce cosa gli ho detto. Il cane cerca di sfuggirgli e liberarsi dalla presa per saltarmi addosso. Io ho paura e lui lo capisce e dice: aspetti lo porto di là. Torna, ma è molto infastidito. Io spiego che sono rimasto chiuso fuori e che l’unico numero che ricordo è quello di mia moglie, se me la fa chiamare. Lui torna con un cordless e me lo porge ed è un gesto che avevo visto fare l’ultima volta quindici anni fa. Mi dà il cordless, compongo il numero di mia moglie, ma il cordless fuori dalla porta ha perso la linea e quindi non succede niente. Allora lui torna dentro, lo mette un attimo in carica ( non so perché), ritorna col cordless e il cordless funziona ( non so perché). Io finalmente riesco a comporre il numero in maglietta, mutande e piedi nudi, che lui continua a guardare. Ovviamente mia moglie non risponde. A quel punto affranto, e vedendo che lui si stava rompendo le palle di questa situazione col cane che abbaiava e il cordless in mano a me, ho detto: grazie, farò in un altro modo, non si preoccupi. Ero affranto e ho trovato assurdo che lui non fosse solidale e allora l’ho liberato. A quel punto sono tornato verso le scale, c’era un silenzio tombale in tutto il condominio, tranne le voci della riunione che provenivano dall’interno del mio studio e non sapevo cosa fare. Ho poggiato l’orecchio alla porta e ho sentito qualcosa sul teaser del quarto episodio, mi sono chiesto a quel punto se si erano accorti che non c’ero più. Poi ho pensato: ora scendo per strada e fermo qualcuno. Ma il fatto di scendere scalzo e in mutande mi sembrava un atto difficile da compiere, problematico.
Quindi mi sono detto che devo prendere coraggio; ora provo a una delle altre due porte. Ho suonato a quella da dove proveniva un rumore di tv ma non mi ha aperto nessuno. Forse mi hanno visto da dietro la porta, chissà, e hanno deciso di non aprire. Oppure dentro quella casa vive solo un televisore, acceso. E dopodiché ho suonato all’altra porta dove c’è stata la mia salvezza.
Mi ha aperto una donna giovane e carina che mi ha guardato, ha guardato i boxer e soprattutto i piedi scalzi — e più tardi mi ha detto che erano stati i piedi scalzi a impressionarla, più del fatto che ero in mutande, e ho capito che anche al vecchio avevano impressionato i piedi scalzi più delle mutande. Forse perché le mutande erano nuove e secondo me molto belle, ma il segno di pazzia loro ritenevano stesse nei piedi scalzi.
Comunque, la donna giovane e carina ha aperto e mi ha guardato. Io ho detto: scusami, noi forse ci siamo incontrati una volta per le scale e scusami se mi presento così.
E lei ha detto: sei rimasto chiuso fuori. E io ho detto: sì, finalmente qualcuno che capisce. Lei ha detto: entra. E io ho detto: ma sono in mutande! Lei ha detto: chi se ne frega, entra, devi risolvere questa cosa. Sono entrato in casa di una donna sola, giovane e carina; e io in mutande e scalzo e con un pacco di bozze in mano. E a quel punto ho ammirato molto che lei non fosse impressionata e capisse cosa era successo. Perché a quel punto il maschio bianco eterosessuale che rappresento avrebbe potuto violentarla serenamente perché nel palazzo nessuno rispondeva al mio suonare alle porte, c’era il vecchio sotto che non voleva essere rotto le palle nemmeno da un episodio di stupro, e c’erano quelli della riunione di Netflix che prima di tutto erano da remoto e non avrebbero potuto comunque fare nulla, e poi stavano continuando la riunione anche se io ero sparito e credo che avrebbero continuato anche se avessero sentito le urla di una violenza.
Ma non sono solo il maschio bianco eterosessuale, sono anche io, e io non saprei nemmeno come fare.
Mi ha dato il suo telefonino, ho richiamato mia moglie, di nuovo non ha risposto. Alla vicina a un certo punto è venuta l’idea della mail, abbiamo la mail, vuoi scrivere? E io ho capito che era la salvezza, perché Giusi è sempre al computer, e comunque c’era fino a poco prima perché mi stava mandando delle email mentre facevo la riunione e quindi la vicina ha scritto una email di cui Giusi è tuttora entusiasta e ha detto che la conserverà per sempre, soprattutto per l’oggetto che diceva: AIUTO!
Quando le ho detto: chiama Giusi e dille di venire qua con le chiavi, lei ha detto il tipo di cosa che dice da tutta la vita: ah, ma io credevo che Giusi fosse ancora fuori Roma. E io sono impazzito perché mia moglie ha due caratteristiche pazzesche: crede sempre in qualcosa di diverso da quello che sta accadendo nella realtà, e basa la sua vita non su quello che succede nella realtà ma su quello che crede succeda nella realtà. Giusi è a Roma da giorni, e però lei credeva fosse ancora fuori Roma e quindi non solo non aveva intenzione di chiamarla ma voleva parlarne in quel momento, voleva di sicuro sapere quando era tornata e perché lei pensava che fosse ancora fuori. E io ho detto digrignando i denti: ne parliamo in un altro momento, adesso per favore chiama Giusi e falla venire qua.
E ho riagganciato, dopodiché Giusi ha chiamato — non so se per la mail o per la telefonata di mia moglie — ha detto: ok, arrivo. Ma io ho avuto la prontezza di aggiungere: per favore chiama Laura subito e dille cosa è successo, così lo dice a quelli di Netflix — perché il mio problema, in fondo, era la riunione in corso. Stanno facendo una riunione e io sono sparito da venti minuti almeno. La vicina quando ha sentito Netflix ha cominciato a chiedermi che lavoro facessi. E quindi per i trenta minuti successivi, fino a quando Giusi non è arrivata, io in mutande nuove e piedi scalzi raccontavo borioso che facevo lo scrittore e facevo il fico: sai ho fatto questo, ho fatto quello, e proprio adesso ero in riunione con Netflix, capisci. Lei si è tranquillizzata definitivamente, perché il fatto che fossi uno scrittore le ha fatto pensare che non avrei fatto nulla di male ( penso sia una cazzata, ma anche di questo ne parliamo in un altro momento). E io ero tesissimo perché a un certo punto ho aperto la porta e mi sono riaffacciato sul ballatoio e ho sentito nel silenzio assoluto delle vocine che arrivavano dal mio studio: la riunione Netflix continuava.
E soprattutto, ho scoperto dopo — quando è arrivata Giusi, che aveva chiamato Laura — che Laura era nel panico, faceva sì con la testa durante la riunione a proposito del teaser del quarto episodio e di tutto il resto, e intanto pensava ma che cazzo è successo, si sarà sentito male di sicuro, avrà avuto un infarto o un ictus, ha pensato che ero lì a terra morente e che nessuno poteva farci niente. Gli altri hanno semplicemente pensato: questo è pazzo, oppure che cafone, oppure ricordiamoci di non farlo lavorare mai più. Ma Laura non sapeva come gestire questa cosa, perché io sono sparito e lavoro con lei da molti anni, mi vuole molto bene e sa che è una cosa del tutto inusuale che io a un certo punto sparisca nel mezzo di una riunione, ma loro continuavano ( scioccati ma professionali) a fare la riunione: l’episodio 4, forse potremmo anticipare l’entrata in scena; e Laura pensava: il mio amico sta morendo e noi stiamo qui a parlare di una serie tv.
E quando sul suo telefono è comparso il numero di Giusi, si è spaventata ancora di più, ha pensato: ecco mi sta chiamando Giusi per dirmi che purtroppo è successa una disgrazia. Ha urlato al telefono: cosa è successo? E Giusi ha detto: non ti preoccupare, è rimasto chiuso fuori. E quindi Laura l’ha comunicato in riunione e ha rassicurato tutti che ero vivo. Io stavo lì con la vicina che diceva: ah devo leggere i tuoi libri. I libri dello scrittore in mutande e piedi scalzi. E a un certo punto finalmente è arrivata Giusi che saliva e scendeva per le scale, continuava a chiamare la vicina dicendo: ma Francesco dove sta, non lo vedo. La vicina le ha detto: vieni, di qua. Io ho aperto le porta, Giusi è entrata e ha detto alla vicina queste testuali parole: scusaci tanto, noi abbiamo un problema con lui.
Ed era tipo una scena di quei film con la badante che deve inseguire il vecchio con l’Alzheimer che si perde per la città, e nessuno lo trova, e poi lo ritrovano nel parco e lo recuperano e lo portano a casa.
Ma mi sto tuttora chiedendo: cosa voleva dire Giusi con quel “ noi”? Noi chi?
Quindi siamo entrati nello studio e incredibilmente la riunione c’era ancora, ma io sono subito corso a riabbracciare forte, fortissimo, il mio telefonino. Poi con lui in braccio mi sono seduto, stavano parlando di un film tratto da un libro della stessa autrice da cui abbiamo tratto la serie tv ( non la nomino per non coinvolgere anche lei in questa storia triste), che erano tutti curiosi di vedere perché dicevano che era stato molto fedele al libro.
Come succede in queste riunioni, loro hanno sorriso quanto permette di sorridere la loro professionalità, cioè pochissimo. Hanno pensato: è ovvio che questo poi non lo vogliamo vedere mai più. E abbiamo chiuso la riunione con il compito implicito, carino, detto in modo gentile: adesso però non rompi il cazzo, le note te le fai spiegare dagli altri e fate la revisione. E io ho detto: assolutamente sì. E abbiamo chiuso il collegamento.
Dopo un secondo mi ha chiamato Laura in una crisi di panico perché ha sfogato in quel momento la paura che aveva avuto per tutto quel tempo e che non aveva potuto mostrare durante la riunione. Ha detto: ero sicura che ti fosse successo qualcosa. E così, dicendolo, si è messa a piangere. Giusi ha sentito che io la rassicuravo: Laura, non piangere, non è successo niente — e si è buttata sul divano a ridere. Ma Laura credo avesse avuto solo paura che la revisione poi le toccava farla da sola.