Nuovo cinema Arabia
di Alessandra De Tommasi , di Alessandra De TommasiE' stato considerato una sorta di cavallo di Troia per l’ingresso dei valori occidentali, l’Arabia Saudita l’ha proibito. Il divieto, durato 35 anni e terminato nel 2018, ha portato a un’ulteriore chiusura nel Regno più conservatore del Medio Oriente, in risposta al sequestro della Grande Moschea della Mecca nel 1979.
Oggi è in corso un’inversione di tendenza, con la volontà di creare una specie di Arab-Hollywood, un luogo dove la settima arte sia al tempo stesso industria e intrattenimento. Uno dei primi passi verso la sua realizzazione ha avuto luogo a Gedda (con buona pace di Riyad, la capitale saudita), agli inizi di dicembre con il Red Sea International Film Festival. Già in programma nel 2020 e poi rimandato a causa della pandemia, l’evento ha riunito nella città patrimonio dell’Unesco lo storytelling di tutto il mondo. Una prima edizione storica, quindi, che ha riportato in sala una nazione asseta…
E' stato considerato una sorta di cavallo di Troia per l’ingresso dei valori occidentali, l’Arabia Saudita l’ha proibito. Il divieto, durato 35 anni e terminato nel 2018, ha portato a un’ulteriore chiusura nel Regno più conservatore del Medio Oriente, in risposta al sequestro della Grande Moschea della Mecca nel 1979.
Oggi è in corso un’inversione di tendenza, con la volontà di creare una specie di Arab-Hollywood, un luogo dove la settima arte sia al tempo stesso industria e intrattenimento. Uno dei primi passi verso la sua realizzazione ha avuto luogo a Gedda (con buona pace di Riyad, la capitale saudita), agli inizi di dicembre con il Red Sea International Film Festival. Già in programma nel 2020 e poi rimandato a causa della pandemia, l’evento ha riunito nella città patrimonio dell’Unesco lo storytelling di tutto il mondo. Una prima edizione storica, quindi, che ha riportato in sala una nazione assetata di storie, soprattutto internazionali. Le proiezioni sold out e le lunghe file all’ingresso delle multisala (costruite nella Old City solo per i dieci giorni della manifestazione) hanno dimostrato che non basta lo streaming: la popolazione locale, disciplinatamente divisa per generi, ha sentito l’esigenza forte della condivisione di uno spazio fisico, reale, immersivo.
Lo stupore dei tanti giovani, anzi giovanissimi, che non hanno mai guardato una storia sul grande schermo fino a pochi giorni fa, ha incarnato alla perfezione il concetto di magia della sala. Ed entro il 2030, ci aspetta che gli schermi arrivino a duemila (per una popolazione di quasi 35 milioni di persone).
In Arabia Saudita, d’altronde, non c’è un’industria legata al settore né una scuola per cineasti, ma l’onda del cambiamento - come la chiamavo in zona - ha ispirato comunque la nascita 27 lungometraggi sauditi (tra i 138 presentati durante l’evento). Grazie a sinergie internazionali, studi oltreoceano e contaminazioni culturali, la voce della settima arte torna a farsi sentire.
Lo sa bene Haifaa Al-Mansour, prima regista araba: oggi è insignita del premio alla carriera, ma dieci anni fa si è ritrovata chiusa in un furgone per dirigere La bicicletta verde senza urtare la sensibilità della popolazione più intransigente: all’epoca la sola idea che fosse una donna a dare ordini agli uomini era oltraggiosa. «Da piccola – ricorda – gli amici di famiglia più conservatori mi ripetevano che sarei andata all’inferno se avessi guardato anche un solo film. Io, invece, durante la ricreazione, improvvisavo recite e raccontavo ai compagni i gossip sulle star e loro si divertivano da matti. La mia passione per le storie è nata lì e oggi ispira altre ragazze. Non potrei essere più orgogliosa all’idea che oggi un blockbuster come Eternals sia affidato a una donna. Quanto mi piacerebbe un bel cinecomic Marvel!».
Sognano in grande anche i fratelli registi sauditi Maan e Yaser bin Abdulraham, detti “B Brothers”. Dopo dieci anni di studi negli States sono tornati in patria per il primo lungometraggio, l’horror Junoon: «Finalmente possiamo mostrare al mondo quanto l’Arabia sia cool – dice Maan – ricca di storie universali e capaci di viaggiare oltre confine». «Se oggi abbiamo la possibilità di esprimerci – gli fa eco Yaser – è perché il governo ci ha fornito una borsa di studio. Da piccoli seguivamo sempre papà, che fa il medico, in giro per i convegni e riprendevamo tutto con una telecamerina. E da quei filmini di famiglia siamo stati incoraggiati a tirar fuori un lavoro. I nostri genitori affittavano per noi nelle videoteche franchise come Mamma ho perso l’aereo o Harry Potter e siamo elettrizzati all’idea che invece le nuove generazioni possano guardare film nati qui, in un mercato del cinema ancora vergine come quello saudita. La sfida? Mostrare la società senza taboo».
Lo testimoniano progetti impensabili fino a poco tempo fa, come Sharaf, il primo film pan-arabico, che mette in scena sette nazioni (Tunisia, Algeria, Egitto, Palestina, Libano, Siria e Libia). Il dramma carcerario è tratto dal romanzo autobiografico di Sonallah Ibrahim, scrittore egiziano e dissidente politico, in galera per cinque anni. «La libertà - spiega il regista Samir Nasr – è esplorata in senso fisico ma anche intellettuale. Il racconto critica il sistema giudiziario arabo e s’ispira al cinema politico di Costa-Gavras e Marco Rosi.
Per questo realizzarlo è stata un’epopea: la censura ce lo ha bocciato (per via di scene forti come masturbazioni e stupri tra uomini), molti attori si sono tirati indietro per paura di ritorsioni, le forze dell’ordine hanno fatto incursioni, sono stati negati i visti al cast e alla dogana una volta hanno pure bloccato il produttore tunisino».
I conflitti, infatti, restano un tema tanto spinoso nella regione da costringere i produttori dell’egiziano Amira a ritirare il film dalla competizione. È la storia di una ragazza palestinese nata in provetta: si crede che lo sperma sia del padre, detenuto in una prigione israeliana, invece appartiene a uno dei carcerieri.
«Non ho ancora visto il film purtroppo, ma sono solidale con il team creativo – commenta l’attore palestinese e rifugiato Ahmed Al Munirawi, protagonista di Sharaf – anche se capisco anche il pubblico palestinese. Abbiamo ferite ancora aperte, con oltre 5000 prigionieri politici dietro le sbarre e tantissimi morti per la causa. Ecco perché comunque è cruciale che il cinema arabo esista e abbia una possibilità di essere guardato prima di venir giudicato». Uno dei problemi, a sentire il regista iracheno Shawkat Amin Korki, è la «diffidenza reciproca tra Oriente e Occidente. Nel mio film The Exam, ad esempio, parlo della delicata questione dell’istruzione, un tema universale: stiamo vivendo una pandemia culturale, qui nei paesi arabi. Ecco perché questo festival amplifica l’SOS che stiamo mandando al mondo: l’arte è un ponte per il dialogo e ora è cruciale per sopravvivere».