Inventing Anna. La regina della truffa
di Antonio Dipollina , di Antonio DipollinaShonda Rhymes, tra le poche al mondo a suonare vagamente famigliare al di là della cerchia di adepti (grazie soprattutto a Grey's Anatomy). Produttrice e autrice, da non molto volata su Netflix con risultati immediatamente percepibili: ovvero Bridgerton, un anno fa, la sorprendente serie ibrida nell'altissima società londinese in epoca Regency. Siccome tutti aspettano l'imminente seconda stagione, Shonda - il cui universo è sintetizzato in Shondaland - ha potuto anche giocare di sponda per onorare il contratto stellare in atto. E quindi l'11 febbraio Netflix ospita intanto un'altra serie destinata a clamore, o almeno con tutti i presupposti per.
Cambiano di netto luogo ed epoca (siamo a New York in anni recenti, dal 2015 in avanti) ed è Inventing Anna. Da una storia vera, venuta alla luce per un chilometrico articolo uscito sul New York Magazine. Dentro, una storia che andava già oltre la fiction: ma vera, con una protagonista os…
Shonda Rhymes, tra le poche al mondo a suonare vagamente famigliare al di là della cerchia di adepti (grazie soprattutto a Grey's Anatomy). Produttrice e autrice, da non molto volata su Netflix con risultati immediatamente percepibili: ovvero Bridgerton, un anno fa, la sorprendente serie ibrida nell'altissima società londinese in epoca Regency. Siccome tutti aspettano l'imminente seconda stagione, Shonda - il cui universo è sintetizzato in Shondaland - ha potuto anche giocare di sponda per onorare il contratto stellare in atto. E quindi l'11 febbraio Netflix ospita intanto un'altra serie destinata a clamore, o almeno con tutti i presupposti per.
Cambiano di netto luogo ed epoca (siamo a New York in anni recenti, dal 2015 in avanti) ed è Inventing Anna. Da una storia vera, venuta alla luce per un chilometrico articolo uscito sul New York Magazine. Dentro, una storia che andava già oltre la fiction: ma vera, con una protagonista ospitata oggi in una prigione federale e però, pochi anni fa, giovane regina o quasi del mondo affluente newyorchese, tra un investimento folle, un progetto ispirato all'arte moderna in zona Koons e compagnia, hotel a innumerevoli stelle dove abitare per mesi, aerei privati noleggiati per recarsi a un convegno di Warren Buffett, il più ricco di tutti.
Però quell'aereo non è mai stato pagato, il conto degli hotel nemmeno o quasi, i progetti sono naufragati. E il motivo è semplice e non si può ridurre alla definizione truffatrice riservata a lei, Anna Delvey: venticinquenne, origini misteriose - qualcuno le coglie l'accento russo, lei si vende come ereditiera tedesca in ansiosa attesa dei 26 anni per sbloccare un fondo paterno di 60 milioni di dollari, e così via. Non è una questione di semplice truffa, perché una normale pataccara non avrebbe mai resistito per anni in quel gioco a rischio quotidiano, trovando all'ultimo momento sempre nuovi prestiti per nuovi bonifici con cui saldare qualche conto e riacquistare fiducia, sfoderando il sorriso furbastro e gli outfit da migliaia di dollari che da qualche parte, comunque, arrivavano a rifornire un guardaroba sbalorditivo.
Storia folle, che si direbbe divisiva. È ovvio che ci saranno spettatori a milioni convinti che, ad Anna l'impunita, bisogna semplicemente blindare la porta della cella e abbandonarla al miserevole dimenticatoio che merita: ma appunto, già non sta andando in quel modo. La sua storia, letta sul Magazine, ha conquistato tutti, sono arrivate le offerte, lei ha rifiutato all'ultimo minuto il patteggiamento - che l'avrebbe fatta sparire di scena - e ha proseguito: con i soldi per i diritti sulla sua vita ha saldato un bel po' di debiti, altri ne rimangono ma il senso è quello dell'intera storia: ne ha inventata un'altra per provarci ancora e ancora. E tecnicamente, lei è davvero figlia di un piccolissimo imprenditore in cattive acque, cresciuta alle porte di Mosca, non si chiama Delvey ma Sorkin, ma niente di più.
Storia irresistibile, appunto. E servita a dovere dall'intero giro Shondaland: negli episodi, agisce un po' a specchio una giornalista, Vivian (Anna Chlumsky) che scopre la storia di Anne e inizia un lavoro di mesi per ricostruirla: è incinta da parecchio, soffre e si intigna nella sua opera - ad aiutarla, una meravigliosa crew di colleghi in redazione, tutti vecchio stampo e confinati in un angolo che è quasi una Rsa del giornalismo boomer.
Primo obiettivo, stabilire il contatto con Anna, in carcere: il gioco diventa di quelli quasi morbosi, Vivian raccoglie prove mentre la serie, spiegano gli autori, alterna il presente di ricerca e indagini al passato recente delle avventure di Anna, che ogni mattina indossa la maschera da socialite e si inventa un nuovo trucco, ovvero una nuova truffa, per portare il gioco oltre l'immaginabile. Senza una padronanza estrema della gestione dell'ambiguità, il racconto rischierebbe di perdersi dentro una storia glamour e d'impatto, nella quale far sfilare scene da sogno tra un ricevimento e l'inaugurazione di una mostra newyorchese.
Ma, è la promessa, tutto invece rimane sul filo di una tensione emotiva che piove addosso allo spettatore minuto per minuto.L'intera vicenda avrebbe meno impatto senza la protagonista, ovvero la sua interprete. Julia Garner: chi ha visto la bella serie Ozark la conosce alla perfezione, è la ragazza du pays - appunto gli Ozark, laghi, vacanze e narcotraffico - che con broncio infinito innerva la vicenda fin dall'inizio. Il broncio funziona, Julia si è ritrovata di colpo dentro un grande futuro, pubblicità di griffes top-level e ora questo che sembra davvero il lancio decisivo. Non è bellissima, non è perfetta, il fascino è indefinibile, ma questa sta diventando la sua fortuna. E soprattutto, con Shonda a sovrintendere, mostra la consapevolezza di essere approdata al giro giusto, senza truffe, senza inganno.