Fumetti. L'enciclopedia dei ciclopi di Aminder Dhaliwal
di Gabriele Di Donfrancesco , di Gabriele Di DonfrancescoA volte per parlare del presente c'è bisogno di una bella metafora. Di solito viene in aiuto la fantascienza. Qui, invece, i ciclopi. Beninteso, non quelli omerici, bensì persone normali: individui moderni ma con un occhio solo e per questo martoriati nei secoli. Per ovvi motivi, detestano Ulisse. Oggi che i diritti se li sono conquistati, devono ancora fare i conti con pregiudizi e discriminazione. Aminder Dhaliwal, 33 anni, anglo-canadese di origini indiane trapiantata a Los Angeles, ha impiegato anni a costruire questa metafora a fumetti del razzismo. Prima con le vignette su Instagram, dove la seguono in 200 mila, poi con un graphic novel, la sua Cyclopedia Exotica applaudita dal New York Times.
Il motivo del successo? La comicità che permea questa (en)ciclopedia delle ipocrisie del presente. Non c'è vittimismo, anche se i personaggi, che seguiamo nell'arco di un anno o più, patiscono gli stereotipi. Più spesso, ne ridono; a v…
A volte per parlare del presente c'è bisogno di una bella metafora. Di solito viene in aiuto la fantascienza. Qui, invece, i ciclopi. Beninteso, non quelli omerici, bensì persone normali: individui moderni ma con un occhio solo e per questo martoriati nei secoli. Per ovvi motivi, detestano Ulisse. Oggi che i diritti se li sono conquistati, devono ancora fare i conti con pregiudizi e discriminazione. Aminder Dhaliwal, 33 anni, anglo-canadese di origini indiane trapiantata a Los Angeles, ha impiegato anni a costruire questa metafora a fumetti del razzismo. Prima con le vignette su Instagram, dove la seguono in 200 mila, poi con un graphic novel, la sua Cyclopedia Exotica applaudita dal New York Times.
Il motivo del successo? La comicità che permea questa (en)ciclopedia delle ipocrisie del presente. Non c'è vittimismo, anche se i personaggi, che seguiamo nell'arco di un anno o più, patiscono gli stereotipi. Più spesso, ne ridono; a volte è l'imbarazzo a divertire, come quando per non dire una cosa scorretta si fa peggio. Ma l'ironia non nasconde il significato più profondo degli episodi, che messi insieme raccontano il tentativo di costruire una società post-razziale con l'esempio delle proprie vite, nonostante le contraddizioni che si trovano lungo il percorso. "La commedia è anche questo - ci dice Dhaliwal su Zoom - dopo una battuta è più facile parlare di qualcosa di più profondo".
Uno dei primi grandi temi con cui si apre il fumetto è, infatti, molto serio: la monetizzazione delle minoranze, per cui la libertà di un gruppo ha valore solo se ci si può guadagnare qualcosa. È così?
"Sì, spesso si smette di essere discriminati, ma solo per essere sfruttati come potenziale mercato".
Ha vissuto anche lei questa cosa?
"Fa parte della mia esperienza di come le minoranze vengono accettate e di quanto potere puoi disporre se risulti più redditizio come consumatore. L'ho imparato, però, quando lavoravo in tv: se non c'è già un mercato per un programma che potrebbe aumentare la rappresentanza televisiva di una minoranza, questo non viene prodotto. Anche se basterebbe mandarlo in onda per creare un pubblico"
Racconta anche di come le aziende cercano di lucrare su effetti di un passato di discriminazione, come il senso di inadeguatezza. I ciclopi si operano per avere due occhi. Nel mondo reale si vendono creme per schiarire la pelle...
"Quando sono andata in India questi prodotti erano un po' ovunque. Penso a quelli che lisciano i capelli afro. O alle operazioni per cambiare gli occhi degli asiatici. Non si tratta solo di essere monetizzati. Il mercato chiede di omologarti alla maggioranza. E c'è una gerarchia in questo: non troverai mai prodotti per assomigliare alla minoranza"
I suoi ciclopi sono vittime di questo mondo, ma non c'è vittimismo.
"Non volevo ci fosse, né che loro diventassero materiale per barzellette, come non dovrebbero mai esserlo le minoranze. Però c'è un lato comico nel modo in cui interiorizziamo certi atteggiamenti razzisti. Non volevo che qualcuno si sentisse dispiaciuto per i personaggi, ma che si identificasse con loro. Il contrario è quello che si chiama 'trauma porn', il provare piacere da uno spettacolo triste, come al cinema. Mi ci sono trovata in trappola anch'io, alle volte. È in fondo il gusto di rimanere sulla superficie di un problema, ma senza scendere nel dettaglio. Io ironizzo, invece, sui momenti in cui ti ritrovi a cadere nelle stesse trappole di pensiero delle persone da cui vorresti distanziarti".
È il cuore del suo fumetto?
"Non solo. Lo vedo come un libro sulle micro aggressioni. Puoi lamentarti un giorno con un amico per un fatto che ti è successo e può non sembrarti una gran cosa, ma alla fine, se si verifica ogni giorno, dal micro passi al macro. Come con queste vignette: insieme sono quasi trecento pagine e hanno un peso".
L'umorismo può essere una cura?
"Sì e no, perché è un'arma a doppio taglio. Io sono indiana e le persone che prendono di più in giro gli indiani sono, appunto, gli indiani. Ma è frustrante quando qualcuno che non è parte del tuo gruppo inizia a fare certe battute, perché poi arrivano le persone sbagliate che le trasformano in stereotipi o strumenti di violenza"
È il peso delle parole, ma il loro significato non cambia col tempo?
"Ne parlo nel libro. C'è stato un periodo in cui correggevo mia madre perché usava termini per me offensivi; lei rispondeva che ai suoi tempi erano invece rivoluzionari. Oggi sono io che vengo corretta dai più giovani: è un ciclo continuo. Per questo dovremmo essere meno rigidi, specie con gli anziani: a volte lo spirito con cui si dice qualcosa è più importante del modo in cui lo si dice. Ma questo non significa che le parole non vadano pesate. Dalla volontà di correggerti o meno si capisce che persona sei".