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Festival. Colum McCann: "Ecco perché scrivo storie"

Una pubblicità della Olivetti Lettera 22. Litografia di Giovanni Pintori
  
L’autore di “Apeirogon” racconta in esclusiva per Robinson come ha iniziato la sua carriera. Lo scrittore è il vincitore del Premio Terzani
4 minuti di lettura

Era il 1986. Avevo ventun anni. Era il mio secondo giorno in America e stavo esaminando un'antica macchina da scrivere Olivetti nera in un negozio dell'usato a Hyannis, Cape Cod. Il nastro era sfrangiato. Il suono del campanello al ritorno del carrello mi ricordava i vecchi tram. I martelletti dei tasti "c" e "o" erano curvati e colpivano il rullo solo in parte, al punto che quando digitai il mio nome mi parve strano, sdentato, capovolto. Avrei dovuto avere più giudizio, ma comprai la macchina da scrivere per cinquanta dollari e la portai in una stanzetta che avevo preso in affitto. Da un paio d'anni nutrivo il sogno di scrivere un romanzo. Avrei voluto inserirci un gigantesco rotolo di carta, alla Jack Kerouac, e su quello iniziare a scrivere. Ma carta del genere non la si trovava in giro, e così optai per dei normalissimi fogli A4. Era un sogno ridimensionato, ma che importava: avrei comunque scritto il mio romanzo.

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Era il 1986. Avevo ventun anni. Era il mio secondo giorno in America e stavo esaminando un'antica macchina da scrivere Olivetti nera in un negozio dell'usato a Hyannis, Cape Cod. Il nastro era sfrangiato. Il suono del campanello al ritorno del carrello mi ricordava i vecchi tram. I martelletti dei tasti "c" e "o" erano curvati e colpivano il rullo solo in parte, al punto che quando digitai il mio nome mi parve strano, sdentato, capovolto. Avrei dovuto avere più giudizio, ma comprai la macchina da scrivere per cinquanta dollari e la portai in una stanzetta che avevo preso in affitto. Da un paio d'anni nutrivo il sogno di scrivere un romanzo. Avrei voluto inserirci un gigantesco rotolo di carta, alla Jack Kerouac, e su quello iniziare a scrivere. Ma carta del genere non la si trovava in giro, e così optai per dei normalissimi fogli A4. Era un sogno ridimensionato, ma che importava: avrei comunque scritto il mio romanzo.

Colum McCann (foto Leonardo Cendamo / Getty Images) 

Per la fine dell'estate avevo già un bel po' di pagine sparse sul pavimento intorno a me, perlopiù accartocciate come da cliché per via di altri cliché. E, peggio ancora, riuscivo a malapena a leggere quello che avevo scritto. I tasti stravaganti e il nastro consunto davano l'impressione che una lingua straniera, un bizzarro cirillico, si fosse impossessata della pagina.

A volte l'ovvio ci colpisce con la potenza di una scure. Conclusi, non senza una punta di rammarico, che ero un ragazzo irlandese di ceto medio, vissuto per tutta la vita a Dublino senza alcun senso della difficoltà e del trauma, e che per poter scrivere qualcosa avrei dovuto fare qualcosa.

Rivendetti la mia macchina da scrivere per venti dollari. Comprai una bicicletta. E trascorsi i due anni che seguirono a pedalare attraverso gli Stati Uniti d'America.
Ho sempre pensato che nella propria vita e nel proprio territorio si debba pretendere qualcosa di più essenziale di un semplice indirizzo postale. Altrimenti ci limitiamo a sopravvivere e il mondo si trasforma in un cul-de-sac dove il solo estraneo che potremmo mai incontrare siamo noi stessi.

Ero cresciuto a Dublino dove le possibilità di sopravvivenza erano infinite, ma attraversando in bicicletta un intero continente stavo esplorando il fascino del perdersi, dello svestirsi del passato, del ritrovarsi in una sorta di esilio interiore, se non territoriale. Certo, allora tutto questo non lo comprendevo: aver coscienza di troppe cose, come disse una volta Dostoevskij, significa essere malati. Siamo giovani una volta solo, e non ha senso pensarci fino a quando giovani non lo saremo più.

A quel tempo, volevo tracciare un nuovo sentiero. Volevo afferrare ogni possibile esperienza. Volevo darmi una mossa, ubriacarmi, sballarmi, innamorarmi. Volevo essere ovunque, andare ovunque, assorbire ogni cosa come un gigantesco foglio di carta assorbente. Volevo conoscere questo grande mistero che avevo chiamato Amerika, con la "k".
Il viaggio durò quasi due anni, mi costò tre cambi, quindici gomme e dodicimila chilometri e, in sostanza, fu un'avventura fra il perdere un sé stesso e guadagnarne un altro.

Ho alloggiato con povere famiglie nere nella Carolina del Sud. Ho trascorso una settimana con i contadini Amish della Pennsylvania. Ho lavorato come guida di delinquenti minorenni in un programma a contatto con la natura nei deserti del Parco nazionale di Big Bend. Ho giocato a football in Messico per recuperare il portafoglio e il passaporto che mi erano stati rubati. Ho passato una notte nella roulotte di un uomo che, ho scoperto in seguito, aveva trascorso sette anni nel carcere di San Quintino per omicidio. Ho dormito nei vigneti, sotto i ponti, sui sentieri di montagna, nelle aree di campeggio, nelle ville, nelle roulotte e, per due notti, perfino in una cella di prigione: una mentre mi riparavo da un tornado, l'altra per ubriachezza e disturbo della quiete pubblica a Jackson Hole, nel Wyoming. Ci sono stati incendi, tempeste di vento, temporali, risse da bar e altre intime disavventure. Ho assorbito un continente meglio che potevo e ho finito pedalando attraverso il Golden Gate Bridge con le lacrime agli occhi.

Quindi, cos'era per me l'Amerika allora?
Be', in verità, non esiste un unico modo per descrivere quel tentacolare, brulicante, crudele, terrorizzato, magnifico, compiaciuto, nevrotico, insensato, rozzo, chiassoso, scomposto e malconcio mucchio di immondizie di un paese. L'ho percorso verso nord e verso sud, da costa a costa, e attraverso almeno qualche migliaio di vite. Ogni minuscolo frammento di scenario conteneva, in realtà, un intero paesaggio. Quando le persone oggi mi chiedono com'era, posso solo rispondere che era come qualsiasi altro luogo, ma diverso. Avrei potuto scrivere tante parole in lode alla bruttezza quante ne avrei potute scrivere sulla bellezza. Il filo spinato nel Bronx era struggente quanto la staccionata nel Wyoming. La lattina di Coca-Cola sulla testa lanciata dal pick-up di passaggio non era certo un gesto di benvenuto. L'ultimo uovo nel frigorifero della povera famiglia di Gallup, nel New Mexico, aveva un sapore molto migliore della cena in una steakhouse di San Francisco. Il bagno nel Colorado mi aveva formicolato la schiena più di qualsiasi jacuzzi di città.

E così la mia corsa attraverso l'America è stata impetuosa, fiduciosa e bellissima, e non ho mai presunto nulla su nessuno e su nessun luogo. Non ho cercato di forzare una risposta, perché di solito era più irrisolta della domanda stessa
Ma c'è una cosa, un denominatore comune che posso scoprire. Ogni vita ha il suo punto di fissità, certe piccole immobilità che ci tengono ancorati anche nell'attuale vertiginosa corsa del mondo. Ci sono posti dove stare in cui è possibile leggere il passato e dedurre il futuro, e questi luoghi sono le storie.

Non importa chi siamo o da dove veniamo: c'è sempre un bisogno profondo di raccontare una storia. Le storie sono la duratura convergenza umana. Possono essere divertenti, possono essere tristi, possono essere brutali o tenere, possono essere qualunque cosa tu desideri. E sono universali: sono sia mito sia espressione di sé, rimbalzanti in un'unica palla di linguaggio acutamente sentito. Aristotele diceva che tutte le cose cercano la loro origine. Lo scopo del raccontare una storia non è tanto la storia in sé, quanto ciò che la storia dice della tua anima.

Sono giunto a credere che una cosa come la verità assoluta non esiste, ci sono, invece, delle storie ... e qualunque sia la verità che ne deriva è il meglio che ci si possa aspettare, o almeno così dovrebbe essere.
Ecco perché - dopo aver portato una bicicletta da una parte all'altra di un continente - sono diventato un narratore, ed ecco perché, in definitiva, è ancora tutto ciò che voglio essere.
(Traduzione di Marinella Magrì)

 

Il Festival

Il Premio Terzani verrà consegnato al vincitore Colum McCann, sabato 14 maggio durante il Festival vicino/lontano a Udine. Info su www.vicinolontano.it