A Oxford, cercando l’ombra di Tolkien
dal nostro inviato Dario Olivero , dal nostro inviato Dario OliveroOXFORD. Il viaggio inaspettato comincia una notte d’inverno come spesso accade. È un giovedì sera qualsiasi, l’anno potrebbe essere il 1937. L’orologio del Magdalen College, che qui a Oxford tutti pronunciano “Molin”, ha battuto le nove, seguito e preceduto dagli orologi degli altri campanili. Ultimi suonano i rintocchi del Great Tom alla Christ Church, un chilometro più a ovest. L’appartamento al Magdalen è freddo perché il carbone nel camino non ha ancora ricominciato ad ardere: gli inquilini sono da poco rientrati e gli ospiti, due, tre o quattro a seconda delle serate, appena arrivati. Uno dei due roommate ha fatto il tè, nell’aria c’è odore delle cicche nei posacenere che l’altro inquilino non svuota mai, ma fortunatamente coperto dalle zaffate di Balkan che vengono dalla pipa del professore che sta per riprendere a leggere ad alta voce il manoscritto della sua seconda grande op…
OXFORD. Il viaggio inaspettato comincia una notte d’inverno come spesso accade. È un giovedì sera qualsiasi, l’anno potrebbe essere il 1937. L’orologio del Magdalen College, che qui a Oxford tutti pronunciano “Molin”, ha battuto le nove, seguito e preceduto dagli orologi degli altri campanili. Ultimi suonano i rintocchi del Great Tom alla Christ Church, un chilometro più a ovest. L’appartamento al Magdalen è freddo perché il carbone nel camino non ha ancora ricominciato ad ardere: gli inquilini sono da poco rientrati e gli ospiti, due, tre o quattro a seconda delle serate, appena arrivati. Uno dei due roommate ha fatto il tè, nell’aria c’è odore delle cicche nei posacenere che l’altro inquilino non svuota mai, ma fortunatamente coperto dalle zaffate di Balkan che vengono dalla pipa del professore che sta per riprendere a leggere ad alta voce il manoscritto della sua seconda grande opera, o almeno tale tutti pensano che sarà.
Non ha ancora un titolo: è semplicemente The New Hobbit, cioè il sequel di quel primo titolo che ha reso il professor J.R.R. Tolkien una celebrità: non più un oscuro docente di letteratura inglese con una forte inclinazione a considerare tale solo quella fino al Medioevo, ma il profeta di un genere che oggi chiamiamo fantasy ma che lo stesso profeta definiva maldestramente e con poca postuma fortuna legendarium.
Un nuovo hobbit
Ad ascoltare la lettura, i personaggi principali: i padroni di casa C.S. Lewis (per gli amici Jack) e il fratello Warnie, il poeta e molto altro Charles Williams e a rotazione personaggi che con questa vicenda hanno meno a che fare. Perché il trio che passerà alla storia come anima e motore del club degli Inklings sono Jack, J.R.R. (per gli amici Ronald) e Charles. Perché Inklings? Li chiamò così nel 1933 un giornalista con un certo ovvio talento per i titoli: un gruppo che si dilettava a ragionare su opere più ipotetiche che reali o come diceva Tolkien, gente con più idee di quelli che si affannavano a scriverne. Proprio intorno a quell’anno, tra le altre cose, Ronald iniziò a leggere una cosetta che aveva buttato giù per i figli, parlava di una creatura della statura di uno gnomo ma dalle fattezze di un uomo chiamata Hobbit. Con voce calma nonostante una certa apprensione per il giudizio dello sparuto ma competente pubblico e fermandosi ogni tanto per decifrare la propria calligrafia, Ronald espone trama e dubbi.
Siamo al capitolo in cui gli Hobbit e i loro compagni arrivano alle porte di Moria, di fatto il vero inizio del viaggio nelle tenebre. Tolkien esita su due versioni che non ha ancora chiare sull’iscrizione della porta di accesso: se la parola magica, l’apriti Sesamo di Aladino, sia l’espressione elfica Mellyn oppure Meldir e non è certo che siano omogenee le scansioni temporali della giornata. Chiede se sia chiaro che a questo punto la Compagnia ha alle costole Gollum e qualcuno non ricorda che cosa aveva detto a proposito di un’antica leggenda di una regina degli elfi uno dei compagni dell’anello, tale Trotter. Per gli annali, Trotter diventerà Strider così come il New Hobbit vent’anni dopo sarà finalmente pubblicato con il titolo Il Signore degli anelli.
Poi la discussione, ricostruita da Humphrey Carpenter, appassionato biografo degli Inklings, si sposta e diviene più generale: si passa all’antroposofia di Rudolf Steiner; all’incantesimo sotto il quale tutti vivono, quello di William Morris, architetto, marxista, poeta di gesta medievali, oxoniano come i colleghi preraffaelliti e grande tessitore di motivi e figure che trasportano l’Oriente verso l’Occidente o forse viceversa; all’immaginazione attiva di Jung e come questa possa essere al servizio dell’ispirazione; al cristianesimo vissuto in maniera così diversa dal cattolico Tolkien, dal convertito Lewis e dall’esoterico con qualche passata scivolata crowleiana Williams.
Soprattutto si parla di una visione del mondo decisamente inattuale, per alcuni reazionaria per altri libertaria, per alcuni cristiana per altri neopagana: una visione mitopoietica. Come diceva Tolkien: il linguaggio non è che una malattia della mitologia. Chiamiamo l’albero albero e la stella stella non pensando che gli uomini dietro questi nomi vedevano cose molte diverse da quelle che vediamo noi. Non organismi vegetali o oggetti siderali che ubbidiscono a traiettorie matematiche, ma parole vive con un’essenza mitologica: vedevano le stelle come argento vivo che bruciava nel fuoco rispondendo a una musica eterna, l’intera creazione come intessuta nel mito e modellata dalle sapienti mani degli elfi.
Il genio del mito
Del mito nulla si crea e nulla si distrugge. Del mito tutto si trasforma. Qui a Oxford soprattutto. Anche se ogni cosa sembra contribuire all’immagine di una tradizione inossidabile, dai college neogotici alle toghe svolazzanti per i viali ai privileges, così si chiamano ancora una stanza al dormitorio, l’accesso alla mensa universitaria, l’ingresso ai meadows (le tenute campestri dei diversi istituti), o anche la chiave elettronica per le toilette del corpo docente, in realtà il genius loci è sempre al lavoro per creare mondi paralleli e alternativi.
Per restare ai nostri tempi, prima attraverso Lewis Carroll con la sua Alice perduta in un paese delle meraviglie che solo chi non ha visto i quod e i cortili segreti dei college con le loro pitagoriche proporzioni può pensare sia frutto del caso. Poi Tolkien e il suo universo meticolosamente elaborato a partire dal linguaggio prima ancora che dall’epica all’Exeter College dove ancora oggi troneggia un suo busto nella chiesa. Quindi Harry Potter, naturalmente. La scuola di magia di Hogwarts non allude affatto a Oxford: è Oxford, come testimoniano le vetrine dei negozi dai nomi come “The shop of Secrets” che espongono ogni di genere di gadget del mago creato da J.K. Rowling, compresa una Firebolt, la scopa volante da competizione. E poi le saghe fantasy di Philip Pullman, altro oxoniano, o del più recente fenomeno Annabel Steadman che con Pullman divide la vetrina di Waterstone e che ha confessato di avere avuto la visione dell’unicorno della sua epopea sulla strada tra Londra e, appunto, Oxford.
E Tolkien? In libreria il confronto con i nuovi miti è impietoso se lo misuriamo in metri di scaffali ed è del resto lo stesso destino del predecessore Carroll che ormai sembra ispirare più cartoline e soggetti di quadri in hotel storici come il Randolph davanti all’Ashmolean Museum che i gusti dei nuovi lettori. E dunque dove si nasconde il genius loci del creatore della Terra di Mezzo?
Il “Tessoro”
Weston Library, il cuore della Biblioteca Bodleiana. Qui si conserva il tesoro o come direbbe Gollum “il Tessoro”. È più semplice entrare a Moria. Non bastano le buone intenzioni per accedere al fondo Tolkien. Ci vuole fede, ci vuole la tempra dei cavalieri di Rohan e il secolare autocontrollo di re Elrond quando una delle addette all’ammissione chiede di leggere ad alta voce la sacra regola: non ruberò, non sfregerò né rovinerò nessun volume né documento, non userò né fuoco né fiamme né fumo e prometto di ubbidire a tutte le regole della biblioteca. Fatto questo finalmente la signora indica alla parete un grande pannello accanto a quello che riproduce il Laudian Mahzor, un codice ebraico del 1275: è un dipinto di Tolkien tratto da Lo Hobbit, la scena della fuga dal regno di Thranduil dentro le botti. È una rada tranquilla nell’ansa di un fiume.
Pastore di alberi
Uscendo dalla Weston con gli occhi pieni della calligrafia di Tolkien, dei suoi ritagli, appunti, della lettera che C.S. Lewis mandò a Stoccolma per candidare l’amico al Nobel e soprattutto nelle orecchie gli aneddoti sulla Oxford degli Hobbit che spingono ad andare verso sud perché lì si nasconde un altro indizio del tesoro. Ci sono almeno due alberi — molti di più secondo gli apocrifi — dove Tolkien si sedeva per raccogliere i pensieri e cercare ispirazione. Al Botanic Garden, due passi dal Magdalen c’è, anzi c’era, il primo. È stato tagliato nel 2014 e ripiantato con devoto rispetto dal Principe Carlo.
Il secondo è nascosto come i sentieri della foresta di Fangorn. Si trova a Iffley, l’ultimo avamposto dell’uomo prima delle chiuse del Tamigi, luogo non molto diverso dalla scena dipinta da Tolkien conservata alla Bodleiana. La chiesa di St Mary the Virgin risale nel suo impianto romanico al 1160. In quegli anni fu piantato anche un albero al suo fianco. Sono entrambi ancora lì, la prima cresciuta attraverso il gotico dei normanni, il secondo, anzi la seconda perché è un tasso femmina, attraverso ere ed ere di nodi, rami, foglie e strati. Se qualcosa ancora è rimasto in noi della sapienza degli elfi, se ancora sentiamo un brivido quando leggiamo le pagine su Galadriel di Lothlorien diviene chiaro perché Tolkien cercasse, seduto al cospetto di una delle grandi madri del nostro pianeta, un’altra lingua.
Gli serviva una lingua antica, non ancora caduta, mitica e immaginativa per dire la bellezza, la saggezza e la resilienza della natura. Non sarà un caso se i veri eroi della Terra di Mezzo alla fine sono dei piccoli e normalissimi abitanti di una contea di contadini e artigiani di mestieri ormai perduti, uno sciamano folle e vagabondo che vive in una foresta e un gruppo di alberi che camminano e parlano che sconfiggeranno con la forza della natura un mago oscuro che da essa si è allontanato per brama di potere.
Bianche scogliere
C’è un’ultima tappa di questo viaggio Tolkieniano. Porta a Nord di Oxford, oltre al sobborgo di Summertown. Per arrivarci si passa per il grande viale di St Gilles. Sulla sinistra è rimasta l’insegna del pub dove gli Inklings si riunivano per il pranzo del giovedì. The Eagle and Child con l’aquila che rapisce Ganimede meglio noto come The bird and baby, B&B. È chiuso. Licenza sospesa. Prima o poi qualcuno lo riaprirà, ma intanto non è qui quel che resta di Tolkien.
Cimitero di Wolvercote, cimitero dell’anno nel 2008, recita una targa all’ingresso. Tra le tombe di cristiani, ebrei e musulmani — la tolleranza di Wolvercote è leggenda — si arriva a quella per cui il cimitero è celebre. Sono sepolti insieme, Ronald morto nel ’73 e la moglie Edith Mary Bratt, arrivata qui due anni prima. Sulla tomba qualcuno ha lasciato un biglietto datato 29 aprile. È un collage di citazioni dal Signore degli anelli su bianche scogliere, luci in mezzo alle tenebre, coraggio e cose giuste da fare. È un ringraziamento all’uomo che sulla tomba ha fatto scrivere i nomi di Beren e Luthien, lui l’uomo mortale e lei l’elfa immortale. Uniti finalmente come un essere umano alla sua anima.