Bice Lazzari, ritratto di pittrice
di Raffaella De Santis , di Raffaella De Santis"La mia è la verità di una donna che guarda in faccia la vita, che può avere una sola verità da dire: la sua". È il 1929, quando Bice Lazzari pronuncia queste parole. Poco dopo si sarebbe trasferita da Venezia, dove era nata nel 1900, a Roma. L'anno prima era morto suo padre, un solido grossista di olio, e per la prima volta si era trovata di fronte a un bivio: "Ho dovuto affrontare la vita a livello pratico e così, piuttosto che andare in giro con un quadro sotto il braccio, ho preso un telaio e ho iniziato a fare arte applicata", scrive nei diari. Disegna cinture, borse, cuscini, tessuti, tappeti, scarpe, sciarpe. Arrivata a Roma, all'inizio degli anni Trenta, decora locali e dipinge murali e in seguito prende a collaborare con gli architetti, tra cui Ernesto ed Attilio Lapadula, che poi sposerà la nipote. Tra i suoi lavori la decorazione del Caffè Aragno e il pavimento a mosaico del cinema Fiammetta…
"La mia è la verità di una donna che guarda in faccia la vita, che può avere una sola verità da dire: la sua". È il 1929, quando Bice Lazzari pronuncia queste parole. Poco dopo si sarebbe trasferita da Venezia, dove era nata nel 1900, a Roma. L'anno prima era morto suo padre, un solido grossista di olio, e per la prima volta si era trovata di fronte a un bivio: "Ho dovuto affrontare la vita a livello pratico e così, piuttosto che andare in giro con un quadro sotto il braccio, ho preso un telaio e ho iniziato a fare arte applicata", scrive nei diari. Disegna cinture, borse, cuscini, tessuti, tappeti, scarpe, sciarpe. Arrivata a Roma, all'inizio degli anni Trenta, decora locali e dipinge murali e in seguito prende a collaborare con gli architetti, tra cui Ernesto ed Attilio Lapadula, che poi sposerà la nipote. Tra i suoi lavori la decorazione del Caffè Aragno e il pavimento a mosaico del cinema Fiammetta.
A chi volesse immergersi nel mondo di questa artista sfaccettata, ingiustamente per troppo tempo lontana dai riflettori e ora finalmente riscoperta, consigliamo la bellissima mostra antologica in corso alla galleria romana Richard Saltoun (visitabile fino al 30 luglio, via Margutta 48 a/48 b). La grande retrospettiva, organizzata grazie alla collaborazione con l'Archivio Bice Lazzari, arriva in Italia dopo il successo dell'esposizione londinese al museo Estorick ma propone opere diverse, dagli anni Venti agli Ottanta, alcune delle quali mai esposte prima.
Senza retorica, Bice Lazzari è stata in Italia una pioniera. Non era scontato nel contesto del fascismo scegliere l'astratto, un linguaggio che il regime considerava decadente. "All'Accademia di Belle Arti come donna non poteva seguire il corso di nudo, dunque fu obbligata a studiare decorazione. Non si demoralizzò e trovò nelle arti applicate un terreno più libero per sperimentare". Maria Isabella Barone guida l'Archivio Bice Lazzari e quando parla della sua lontana zia (era la zia di sua nonna) si illumina. Ci accoglie, insieme a Nicoletta e Donatella Lapadula, pronipoti di Bice, nella soffitta adiacente a Palazzo Orsini in cui è ospitato l'archivio: è una romantica stanzetta sui tetti, che comunica con la casa di famiglia dove vive Maria Grazia, figlia della sorella di Bice e madre di Nicoletta e Donatella. "Tutto qui parla di lei", dice Donatella accogliendoci. Di quella zia dalle mani forti: "Ha lavorato fino agli ultimi giorni, non lasciandosi mai scoraggiare dagli ostacoli".
Le sperimentazioni artistiche sono legate alle circostanze della vita: "Alla fine degli anni '50 un'allergia la costringe ad abbandonare la pittura ad olio. Inizia allora ad adoperare tempere e acrilici e per dare più corpo alla pittura li mescola con colla e sabbia", racconta Nicoletta. Nel 1964, dopo l'insuccesso di una mostra a Venezia, riparte da zero e abbandona i colori per tornare a linee tracciate con la grafite su fondo monocromo. Di nuovo uno scoglio stimolava un nuovo inizio. Era la storia della sua vita. Fin da bambina, quando la madre l'aveva iscritta al conservatorio: "Per mancanza di posto nel corso di pianoforte dovetti accettare quello di violino", scrive. La musica darà il ritmo alla sua pittura. E ai suoi versi. Al marito, l'architetto Diego Rosa incontrato quando aveva già quarant'anni, dedicherà pensieri fino agli ultimi giorni. Entrambi malati, ricoverati in due reparti dell'ospedale San Giacomo, comunicavano attraverso fogliettini affidati agli infermieri.
La mostra è un viaggio nelle diverse fasi di Bice Lazzari: dal figurativo agli oggetti di arte applicata fino alla riscoperta del minimalismo in tarda età, quando era ormai quasi cieca. Trenta opere che sono lo specchio di un percorso umano e artistico: Divertimento 1 con le sue ariose geometrie o Situazione drammatica più cupo, fino alla leggerezza delle linee della Sequenza cromatica 1 o dell'Acrilico n. 13, dove sembra dipingere la musica. "Io ritorno alle aste", disse dopo l'ennesima delusione: "Non si lamentò mai neppure per le esclusioni dalla Biennale di Venezia. Sembrava fragile, zoppicava leggermente per via di una caduta dalle braccia di una balia ma era fortissima". Il ricordo delle pronipoti mescola dolcezza e determinazione. Un'intraprendenza che affascina anche gli studiosi di Bice Lazzari, come Paola Ugolini, critica d'arte che di recente ne ha curato la mostra alla galleria Ca' Pesaro di Venezia: "Aveva una grande sete di libertà. Era una donna minuta ma con un carattere da leonessa". È una fotografia, appoggiata su un mobile dell'archivio, a colpire. Bice Lazzari è al lavoro nel suo studio, in fondo spunta un poster col faccione di Che Guevara.