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Alla scoperta dell'ipogeo dei Cristallini, il ventre greco di Napoli

Foto di Luciano e Marco Pedicini 
Dal sottosuolo della città emerge un tesoro sotterraneo di sculture e tombe antiche. Ora, dopo un accurato restauro, è aperto al pubblico
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A uscire da Porta san Gennaro, una delle porte medievali della città, che intanto si è estesa, moltiplicata, ramificata, tanto che quelle mura e quelle porte sono ormai inglobate nel tessuto urbano, si ha la sensazione che Napoli sia infinita. Proprio nel senso etimologico: essa non finisce, ovvero: quando pensi di averla vista tutta, perimetrata, quando pensi di aver compreso a fondo il suo essere infera e piena di sole, alta e bassa, piena di grazia e disgrazia, essa continua a stupire. Apre un nuovo sito e si fa osservare.

Bene, a uscire da quella porta, e attraversare via Foria, la “grande via” di Annamaria Ortese, si entra in uno dei ventri più spettrali della città: i Vergini. I Vergini è un primo quartiere, popolosissimo, di mercato e chiese e supportici, che dopo cinquecento metri si biforca: a sinistra si va verso il conosciuto quartiere de La Sanità, quello del Sindaco della commedia di De Filippo, ma anche quello dove &…

A uscire da Porta san Gennaro, una delle porte medievali della città, che intanto si è estesa, moltiplicata, ramificata, tanto che quelle mura e quelle porte sono ormai inglobate nel tessuto urbano, si ha la sensazione che Napoli sia infinita. Proprio nel senso etimologico: essa non finisce, ovvero: quando pensi di averla vista tutta, perimetrata, quando pensi di aver compreso a fondo il suo essere infera e piena di sole, alta e bassa, piena di grazia e disgrazia, essa continua a stupire. Apre un nuovo sito e si fa osservare.

Bene, a uscire da quella porta, e attraversare via Foria, la “grande via” di Annamaria Ortese, si entra in uno dei ventri più spettrali della città: i Vergini. I Vergini è un primo quartiere, popolosissimo, di mercato e chiese e supportici, che dopo cinquecento metri si biforca: a sinistra si va verso il conosciuto quartiere de La Sanità, quello del Sindaco della commedia di De Filippo, ma anche quello dove è custodita l’urna con le ceneri di Ermanno Rea, nella chiesa detta “Del monacone”, perché lui così volle, in mezzo ai santi e ai camorristi, lì in mezzo. A destra, invece, di questa forcella, si principia un quartiere più infimo e oscuro, meno famoso, difficile pure per chi ci vive, complicato da raccontare anche per i napoletani. Ha un nome bellissimo, si chiama “i Cristallini”. Esso si arrampica fino alla collina di Capodimonte, quella della Reggia estiva, del parco. Ma, per arrivarci, scava nel tufo strade e case che sembrano alveari. Poi certo, tratti di edilizia moderna si sono aggiunti, stratificati, logge, parabole, infissi chiudono questi alveoli ma essi sono ancora inquietanti quando veduti per la prima volta.

 

Tutta questa zona è molto conosciuta invece dagli antropologi (si veda il recentissimo Anime – Il purgatorio a Napoli di Marino Niola, Meltemi) e, dalla fine degli anni Novanta, entra negli itinerari turistici perché è l’area ipogea, cioè quella destinata dagli antichi greci alla realizzazione della necropoli cittadina, appunto fuori dalle porte della città, dall’impianto di cardini e decumani, quella, per intenderci, del “Cimitero delle fontanelle” che tanto ha ispirato gli artisti da Renato Fucini fino a Rebecca Horn.


Bene, al n. 133 di via dei Cristallini, in un cortile fatiscente (con un citofono rotto e una fiat 127 parcheggiata con le ruote sgonfie) vi è l’ingresso di uno dei siti archeologici più sorprendenti della Magna Grecia, quello che si inaugura oggi e che da oggi sarà conosciuto in tutto il mondo come l’Ipogeo dei Cristallini. È di proprietà della famiglia Martuscelli, perché da loro ereditato come fondaco assieme al palazzo sovrastante dal barone di Donato, che vi scoprì il sito nel 1889 e che ne comprese l’importanza, e pare che ogni tanto lo aprisse ai principi in visita in città.

 

Conosciuto dagli abitanti del quartiere che in qualche modo hanno contribuito a custodirlo, per impulso di Alessandra Martuscello nel settembre del 2020 è stato infine affidato al restauro della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli in collaborazione con l’Istituto Centrale per il Restauro.

Si scende nel sottosuolo per undici metri appena, cambia la temperatura, e ci si ritrova sull’antica via dei Cristallini: il tracciato è lo stesso della carrabile sovrastante, da est a ovest, ma essa scorre in un’altra epoca, indietro nel tempo di duemilatrecento anni, tra le colonne rastremate e i capitelli. E da lì si entra in un gruppo di tombe a camera, quattro ne sono emerse e sono state oggetto di restauro, tutte magnifiche, commoventi nei particolari, perché il culto dei morti è sempre commovente, ci fa vivi, come dice Niola: «ci occupiamo sempre del dolore dei vivi ma bisogna tenere a mente anche quello dei morti» e Napoli lo fa, ha questa forma di rispetto, di continuità, così cogente dopo lo strazio della pandemia e dei suoi centomila morti. Così è difficile, per fortuna è difficile, affidare a una descrizione storico artistica l’essenza di quelle quattro camere. Sono bellissime, lasciano a bocca aperta: sui lati ci sono dei letti, proprio dei letti di pietra con i cuscini, e i cuscini hanno le imbastiture dipinte, sono stati ricamati per l’eternità. E i letti sono sorretti da certi fregi con colori vivi come fossero di oggi.

Ci sono certi azzurri, (si chiamano azzurri egiziani) che non si trovano più neppure in Grecia, forse qualcosa a Paestum. E sono davvero “celesti”. Mimmo Jodice, con il suo occhio unico, li fotografò una ventina d’anni fa, e i reperti trasportabili sono conservati nella sezione “Napoli antica” del Mann: statuette, frutti, uova in terracotta. Ma scendere quegli undici metri e trovarsi davanti ai letti su cui riposarono le donne e gli uomini che abitarono le nostre stesse strade prima di noi, è questa l’emozione profondissima. La stanza centrale è costituita da due camere sovrapposte: la camera superiore era destinata alle offerte e alle cerimonie funebri, in quella inferiore, tra i letti, sulla parete di fondo, tra rami arcuati di mirto, c’è un magnifico episema apotropaico, una testa di Gorgona scolpita e dipinta al centro della lunetta sovrastante.


Sulle pareti ci sono iscrizioni con formule di addio ai personaggi sepolti, pare certe sacerdotesse che necessitavano di separazione e solitudine pure in sepoltura. Datati tra la seconda metà del I secolo a.C. e la prima metà di quello successivo, con scrittura lunata e corsiveggiante, come in tutti gli altri ipogei napoletani, anche nell’ipogeo dei Cristallini (spiega Lucia Scatozza) il dato onomastico delle iscrizioni dipinte è vario, ci sono nomi greci Dioniso, Eracleide, Aristagora, Antioco, Antiope insieme a nomi campani, Paccio, Iunia, Pompeia. E come per gli altri ipogei essi furono adottati e utilizzati anche in epoca romana, una mano di calce, una imbiancatura, permetteva un nuovo strato, nuove sepolture, nuovi nomi.


E certo per gli archeologi e gli studiosi si tratta di un sito di grandissima importanza, ma quello che conta davvero è che venga aperto agli altri, ché non c’è mica bisogno di “capirne” per comprendere la bellezza, la macchina del tempo, il rigore delle forme, la gioia di una cultura per cui la morte è solo uno dei possibili segni, un segno che si conserva, che attraversa le epoche e le topografie urbane: quando sembra conosciuta e finita, Napoli apre ancora una porta, undici metri, e continua senza tanto attaccamento a quel limite tra la vita e la morte, come dev’essere, infinita: sine fine.

Come visitarlo

L’Ipogeo dei Cristallini aprirà dal 1° luglio. Le visite fino al 10 luglio saranno gratis (su prenotazione). Gratuite anche ogni prima domenica del mese. Prenotazioni sempre sul sito ipogeodeicristallini.org