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Angelo Guglielmi: "Alla fine ho imparato ad amare Pasolini"

Angelo Guglielmi: "Alla fine ho imparato ad amare Pasolini"
“Con lui sono stato feroce, ma era giusto così. Oggi l’ho rivalutato, rispetto al raziocinio di Sciascia meglio la sua magnifica creatività”. L'ultima intervista del critico apparsa lo scorso 26 febbraio sul numero di Robinson dedicato allo scrittore
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Roma - “Sono stato feroce quando occorreva esserlo. Ma Pasolini resta un grande personaggio, destinato a vivere nel futuro”. Piccolo, magro, gli inconfondibili occhiali calati sul naso, Angelo Guglielmi si sporge agile sulla scrivania, quasi sdraiato sul muro di carte. “Su, veloce, metta qui l’Oscar altrimenti cade tutto”. La statuina che funge da reggilibri gliela portò Nuovo cinema Paradiso all’epoca della direzione di Raitre. Ma ora gli pare un riconoscimento ben più meritevole di attenzione la sequela di improperi a lui destinati da Pasolini, in una delle missive appena pubblicate nell’edizione integrale delle Lettere.  “Critico detestabile”, “confusionario”, e “privo di gusto”: Guglielmi ne accoglie i giudizi poco benevoli con un sorriso compiaciuto, come a riassaporare le antiche battaglie culturali perdute nella selva del Novecento. “Mi detestava perché l’avevo criticato. In realtà detestava tutta la neoavanguardia. E noi detestavamo lui”. A quasi novantatré anni, continua a produrre libri che riflettono le tensioni del secolo passato - Un lungo viaggio (Aragno) e Sfido a riconoscermi (La nave di Teseo) - ma  guai a definirli autobiografie, genere che gli appare del tutto disonorevole.

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini 

 Lei aveva stroncato Pasolini sul Verri, la rivista della neoavanguardia.
“Avevo le mie ragioni per farlo. Dopo l’uscita dei suoi romanzi,  era diventato il  padrone delle lettere, amato dalla critica e reso celebre dai processi. Ma le sue erano prove narrative fallimentari. Più che un romanzo Ragazzi di vita è un saggio di antropologia linguistica. E Una vita violenta è un romanzaccio che spaccia per sperimentalismo espressionista il più vieto verismo. Pasolini stesso fu consapevole del suo fallimento”.
Perché dice questo?
“Era angosciato dal fatto che le sue parole non riuscissero a captare “il brillio di cui scintilla la realtà”. Proprio lui che era ossessionato dalla realtà, ne provava un trasporto fisico e la viveva senza risparmiarsi, si rendeva conto che questa sfuggiva alla sua presa di scrittore”.
 Ed è a quel punto che scopre il cinema.
“Le immagini gli sembrano più forti delle parole perché hanno lo straordinario potere di trasferire le cose nello schermo conservandone la forza prorompente. Il suo cinema rovescia radicalmente il racconto tradizionale ed è qui, non nella letteratura, che si realizza il suo sperimentalismo più autentico”.
Vuole dire che fu un mediocre scrittore e un grande regista?
 “Questo è vero fino a un certo punto. Petrolio è il suo  grande romanzo-mondo destinato a proiettarlo nel futuro. Negli ultimi anni Pasolini si rende conto che la realtà non è qualcosa di finito che si possa chiudere entro confini predisegnati, ma è un flusso continuo di accadimenti. E riversa questo caos nella sua opera letteraria più importante”.
Com’erano i vostri rapporti?
“Conflittuali ma rispettosi. Quando gli chiesi di poter disporre d’un suo brano in una mia antologia, prima mi trattò malissimo ma poi me lo concesse. Giorgio Bassani, al contrario, minacciò di denunciarmi. Pierpaolo era più vero. E più concreto”.
Vi frequentavate?
 “No. Una volta al caffè Rosati in piazza del Popolo scappò via non appena mi vide arrivare. Moravia mi disse che non voleva incontrarmi. La neoavanguardia lo faceva impazzire”.
Perché a cent’anni dalla nascita continua a essere lo scrittore italiano più idolatrato?
“E’ stato un personaggio straordinario e unico, capace di modalità espressive tra le più diverse: narrativa, poesia, cinema, teatro, pittura. Non c’era cosa che non sapesse fare. I giovani avvertono un istintivo interesse per la forza della sua personalità,  anche se dubito che l’abbiano letto. E certo la sua fama è stata resa eterna dalla misera disgraziata fine. A differenza di un Moravia o di un Calvino, Pasolini continua a fare chiasso”.
Più delle opere è conosciuto il personaggio.
  “Fu lo stesso Pasolini a dirottare il riferimento dell’opera alla persona dell’autore, facendo di se stesso una parte importante del significante. Un po’ come avviene con un attore che si propone come realtà autosufficiente indipendentemente dal testo che sta recitando. Questo è forse il suo aspetto più inquietante. E serve a spiegare la sua difficoltà di scrittore”.
Però in questo modo ha anticipato la società mediatica che ruota intorno alla persona dell’autore.
   “Sì, oggi è più facile riconoscere Pasolini perché consonante con una civiltà in cui contano il corpo e l’immagine. Ma a me piace pensare che sia l’intellettuale del futuro per due capolavori come Petrolio e Salò o le 120 giornate di Sodoma dove anticipò il ritorno del fascismo”.
Dopo le zuffe del passato mi sembra oggi prevalga un sentimento di ammirazione.
     “Sì, non l’ho amato e forse non lo amo ancora. Ma preferisco la sua passione creativa al raziocinio di Sciascia. E non esito a riconoscergli una paternità.  A  una sua frase – “sono stanco di raccontare la realtà con le parole, preferisco raccontarla con la stessa realtà  – deve molto la mia rivoluzione televisiva che metteva in scena la realtà più che narrarla. In fondo anche la “tv della realtà” è nata con Pasolini”.