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Daniel Cuello: fumetti contro tutte le dittature

La conclusione di una “non-trilogia” sulle dinamiche del potere da parte di un autore di origine argentina che da tempo vive in Italia. E che è anche una formidabile indagine sul nostro tempo
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Ormai tutti o quasi conoscono la casa editrice BAO perché è quella che quando Zerocalcare andava in giro con la macchina piena di scatoloni per portare da solo alle librerie il suo primo lavoro autoprodotto, La profezia dell’armadillo, decise di metterlo sotto contratto. Nel corso del tempo però saggiamente BAO oltre a mettere in catalogo artisti consolidati soprattutto stranieri, american e giapponesi in primis, ha tenuto un occhio sempre attento a quelli emergenti.

Tra questi uno dei più interessanti (anche se ormai, più che emergente, è una realtà consolidata) è sicuramente Daniel Cuello, nato nell’82 a Cordoba, Argentina, si è trasferito con la famiglia in Italia nel 1990:  "Siamo stati migranti economici", spiega "ma ma con il mio paese d'origine continuo ad avere una relazione stretta. Potrebbe essere un posto bellissimo, è una nazione ricca, ma per una serie di motivi molt…

Ormai tutti o quasi conoscono la casa editrice BAO perché è quella che quando Zerocalcare andava in giro con la macchina piena di scatoloni per portare da solo alle librerie il suo primo lavoro autoprodotto, La profezia dell’armadillo, decise di metterlo sotto contratto. Nel corso del tempo però saggiamente BAO oltre a mettere in catalogo artisti consolidati soprattutto stranieri, american e giapponesi in primis, ha tenuto un occhio sempre attento a quelli emergenti.

Tra questi uno dei più interessanti (anche se ormai, più che emergente, è una realtà consolidata) è sicuramente Daniel Cuello, nato nell’82 a Cordoba, Argentina, si è trasferito con la famiglia in Italia nel 1990:  "Siamo stati migranti economici", spiega "ma ma con il mio paese d'origine continuo ad avere una relazione stretta. Potrebbe essere un posto bellissimo, è una nazione ricca, ma per una serie di motivi molto complessi non lo è. Devo molto all'Argentina anche come fonte di ispirazione".

Da qui dunque la vena di disillusione e di apparente cinismo temperato dall’ironia ("Quino, il creatore di Mafalda, è uno dei miei riferimenti") di questo autore capace di sviluppare graphic novel dalla struttura estremamente complessa che indagano l’animo umano in maniera spietata: "Il mio punto di osservazione sono le persone che incontro in autobus, nei negozi. Osservo, studio tutti come un antropologo, cercando di non giudicare ma piuttosto di capire dove si è inceppato qualcosa. Quello che racconto nei miei graphic novel sono le gabbie, dalla più grande, la dittatura, a quelle che ci autocostruiamo noi stessi nella mente".

Nel suo primo lavoro, Residenza Arcadia (2017) c’è già “il Partito”, c’è una tecnologia ossessionante, e in prima linea, la meschinità delle persone: ognuno a modo suo è insopportabile, uomini e donne senza differenza: l’attempato Emilio che scatta foto a qualsiasi oggetto e si perde nei social guardando i profili delle ragazze, Mirta che mette in croce tutti in nome della privacy perché è stata fotografata una ruota della sua bicicletta, Dirce, la moglie di Emilio, afflitta da una instancabile sindrome della casalinga che non la fa restare ferma un secondo e che costringe il riluttante marito a una serie infinite di cose da fare, l’ex-colonnello per cui ordine, disciplina e rispetto delle regole vengono sempre messi al primo posto. Ma il peggio è che nessuno ascolta nessuno, ognuno preda delle proprie manie.

La burocrazia della quotidianità che trova la sua massima affermazione nella riunione condominiale è l’esemplificazione di un eterno razzismo nei confronti degli “altri”. Eppure dietro ognuna di queste persone odiose c’è una storia: il marito e la figlia piccola portati via a una giovane Mirta perché lui era un oppositore: "fanno sempre sempre così per rieducarle i bambini in ambienti sani", spiega l’ex-colonnello (e dietro senti la pesante eredità dei “desaparecidos”).

Ma anche il colonnello ha un segreto: la storia d’amore con il suo attendente asiatico che ogni settimana da cinquantré anni gli manda due chicchi di riso. Un momento di poesia che però non riesce, ancora una volta, a scalfire la sua cieca ubbidienza al partito che porta a un esito tragico: tutto il condominio si coalizza contro i nuovi vicini mettendo in casa loro dei documenti sovversivi e li fa condannare. Solo le giovani generazioni rappresentate  da un capellone che ascolta heavy metal e rifiuta il servizio militare e quindi la guerra fanno filtrare un raggio di speranza.

 

"Sono argentino e credo che molto del mio paese sia rimasto dentro, per prima cosa l’idea della costrizione determinata dalla dittatura in qualsiasi forma", spiega Daniel Cuello. "Potrei dire che sono ossessionato dalle gabbie: ci sono gabbie in tutti e tre i miei graphic novel. Nel primo Residenza Arcadia verso la fine un personaggio dice di un altro:  "Era prigioniero di sé stesso. Un po’ come tutti no?". Ecco credo che questo rende bene quello che provo guardandomi intorno. Ancor più in un periodo come questo".

 

Il suo secondo graphic novel, Mercedes (2019), entra ancora di più dentro i meccanismi del potere: la protagonista è Mercedes, la “donna più potente del mondo” ma Cuello sceglie di centrare il suo graphic novel nel momento in cui tutto intorno a lei sta crollando offrendoci così una prospettiva particolarissima. Senza l’ombra di una morale assolutoria, si racconta la storia di questa donna, rappresentata graficamente come una sorta di Thatcher, che ha dovuto combattere molto duramente per arrivare dove è e che, ora che sta per arrivare la fine, non rinuncia a combattere. Il rischio in qualche modo la esalta, non si compiange mai, tira diritto davanti alle debolezze di chi le sta intorno, ha un’intelligenza lucida e affilata ma alla fine anche lei dovrà cedere di fronte al “Partito”. Non è certo un personaggio positivo ma è comunque un personaggio complesso.

Anche qui ritorna l’idea di un Moloch burocratico che, comunque, sopravvive a tutto e a segnare la continuità con il precedente lavoro ecco a pagina 149 un cameo in cui compaiono alla stazione Emilio e Dirce: "Non è esattamente una trilogia ma sì, tutti i personaggi dei miei tre graphic novel vivono nello stesso mondo. Un mondo che non è esattamente quello in cui viviamo noi anche se è molto simile. Diciamo che immagino la realtà come se fosse avvenuta cinque minuti dopo mentre deliberatamente le coordinate geografiche non vengono indicate".

Nell’ultimo atto della fuga di Mercedes il treno è in ritardo, il tabellone indica un orario e l’altoparlante ne dice un’altra (anche se il ritardo non è un ritardo, come scopriremo): una situazione surreale che a tutti noi è capitata almeo una volta. Qui Mercedes si rende conto che il potere alla fine ha usato anche lei e nel momento più drammatico dice al Procuratore capo del Gran Consiglio Nazionale che la vuole arrestare: "La verità è che non gliene frega niente a nessuno di quello che fai. Non c’è un dio, non c’è una redenzione, non c’è un destino. Un cazzo di niente, ecco cosa".

Il mondo intorno è devastato da una crisi ecologica, dalla siccità provocata dal cambiamento climatico: "Questo posto era un lago prima che iniziassero gli anni senza nuvole. Qui non piove più e l’altra parte del mondo è devastata da inondazioni tossiche", dice un altro personaggio.

Le previsioni di Cuello non potevano essere più vicine alla realtà di oggi. "Paura e ignoranza. Il meccanismo innescato da quelle due parole si ripete ogni volta con sorprendenti similitudini. Permette a personaggi dagli ideali sempre più logori di essere largamente acclamati per le loro facili risposte", spiega Mercedes verso la fine e non è difficile intravvedere ancora una volta quello che sta succedendo: "Non racconto niente di nuovo, niente di inventato. Le dittature sono sempre esistite. Quello che a me interessa però è indagare i meccanismi mentali che ci portano a volerla una gerarchia, una dittatura. Siamo tutti meno liberi di quanto pensiamo".

Fino al nuovo Le buone maniere dove l’attenzione dell’autore si sposta sulla burocrazia, un apparato mostruoso che strangola la vita delle persone: nella prima parte si racconta il microcosmo tossico di un ufficio con i suoi giochi di potere, le sue piccole e grandi meschinità ma a poco a poco il microcosmo si allarga, diventa macro, la pesantezza della dittatura si manifesta in maniera sempre più evidente sia nei suoi apparati repressivi sia nelle rivelazioni che filtrano nonostante la pesantissima censura (e l’ufficio in oggetto è proprio quello preposto a censurare qualsiasi cosa possa dare fastidio al “Partito”).

Tutto però cambia quando un nuovo sistema informatico prende il posto dell’Ufficio censura: "Messaggi, canzoni, conversazioni sui social, milioni di parole processate ogni secondo dall’algoritmo", spiega l’unico addetto. Non più esseri umani, solo server. Da un giorno all’altro tutto l’ufficio viene messo in pensione anticipata: "Dovreste vederla come… come… un’onorificenza conferitaci dal Partito", dice il riluttante Direttore dell’ufficio. C’è chi è felice e chi si sente perso. Poi a tutti arriva l’sms: "Sgomberare tutto entro sabato". "Mi mandano a casa così?! Con un messaggio?!" dice una.

Solo Gianluigi, l’impiegato con la moglie che ha fatto carriera nel Partito si salva: "A me non arriverà niente. Avrei comunque lasciato questo posto per un incarico più nobile". Viene infatti messo a capo della task force che si occuperà della Gritona, la nave dei ribelli che trasmette notizie ostili al Partito da acque internazionali mentre la riflessione del protagonista, il direttore dell’Ufficio, Teo Salsola è molto amara: "È strano quanto una routine noiosa, pedissequa e insopportabile possa diventare tutta la tua vita. Quando morirò, non sarò ricordato per chi ero, per cosa o chi amavo. Se mai qualcuno scriverà un trafiletto su un giornale che titolo gli darà? “Morto ex-gerente dell’ufficio 84. Lascia una monovolume arrugginita e confezioni vuote di pillole per dormire. Solo questo sono stat… sono? Avevo paura di diventare un uomo mediocre. Ed è tutto ciò che sono".  

Ma come fa Cuello a conoscere così bene le dinamiche di cattività di un ufficio come tanti? "Ci ha lavorato anch’io: in passato ho fatti tanti lavori, oggi finalmente riesco a focalizzarmi sul disegno". Alla fine del graphic novel appare una scintilla di speranza: da un lato c’è Sandro, l’unico di cui Teo possa fidarsi in ufficio, e non a caso l’unico che decide di unirsi ai ribelli, dall’altro la maturazione di una consapevolezza sempre più forte che porta Teo Salsola, come il Giovanni Drogo de Il deserto dei tartari di Buzzati, a trasfigurare la sua antica paura in solitaria vittoria: "Perché devo nascondere la rabbia con cui convivo? Perché non riesco a lasciarla eplodere in tutta la sua furia? E invece no, mi mostro sempre distaccato, inutile, debole. Perché è tutta la vita che censuro me stesso?". La risposta qualche pagina dopo: "La libertà fa paura". Ma quando si fa sempre più forte l’idea che senza libertà non ci può essere felicità e mentre la nave dei ribelli irrompe nel porto, Teo Salsola fa un piccolo gesto. Che dà inizio alla rivoluzione.