Tito Faraci: "Vi racconto l'arte di scrivere i fumetti"
di Luca Raffaelli , di Luca RaffaelliAttenzione: il fumetto non è un linguaggio, il fumetto ha un linguaggio. Lo scrive Tito Faraci che nel suo L'uomo con la faccia in ombra (sottotitolo: Manuale autobiografico di sceneggiatura per fumetti) di questo linguaggio spiega le regole, i segreti, i retroscena. Il bello è che Tito Faraci al fumetto ci è arrivato per caso e senza leggere manuali. Inizialmente era un critico musicale, poi gli imprevisti della vita lo hanno fatto entrare nell'agenzia Epierre di Gianni Bono grazie al quale ha cominciato a scrivere storie per Topolino: aveva trentun anni. E poi la Marvel (Spider-Man, Daredevil, Capitan America), la Bonelli (Dylan Dog, Tex e il suo Brad Barron), Diabolik. E poi tanto altro tra cui la direzione di una collana importante e attenta come Feltrinelli Comics.
Tito nel libro ci tieni a sottolineare il fatto che scrivi fumetti per vivere.
"Lo trovo importante. Anzi, poetico. Anche perché così vale anche il contrario, cio&egr…
Attenzione: il fumetto non è un linguaggio, il fumetto ha un linguaggio. Lo scrive Tito Faraci che nel suo L'uomo con la faccia in ombra (sottotitolo: Manuale autobiografico di sceneggiatura per fumetti) di questo linguaggio spiega le regole, i segreti, i retroscena. Il bello è che Tito Faraci al fumetto ci è arrivato per caso e senza leggere manuali. Inizialmente era un critico musicale, poi gli imprevisti della vita lo hanno fatto entrare nell'agenzia Epierre di Gianni Bono grazie al quale ha cominciato a scrivere storie per Topolino: aveva trentun anni. E poi la Marvel (Spider-Man, Daredevil, Capitan America), la Bonelli (Dylan Dog, Tex e il suo Brad Barron), Diabolik. E poi tanto altro tra cui la direzione di una collana importante e attenta come Feltrinelli Comics.
Tito nel libro ci tieni a sottolineare il fatto che scrivi fumetti per vivere.
"Lo trovo importante. Anzi, poetico. Anche perché così vale anche il contrario, cioè che vivo per scriverli. Il che fa capire anche che questo tipo di lavoro non ti lascia mai, è un'ossessione".
Come lavori a un personaggio?
"Mi chiedo come reagirei io nella situazione in cui metto un personaggio: mi permette didare credibilità a ciò che scrivo".
Parli anche del rapporto con lo psicanalista.
"Come dice Woody Allen ci vado da così tanto tempo che gli do ancora un anno e poi vado a Lourdes.
E poi non è uno solo, ogni tanto si cambia. C'è chi mi dice: ma perché ci vai che stai bene? A parte che non è vero, gli rispondo: sto bene perché ci vado. E comunque anche questo rientra nel mio lavoro. È fondamentale conoscere i miei desideri e le mie paure perché tutte le storie viaggiano sempre tra questo: desideri e paure. Mie, dei miei personaggi e dei lettori".
Quale paura soprattutto?
"L'ignoto. Il che vuol dire scoprire una parte di sé che non conosce, un abisso che non è mai così lontano".
Eppure tu scrivi anche che non ti immedesimi in nessun personaggio: nessuno, tranne Topolino.
"Ho iniziato a scrivere le sue storie alla metà degli anni Novanta (insieme a colleghi come Artibani ed Enna), quando molti dicevano che era un personaggio poco interessante, un perfettino, il primo della classe. Ma se riprendi le sue storie classiche è un personaggio capace di cadere e di rialzarsi, di risolvere situazioni difficili con la propria forza interiore. E poi c'è una differenza sostanziale con il mondo dei paperi: lì sono tutti parenti, mentre a Topolinia a dare forza ai rapporti è l'amicizia".
Però non hai spiegato il mistero dell'immedesimazione.
"Me lo sono chiesto tante volte, soprattutto di recente. E forse c'entra proprio il fatto che nella mia vita abbia dato più importanza all'amicizia che alla famiglia, intendo quella in cui sono nato. Sono voluto andare via presto... queste cose non le ho mai detto in un'intervista. Il mio mondo l'ho dovuto costruire partendo dai margini, come Mickey. E Milano è davvero la mia Topolinia".
Tornando alla scrittura: cosa fai quando non sai come andare avanti?
"Chiamo un collega e chiedo aiuti e consigli. E li ricevo, sempre. E anche io ne do continuamente. Mi è capitato di leggere una storia, complimentarmi con un amico sceneggiatore che mi diceva: ma non ti ricordi che me l'hai suggerita tu?" .
Ma tu citi anche la formula geniale di Alfredo Castelli.
"Certo: prendi una storia che ti piace. Ne cambi l'inizio, poi cambi la fine e poi cambi quello che c'è in mezzo. Magari anche facendola vivere in un'altra ambientazione. E poi c'è un altro sistema ancora: crei l'inizio che ti piace e vai avanti pensando "da qualche parte arriverò". Non sempre, ma funziona anche questo" .
Cosa speri che rimanga in un lettore che legge i tuoi fumetti?
"Uno psicologo un giorno mi ha detto: lo svago è quello spazio che permette di prendere la distanza dalle cose per vederle da un'altra angolazione, magari più giusta. Ecco: questo mi piace" .