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In mostra a Venezia i due mondi di Anish Kapoor

Anish Kapoor, Shooting into the Corner, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia. Foto: © David Levene 
Alle Gallerie dell’Accademia e a Palazzo Manfrin va in scena il doppio spettacolo dell’artista di origine indiana. Tra esplosioni di colore e illusioni che mettono alla prova lo sguardo
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nish Kapoor abita due mondi. Molto distanti tra loro. Il primo è quello cui ci aveva abituato da quando, nel 1990 a soli 36 anni, rappresentò la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia, stupendo tutti con il suo Void Field. Spazi concavi, dipinti di nero o di un intensissimo blu, scavati all’interno di rocce o in semisfere dalle forme perfette. Sembravano – sembrano – superfici piane, ma avvicinandosi ad esse si scopre che racchiudono una profondità abissale, che porta lo spettatore sull’orlo di un infinito, incarnazione del vuoto-pieno caro alla filosofia orientale.

Anish Kapoor, Shooting Into the Corner. Foto: ©Attilio Maranzano 

Kapoor ha creato nel tempo sculture che sembrano provenire dallo spazio, che hanno un respiro cosmico, che si nutrono di cielo – gli specchi concavi e convessi che riflettono l’orizzonte celeste &ndash…

nish Kapoor abita due mondi. Molto distanti tra loro. Il primo è quello cui ci aveva abituato da quando, nel 1990 a soli 36 anni, rappresentò la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia, stupendo tutti con il suo Void Field. Spazi concavi, dipinti di nero o di un intensissimo blu, scavati all’interno di rocce o in semisfere dalle forme perfette. Sembravano – sembrano – superfici piane, ma avvicinandosi ad esse si scopre che racchiudono una profondità abissale, che porta lo spettatore sull’orlo di un infinito, incarnazione del vuoto-pieno caro alla filosofia orientale.

Anish Kapoor, Shooting Into the Corner. Foto: ©Attilio Maranzano 

Kapoor ha creato nel tempo sculture che sembrano provenire dallo spazio, che hanno un respiro cosmico, che si nutrono di cielo – gli specchi concavi e convessi che riflettono l’orizzonte celeste – o che addirittura si smaterializzano nell’aria: come accadeva in Ascension, un turbine di vapore che si innalzava verso l’alto, mostrato proprio qui a Venezia nel 2011. E anche quando le sue opere si incarnano in un corpo legato alla terra – i grandi ovali di rugginoso corten che evocano vagine, porte degli inferi, soglie cariche di mistero – esse si offrono allo sguardo con superfici stondate e accoglienti, forgiate da una sorprendente sapienza siderurgica.

Ma negli ultimi anni un elemento di disturbo, di contraddizione, ha cominciato ad affiancarsi alla calma olimpica della sua estetica. Annunciato dal cannone fallico che spara proiettili di cera rossa inondando di materici schizzi lo spazio circostante, (Shooting into the corner, 2008-2009) un altro mondo si è preso lentamente la scena. Quadri con esplosioni di rossi accesi e neri, viscere, sangue e cenere lanciati sul muro o appoggiati su strutture di ferro: disjecta membra composte di pigmenti e resina, una materia spessa che evoca corpi feriti, resti di una battaglia, visioni della violenza della natura. Qualche volta con effetti da grand guignol.

Una perturbante fisicità è diventata la seconda ossessione dell’artista. Cielo e terra, spirito e corpo, paradiso e inferno, caos e ordine: i due universi si specchiano ora nella grande mostra che Kapoor ha aperto a Venezia (a cura di Taco Dibbits, fino al 9 ottobre, con un ricchissimo catalogo Marsilio).

Anish Kapoor, Turning Water into Mirror, Blood into Sky 

Doppio il suo mondo, doppia anche la sede espositiva: le Gallerie dell’Accademia e Palazzo Manfrin, che l’artista ha acquistato per farne la sede della sua Fondazione. Lo hanno chiamato “Mister In-Between”, il signore che sta nel mezzo, e mai definizione è stata più appropriata. Figlio di molte culture (nato a Mumbai nel 1954 da madre ebrea, si è poi formato a Londra dove vive) oscilla tra gli opposti elementi che si alternano nella mostra. Alla Gallerie la prima sala rovescia sul visitatore l’incandescenza della materia di cui è tessuto il mondo. Eruzioni di lava e di sangue esplodono sui quadri alle pareti, mentre al centro una dolente scultura accompagna la visione: due binari di ferro salgono verso l’alto, intrisi anch’essi di sangue, budella, vesti lacere, frammenti di corpi e storie dimenticate. Infatti l’opera si intitola The Unremembered (2020).


Eppure, nella sala accanto ecco la vita che sta per nascere in una forma perfetta e assoluta, nel candore di un bianco irradiante. Un muro lungo sei metri si gonfia come una grande pancia, come se fosse incinto: un’enorme maternità lattea che cita la Madonna del parto di Piero.

È Pregnant white within me (2022). E però questo gigantesco desiderio di bianco sembra mettere al mondo il suo contrario: il nero assoluto dei Non Object Black, che per la prima volta sono esposti in pubblico. Sono piccole sculture realizzate con il Vantablack, il nero più nero del mondo di cui Kapoor ha acquistato i diritti nel 2016. Non è un pigmento, ma una struttura tecnologica in nanotubi di carbonio, che assorbe però il 99,96% della luce: praticamente un buco nero miniaturizzato e a portata di mano. E infatti questi solidi non hanno la minima ombra. Visti di fronte sembrano creature di Flatlandia, totalmente piatte. Solo girandoci intorno appare il loro volume. L’artista ha realizzato così l’esatto contrario dei suoi Void Fields: con quelli rendeva pieno il vuoto, con questi rende vuoto il pieno.


Inevitabile, il gioco – anzi il dramma – degli opposti si ripete anche a Palazzo Manfrin, dove la mostra si apre e si chiude con due grandi installazioni. Uno è Mount Moriah at the Gate of the Ghetto: ma il monte del sacrificio di Isacco è rovesciato, sembra precipitare a testa in giù dal soffitto e incombere, come un destino minaccioso, su ognuno di noi.

L’altro è Simphony for a Beloved Sun (2013): al centro della sala sta uno smisurato sole rosso cui tendono due nastri trasportatori. Gli offrono la materia della combustione, e dunque della vita e della morte: mattoni di cera rossa che si schiantano a terra, inondando il pavimento di frammenti. Non raggiungono mai il sole, precipitando prima della meta: questa è una macchina celibe, metafora di un sacrificio impossibile. E metafora, forse, dei due mondi che Kapoor ha messo al mondo. Convivono, si affiancano, si sfidano a distanza ravvicinata – le due mostre sono troppo affollate – ma non si congiungono mai. Difficile che chi ama il primo ami anche il secondo. Da una parte sta la misura e l’incanto di una metafisica bellezza. Dall’altra la dismisura di un caos primigenio. E noi, con l’artista, sospesi nel mezzo.