Zerocalcare. Viaggio al termine di Shengal
di Luca Valtorta , di Luca Valtorta"Ok, dai. Stiamo andando a forzare un checkpoint iracheno guidati da Giancarlo Giannini che ha ingoiato un cocomero. Cosa può mai andare storto?", dice Zerocalcare in uno dei momenti più tragici eppure esilaranti del nuovo graphic novel intitolato No Sleep Till Shengal. Per capire: il "Giancarlo Giannini che ha ingoiato un cocomero" sarebbe una panzuta ma implacabile spia irachena che assomiglia come una goccia d’acqua al grande attore italiano che accompagnerà forzosamente Calcare e il suo gruppo in buona parte del suo viaggio.
Un viaggio oscuro per quello che è il lavoro più drammatico, denso e complesso da lui mai realizzato. La storia infatti è il racconto del viaggio da lui realizzato nella terra degli ezidi a Shengal dove nel 2014 cinquemila persone sono state uccise dall’Isis, centinaia sono morte di fame e sete e più di seimila donne e bambini sono stati rapiti e ridotti in schiavitù. Ques…
"Ok, dai. Stiamo andando a forzare un checkpoint iracheno guidati da Giancarlo Giannini che ha ingoiato un cocomero. Cosa può mai andare storto?", dice Zerocalcare in uno dei momenti più tragici eppure esilaranti del nuovo graphic novel intitolato No Sleep Till Shengal. Per capire: il "Giancarlo Giannini che ha ingoiato un cocomero" sarebbe una panzuta ma implacabile spia irachena che assomiglia come una goccia d’acqua al grande attore italiano che accompagnerà forzosamente Calcare e il suo gruppo in buona parte del suo viaggio.
Un viaggio oscuro per quello che è il lavoro più drammatico, denso e complesso da lui mai realizzato. La storia infatti è il racconto del viaggio da lui realizzato nella terra degli ezidi a Shengal dove nel 2014 cinquemila persone sono state uccise dall’Isis, centinaia sono morte di fame e sete e più di seimila donne e bambini sono stati rapiti e ridotti in schiavitù. Questa parte è un racconto nel racconto che si svolge in diversi punti all’interno della storia principale le cui pagine sono bordate di nero a sottolinearne la drammaticità.
Nonostante questo Zerocalcare riesce a mantenere la sua cifra ironica con momenti davvero esilaranti quale quello qui sopra citato per non parlare di uno straordinario Erdogan-Teletubby che gli chiede: "Mi fai Atatürk che dice: 'Annamo a pija il gelato'?", frase cult del suo ormai celebre cartoon Strappare lungo i bordi. L’alternanza dei vari registri è svolta magistralmente, così come il dipanarsi della storia. Per non parlare della prodigiosa velocità di disegno: "Dovevo sbrigarmi con 'sto libro, perché le cose stanno precipitando: l’ho fatto in due mesi", racconta. E anche se sembra impossibile è vero, basta vederlo mentre disegna velocissimo stando in piedi mentre parla a chi gli chiede qualcosa per il figlio, il marito, la moglie, il nipote: è la sua dannazione ormai. Tutti vogliono un "disegnetto" (come li chiama lui) da Zerocalcare. E lui non si nega mai a meno di essere impossibilitato. E tra poco, appena uscito il nuovo volume (4 ottobre), inzia il tour.
Intanto, appena entrati a Villa Medici, la sede dell’Accademia di Francia a Roma, ci viene incontro un pavone. Non è solo stupefacente, è un vero segno di qualcosa che non saprei definire: il pavone è il simbolo degli ezidi, l’angelo Melek Ta’us. Una figura che rimanda al Shaytan del Corano e al Lucifero del Cristianesimo, motivo per cui gli ezidi hanno subito persecuzioni e massacri in tutta la loro storia. Una religione che nulla ha a che fare con l’Islam ma è più vicina allo gnosticismo, allo zoroastrismo e in generale alle culture preislamiche.
Perché No Sleep Till Shengal?
"Questo nuovo lavoro, già dal titolo è la prosecuzione ideale di Kobane Calling che citava London Calling dei Clash mentre qui le citazioni sono in realtà due: No Sleep Till Belfast degli Stiff Little Fingers che era a sua volta una cover di No Sleep Till Brooklyn dei Beastie Boys mentre l’altro tema riguarda la difficoltà e le lunghe notti insonni per arrivare a Shengal".
Quando e come è avvenuto il viaggio?
"Nel maggio-giugno del 2021. A un certo punto nella galassia che sostiene i curdi è nata l’esigenza di accendere i riflettori su quello che stava succedendo a Shengal perché stava scadendo l’ultimatum dell’Iraq che diceva che voleva riprendersi quel pezzo di terra per riportarlo alle sue leggi e anche la Turchia spingeva perché questo avvenisse minacciando altrimenti di bombardare. L’idea quindi era quella di mandare lì qualcuno che potesse testimoniare quello che stava succedendo. E io ho che ho il microchip installato (per capire cosa significa dovete leggere la storia, ndr) ci sono andato subito. Insieme a molte altre persone, associazioni etc.".
Ma i "peshmerga", i famosi combattenti del Kurdistan iracheno, alla fine da che parte stanno?
"In Occidente c’è stata molta confusione su questo termine per cui i peshmerga per molto tempo sono stati identificati come tutti i combattenti curdi, anche perché il significato è 'coloro che affrontano la morte' e quindi è diventato un po’ generico a indicare i "combattenti". In realtà sono di fatto l’esercito della Regione autonoma irachena gestita da Barzani e nalla vicenda degli ezidi si sono comportati molto male".
Perché?
"Quando l'Isis minacciava di invadere gli ezidi, i peshmerga gli hanno impedito di scappare e anche di combattere sequestrandogli le armi e dicendogli che li avrebbero difesi loro mentre poi invece sono scappati lasciandoli al macello".
Ma questo per salvare sé stessi?
"All’inizio credo che volessero davvero fronteggiare l’Isis ma di fatto in realtà sono scappati ed è il motivo per cui gli ezidi ce l’hanno ancora di più con il Kurdistan iracheno che con il governo centrale iracheno stesso".
E i rapporti dei peshmerga con i curdi delle montagne come sono?
"Pessimi. Perché Barzani di fatto collabora con la Turchia sia nella repressione del progetto di Confederalismo democratico dei curdi siriani, sia per avere dei vantaggi economici".
Anche il modello politico tra i due Kurdistan è diverso?
"Sì, il Kurdistan iracheno ha un modello dinastico fatto di clan e non ha nulla di quell’afflato libertario che sta al centro del pensiero di Öcalan e di altre esperienze come quella degli ezidi oggi".
E Öcalan adesso come sta?
"È ancora in isolamento in un’isola in cui agli inizi era l’unico detenuto mentre adesso ci sono altri due o tre detenuti del PKK, ma non possono nemmeno parlarsi tra loro. Inoltre ormai passano anni tra un incontro e l’altro con i suoi avvocati. Qualche anno fa ha potuto parlare con il fratello essenzialmente per mostrare che è ancora vivo ma è a tutti gli effetti ancora in una situazione di detenzione inumana".
Dal carcere ha fatto proposte di pace…
"Sì, ha sempre fatto proposte di tregua unilaterale che però la Turchia non ha mai preso in considerazione".
In Kobane Calling raccontavi di aver incontrato Heval Cuma, ovvero il numero due dopo Öcalan. Che tipo di persona era?
"Sì, l'ho incontrato senza neanche rendermi conto davvero bene chi fosse. Oggi lui sta ancora sulle montagne. Mi è sembrata una persona determinata e con idee molto chiare, tanto che alcune cose che diceva ai tempi mi sembravano abbastanza incredibili e invece nel corso degli anni si è avverato tutto quello che diceva. Direi quindi che si tratta di una persona decisamente piuttosto lucida".
"Mi sono trovato di fronte a mondi incredibilmente aggrovigliati. In apparenza ci sono due schieramenti contrapposti ma in realtà c’è tutto un sottobosco di spie, di interessi diversi, di influenze straniere che non capisci che gioco fanno. Per esempio ci sono lo stato iracheno centrale e il Kurdistan iracheno che, entrambi, si contendono Shengal. In realtà gli abitanti di Shengal dovrebbero fare un referendum per decidere con chi stare ma poi c’è anche l’influenza dell’Iran e pure le spie turche. Quindi essere catapultato lì da Rebibbia significa trovarsi di fronte a tante di quelle cose che, se non c’è qualcuno che te le spiega, sono impossibili da sciogliere".
A proposito, perché il capo del primo posto di blocco per Shengal vi ha fatto entrare e il secondo no? Un mero gioco di potere o c’è una motivazione?
"Il primo, iracheno, voleva farci passare per spiare la nostra attività lì, il secondo, filo iraniano, invece non aveva interesse a farlo. Gli ezidi che poi ci hanno accolto davano invece per scontato che con noi sarebbe arrivata almeno una spia, ma hanno lasciato fare perché sanno di dover avere rapporti con tutti".
Ma erano spie turche?
"No erano spie irachene mentre la milizia che ci ha fermato portandoci in caserma era filo-sciita finanziata dagli iraniani ma al suo interno aveva un enclave turkmeno e delle spie turche. Sì lo so, è un casino…".
A un certo punto le due parti si confrontano armi in mano. Con voi in mezzo.
"Il primo, iracheno, voleva farci passare per spiare la nostra attività lì, il secondo, filo iraniano, invece non aveva interesse a farlo. Gli ezidi che poi ci hanno accolto davano invece per scontato che con noi sarebbe arrivata una spia, ma hanno lasciato fare perché sanno di dover avere rapporti con tutti".
Le due spie, una volta arrivati, non si nascondono nemmeno: si mettono a filmare e fotografare ovunque sotto gli occhi di tutti.
"Lo fanno apposta spudoratamente e gli ezidi lasciano fare per dimostrare che non hanno nulla da nascondere".
Cosa hai provato quando ti sei trovato tra la pistola della spia e i mitra degli sciiti?
"Mi sono reso conto che ero in balia di una situazione superiore alla mia capacità di intervento. Le autorità di Shengal invece sono attori di quello scenario e sono perfettamente in grado di gestirlo quindi una volta arrivati là eravamo in mani sicure. Il problema era arrivarci".
"È chiaro che doveva esserci un momento in cui parlare con noi e loro sono riusciti a crearlo. Del resto eravamo comunque a casa loro, le spie non potevano fare tutto quello che volevano".
Pochi giorni fa è morto un ragazzo italiano che è andato a combattere in Ucraina. Cosa ne pensi?
"Io cerco sempre di non fare parallelismi: credo che chi è andato a combattere in Kurdistan non l’ha fatto solo per combattere contro l’Isis o contro un’ingiustizia ma l’ha fatto nel quadro della costruzione di una società migliore, ovvero quella che provano a costruire nel Nord della Siria o a Shengal, che è una società paritaria tra i generi e che crede nella convivenza tra diversi popoli. Questa molla per me è ciò che li rende diversi da tutti i diversi 'foreign fighters' senza togliere nulla a loro".
Poi ci sono foreign fighter fascisti che sono andati a combattere per i russi insieme a quelli filocomunisti; questa difficoltà a comprendere contribuisce dal mio punto di vista a generare un senso generale veramente depressivo…
"Però è proprio questo invece il grande valore della questione curda perché, al contrario di altre, è limpida e cristallina. E ha dei paletti etici e politici molto chiari. Poi ovviamente nelle guerre ci sono rapporti strategici inevitabili come per esempio quello con gli americani quando c’è di mezzo l’Isis. Anche se al tempo stesso però la Nato, nelle vesti della Turchia, li bombarda. I curdi, nella loro storia sanno di non poter contare su nessuno. Per me la loro esperienza del Confederalismo democratico e il rapporto con le donne fa la differenza: non c'è davvero niente di simile negli altri sistemi di governo. Riuscire a realizzarlo in quel contesto poi è ancora più importante e difficile".
C’è una parte molto intensa della storia che parla della strage e della riduzione in schiavitù delle donne ezide. Molti di loro si sono salvate/i proprio grazie a quella parte del movimento curdo che la Turchia considera 'terrorista'.
"Esatto i primi che sono riusciti a a rientrare a Shengal cacciando l’Isis sono stati quelli del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan, ndr) e a ristrutturarne l’autonomia senza imporgli nulla. Gli ezidi si sono presi la parte che loro ritenevano che a loro andasse bene tra cui quella della liberazione femminile".
Quindi adesso hanno strutturato loro stessi delle truppe?
"Esatto, fatte di uomini e di donne. E che sono proprio quelle truppe che l’Iraq e la Turchia adesso vogliono sciogliere. Questo perché non vogliono che gli ezidi abbiano un’autonomia ma che seguano le 'loro' leggi difese dai 'loro' eserciti. Loro gli fanno presente che sono stati proprio i loro eserciti che li hanno fatti massacrare e non si fidano più".
Quando arriverà l’offensiva contro gli ezidi di cui si parla nel libro?
"Purtroppo la guerra sta accelerando l’arrivo di quel momento, anzi si può dire che è già in atto: ci sono continuamente uccisioni con droni turchi sia di civili che di persone dell’amministrazione autonoma, compresi alcuni di cui si parla nel libro. Uno stillicidio che prima o poi diventerà un’invasione vera e propria grazie al fatto che la Turchia ha barattato l’adesione di Svezia e Finlandia nella Nato con la mano libera con i curdi e, indirettamente, gli ezidi".
Era pericoloso quindi stare lì?
"Beh un giorno dovevamo incontrare una persona ma ci hanno detto che era pericoloso perché era stato avvistato un drone e così non siamo andati. Qualche tempo dopo in effetti questa persona è stata uccisa in quel modo".
"Sì, è la cosa più terribile che ho dovuto affrontare. Ma bisogna parlarne perché quando nessuno parla succedono massacri: anche in Rojava le persone hanno vissuto situazioni drammatiche, ma qui si è consumato un trauma collettivo che io non avevo mai percepito altrove, come un fantasma che aleggia su tutti. La percezione di quello che è accaduto, stupri di massa, omicidi di massa, è tangibile, ed è in ogni discussione. Non è possibile astrarsi in nessun modo".
Proprio per questo abbiamo voluto usare per la copertina di Robinson quell’immagine in cui tu entri nel luogo in cui tutto ciò è avvenuto.
"Quando sono entrato lì ho sentito una sensazione a pelle, un senso opprimente di ciò che si era consumato. Era impossibile sfuggire a questa cosa".
È strano come i luoghi mantengano una sorta di memoria.
"Sì, anche perché lì, volontariamente era stato lasciato tutto come lo avevano trovato, come per rendere una sorta di testimonianza".
Tutto questo è reso ancora più drammatico dal fatto che la persona che ti ha portato lì qualche giorno ha tentato di suicidarsi. Tu avevi notato in lui qualche particolare che ti aveva colpito come la mano che gli tremava…
"Loro ti raccontano che sono cose che succedono: alle donne spesso nei campi profughi e agli uomini più frequentemente nelle città. Non è facile superare certe cose che hai visto o che hai vissuto. L’autonomia di Shengal è l’unico modo di costruire un futuro per i più giovani in quello scenario perché tutti gli altri, a partire dallo stato iracheno, non hanno fatto altro che costruire campi profughi dove la gente non ha nessun tipo di attività possibile riproducendo il modello che c’era prima di Isis".
Ma tu quando torni qua come ti senti?
"Ogni volta che tu rientri in contatto con quel mondo ti sembra assurdo quello che succede qui, le nostre preoccupazioni e così via. Capita anche se vai al Centro curdo a Roma, che comunque è qua. Però è pure vero che il nostro mondo è questo e dobbiamo cercare di aggiustare le nostre vite qua. Certo quello ti aiuta a mettere in prospettiva le cose".
E adesso che ci stiamo avvicinando a quello che potrebbe essere uno dei peggiori periodi della storia?
"Le elezioni non sono altro che la fotografia di qualcosa che già esiste e credo che questo sia un paese che in cui molte persone sono in sofferenza e molte persone vivono anche fenomeni di discriminazione che probabilmente peggioreranno. Io non penso che tutto sia uguale a tutto ma non mi sembra che in questi anni ci siano state delle forze che si siano assunte la responsabilità di cambiare veramente le cose".
Ma il conflitto di classe esiste ancora?
"No, perché il conflitto verticale tra chi sta su e chi sta giù è stato sostituito da un conflitto orizzontale tra chi non ha niente e chi ha ancora di meno e chi ha meno ancora. Quello verticale viene agito semmai dall’alto verso il basso perché le uniche forme di lotta di classe che ho viste sono state quelle contro i lavoratori: penso agli arresti che ci sono stati a Piacenza contro il sindacalismo di base che poi il giudice ha definito illegittimi perché in realtà non si trattava d'altro che delle canoniche forme della lotta sindacale".
"Io credo che si debba sempre ripartire dai bisogni delle persone e quindi ricominciare dai quartieri, dai servizi, dalla creazione di un tessuto solidale come è avvenuto in alcuni casi durante il Covid. Questo anche perché non ho visto in questi anni degli attori in grado di farlo a livello nazionale. Lo so che non può essere sufficiente ma meglio che niente".
C’è una grande rabbia in giro. Da dove viene secondo te?
"Nasce dal fatto che, forse grazie anche ai social, spesso le cose vengono messe in contrapposizione. Per esempio si mettono in contrapposizione diritti sociali e diritti civili. C’è una sinistra liberal che porta avanti cause come quella dei diritti delle coppie gay e non dice niente di quelli dei lavoratori e, viceversa,c’è chi parla dei diritti dei lavoratori trattando come 'fuffa' la questione dei diritti di genere. Questa rivalità è stata devastante perché nella vita vera non è che i gay non lavorano e i lavoratori non hanno orientamenti sessuali. E da qui bisognerebbe ripartire".
E i famosi 'intellettuali'?
"Io personalmente non trovo spunti originali che mi permettano di leggere la realtà in una maniera illuminante ed è una cosa che mi manca. Dal Covid alla guerra ho cercato qualcuno che mi potesse dare una prospettiva convincente e non l’ho trovato. Io non sono in grado di farlo, ho bisogno di qualcuno lo faccia per me e purtroppo col Covid secondo me è venuta a mancare pure quell’intelligenza collettiva che esprimevano le persone che si mettevano insieme. Con l’isolamento e il fatto di stare tutti in casa coi social si sono azzerate anche tutte le forme di confronto e di sintesi lasciando il posto a continue 'jahd' reciproche continue: è proprio molto difficile secondo me questo periodo!".
C’è stato qualche tentativo di elaborazione su certi temi: penso a Capitale e ideologia di Thomas Piketty in particolar modo per quanto riguarda il tema delle diseguaglianze. Ma anche questi tentativi alla fine non incidono nella realtà.
"Sì, perché c’è anche bisogno di una collettività capace di raccogliere gli spunti e tradurli in politica. Se questa collettività non c’è è tutto inutile. Anzi, oggi assistiamo al paradosso che chi non ha niente insorge quando si prospetta l’ipotesi di tassare i più ricchi: praticamente l’opposto della lotta di classe".
Il post Covid come è per i tuoi amici, per le persone intorno a te?
"Piuttosto pesante. Chi non aveva una situazione strutturata è a pezzi, chi invece era messo meglio sta in piedi".
"È vero. Pure perché in questo momento ho bisogno di staccare il cervello andando in giro a fare milioni di disegnetti, senza pensare alle cose della vita mia".
I giovani come ti sembrano?
"A parte i miei lettori, non è che abbia tutti questi contatti, però quella di oggi mi sembra una generazione sveglia che, per esempio, ha un’attenzione alle questioni climatiche che la mia non ha mai avuto. La loro lingua non è molto la mia: molte cose loro passano da Internet e non hanno la stessa modalità organizzativa: l’assemblea, la vertenza… quindi io fatico un po’ a capire come si riescono a strutturare. Ma è un limite mio".
Leggono i tuoi graphic novel?
"Dalle reazioni mi sembra che leggano proprio quelli che trattano le questioni più legate ai temi sociali. Molti dicono che oggi i più giovani rifiutano l’impegno ma magari semplicemente non lo declinano nello stesso modo".
Li disegni come George Pig, il fratello piccolo di Peppa Pig che nel frattempo è diventato una sorta di trapper: fa molto ridere.
"Beh sì, nel frattempo è cresciuto (ride)".
La tua cifra è un’ironia dissacrante che utilizzi per stemperare anche le cose più angoscianti. Che differenza c’è tra questo nuovo lavoro e Kobane Calling?
"Rileggendolo mi rendo conto che questo probabilmente è più cupo".
Anche la favola di Natale, A Babbo morto, non scherzava…
"Questo anche perché per il fatto che faccio ’sti fumetti, in ogni città in cui vado mi portano a conoscere le persone che hanno conosciuto le esperienze più dolorose, più mostruose etc. Tutti mi dicono: 'Dai facce un fumetto per denunciare la situazione!'. Si va dagli arrestati a chi è stato ammazzato di botte, licenziato, buttato per strada e così via. Il bello è che di solito sono le persone più incredibilmente lucide con cui ti capita di avere a che fare perché hanno visto la crudezza del mondo e non hanno ideologie né orpelli ma sanno esattamente cosa va male e in quali passaggi le cose non funzionano: questo da Taranto a Shengal. E sanno anche dirti di cosa ci sarebbe bisogno per farle andare meglio. Guarda caso, non si tratta mai delle questioni su cui ci accaloriamo. Credo che questo sia significativo".
"La questione della redistribuzione del reddito dovrebbe essere quella centrale visto anche che con l’automazione è inevitabile che ci sia una continua diminuzione di posti di lavoro. In teoria si dovrebbe lavorare di meno per evitare di lasciare la gente in mezzo alla strada. Ma mi sembra che si stia andando nella direzione opposta".
Del nuovo cartone su cui stai lavorando si può dire qualcosa? Almeno quando si potrà vederlo?
"Non lo so manco io".
Dietro l’ironia, questo lavoro ma anche la “favola” “A Babbo morto”, rivelano una grande asprezza.
«Lo so. Divento sempre più crepuscolare e senza speranza (sorride)».
Il 3 ottobre Zerocalcare sarà a Milano in anteprima a presentare "No Sleep Till Shengal" (pubblicato da Bao Publishing, 208 pagine, 23 euro) dalle ore 21 presso la Feltrinelli di piazza Piemonte: ci sarà un incontro (già esauriti i posti), il firmacopie, un gadget e un timbro in esclusiva per la serata. Il 3 sarà possibile anche a Roma comprare il libro dalle 21 (Feltrinelli di via Appia Nuova), mentre il 5 nella stessa libreria ci sarà anche il firmacopie dalle 15 e l’incontro (esaurito) alle 21. Il 7 sarà la volta di Firenze (piazza della Repubblica) sempre con formula 15 e 21; il 10 ottobre Torino, il 12 Napoli, il 14 ottobre Bari, il 17 a Palermo. Per ulteriori informazioni: https://baopublishing.it/eventizerocalcare/