Festival Treccani, le parole sono importanti
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloAbbiamo le parole giuste per parlare di ambiente? Se dico atmosfera, litosfera, idrosfera, biosfera, uso termini specifici il cui significato è intuibile ma non necessariamente trasparente. E se parlo di drenaggio e di microbioti? Lo spazio in cui viviamo sembra un libro aperto - è qui, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, a portata di mano - e tuttavia nominarlo non è semplice.
Non è mai neutro. E il paesaggio non è, come siamo portati a credere, un fondale, un impianto scenografico. La sua costante trasformazione (il cambiamento ambientale è vecchio quanto il pianeta) è prodotta da modificazioni estranee all'intervento umano tanto quanto dagli effetti della nostra presenza sulla Terra. Ma a seconda della prospettiva selezionata, il racconto può essere diverso: "Una storia dell'ambiente del XX secolo scritta dal punto di vista dei lemming o dei licheni - ha osservato lo studioso John R. McNeill - potrebbe…
Abbiamo le parole giuste per parlare di ambiente? Se dico atmosfera, litosfera, idrosfera, biosfera, uso termini specifici il cui significato è intuibile ma non necessariamente trasparente. E se parlo di drenaggio e di microbioti? Lo spazio in cui viviamo sembra un libro aperto - è qui, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, a portata di mano - e tuttavia nominarlo non è semplice.
Non è mai neutro. E il paesaggio non è, come siamo portati a credere, un fondale, un impianto scenografico. La sua costante trasformazione (il cambiamento ambientale è vecchio quanto il pianeta) è prodotta da modificazioni estranee all'intervento umano tanto quanto dagli effetti della nostra presenza sulla Terra. Ma a seconda della prospettiva selezionata, il racconto può essere diverso: "Una storia dell'ambiente del XX secolo scritta dal punto di vista dei lemming o dei licheni - ha osservato lo studioso John R. McNeill - potrebbe risultare molto interessante, ma avrei qualche difficoltà a concepirla".
McNeill, come chi scrive questo articolo, sta usando le parole: e quando sostiene, nelle pagine di Qualcosa di nuovo sotto il sole (Einaudi) che nella storia dell'ambiente il ventesimo secolo "acquisisce una sua peculiarità a motivo dell'accelerazione davvero impressionante di un gran numero di processi che comportano il cambiamento ecologico", ha tradotto - avvalendosi di lessico e sintassi - una visione, un pensiero. Ha scelto una serie di parole. È un fatto meno rilevante rispetto alla sostanza contenutistica, al problema che la frase pone, ma non è accessorio.
Per questo, il confronto fra scienziati, divulgatori, giornalisti e linguisti al Festival Treccani della Lingua italiana di Lecco (fino al 9 ottobre) - giocato per l'appunto sulle parole dell'ambiente - scommette sul linguaggio come luogo della comprensione, della consapevolezza, dell'azione politica. La giornata dell'8 ottobre si apre con i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota che mappano la parola "abitare", e prosegue con le riflessioni di Nicoletta Boldrini, della principessa Marie-Esméralda del Belgio in dialogo con Mara Gergolet sulle conseguenze della crisi climatica nel Sud del mondo, di Martina Comparelli (Fridays for Future Italia) sul ruolo dei giovani nella lotta per l'ambiente, di Donatella Caprioglio, psicologa e psicoanalista, sul senso dell'abitare. E ancora: una tavola rotonda sul rapporto tra necessità abitative e paesaggio con Angelo Antolino, Anna Ottani Cavina, Bianca Felicori e Michele Munafò.
Alla costruzione o al consolidamento di una coscienza collettiva più attenta, più partecipe - magari anche semplicemente più preoccupata - concorrono anche le storie, il racconto. Non a caso la giornata del 9 sarà dedicata al narrare, con la giovane rapper marocchina Chadia Rodriguez a dialogo con lo scrittore e editor Carlo Carabba. In un libro intitolato La grande cecità, lo scrittore indiano Amitav Ghosh insisteva per tempo sulla necessità di non chiudere nei confini della saggistica il discorso sul cambiamento climatico. È una questione di scarsa immaginazione? O di parole inadeguate? "Forse le correnti del surriscaldamento globale sono troppo impetuose per navigarle coi consueti vascelli della narrazione?" si domanda Ghosh. E la sua risposta è perentoria: "Se certe forme letterarie sono incapaci di vedersela con simili flutti, significa che hanno fallito, e i loro fallimenti dovranno essere visti come un aspetto del più generale fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica". Non mancano le informazioni; mancano parole che producano scenari narrativi capaci di scuotere emotivamente e intellettualmente. Al di là della fantascienza, nella turbolenza del presente.
Insiste sul linguaggio anche Zadie Smith, scrittrice anglo-giamaicana: esiste - dice - quello scientifico e ideologico per indicare ciò che sta succedendo al clima, "ma di parole intime ce ne sono ben poche". La narrativa ha bisogno di parole intime; di parole esatte ma non burocratiche, di parole che schiudano immagini: non solo fataliste, non solo apocalittiche. Dove andarle a cercare? In quale vocabolario preesistente o futuribile? Attraverso quale alleanza strategica fra "realismo e paradosso, attendibilità e straniamento"? Se lo domanda, introducendo i Racconti del pianeta Terra (Einaudi), lo studioso Niccolò Scaffai: una narrazione che tenga insieme questi poli sarebbe utile "per uscire dallo scacco che ci impedisce di accorgerci di ciò che abbiamo sotto gli occhi". Serve insomma una buona storia. Il che, evidentemente, presuppone buone parole.