Amitav Ghosh. Noi eravamo natura
di Carlo Pizzati , di Carlo PizzatiIl caldo invivibile delle nostre estati soffocanti. Le alluvioni assassine che inghiottono vittime impreparate. Le lunghe siccità che mettono in crisi l’agricoltura. I ghiacciai che si scrollano la schiena, frantumando i martiri del riscaldamento globale. E gli uragani sempre più spaventosi. La Terra si ribella a chi da secoli ha smesso d’ascoltarla, trattandola come materia inerte da spremere oltre i limiti. Quand’è sbocciato quest’acceleramento nello scempio di valli, praterie, isole e montagne? Con il colonialismo, motore del dominio del Nord sul Sud globale. Grazie alla colonizzazione dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe, l’Europa ha eluso il suo destino di “cortile dell’Eurasia”. Con l’asservimento della Natura da parte dei colonizzatori europei nelle terre “scoperte” da Cristoforo Colombo, e con le missioni militari in Asia e in Africa, opprimendo, schiavizzando e massacrando, s…
Il caldo invivibile delle nostre estati soffocanti. Le alluvioni assassine che inghiottono vittime impreparate. Le lunghe siccità che mettono in crisi l’agricoltura. I ghiacciai che si scrollano la schiena, frantumando i martiri del riscaldamento globale. E gli uragani sempre più spaventosi. La Terra si ribella a chi da secoli ha smesso d’ascoltarla, trattandola come materia inerte da spremere oltre i limiti. Quand’è sbocciato quest’acceleramento nello scempio di valli, praterie, isole e montagne? Con il colonialismo, motore del dominio del Nord sul Sud globale. Grazie alla colonizzazione dell’Asia, dell’Africa e delle Americhe, l’Europa ha eluso il suo destino di “cortile dell’Eurasia”. Con l’asservimento della Natura da parte dei colonizzatori europei nelle terre “scoperte” da Cristoforo Colombo, e con le missioni militari in Asia e in Africa, opprimendo, schiavizzando e massacrando, si è affermata l’idea meccanicistica che la Natura sia solo materia passiva da succhiare fino al midollo. Anzi, mangiandosi pure quello.
Cosa ci può salvare? L’ascolto. Tornare a decifrare cosa la Natura narra da sempre a chi comprende le storie che narrano alberi, montagne, mari e fiumi. È stata ed è proprio questa predisposizione rispettosa verso la sacralità dei luoghi ad aver reso tante popolazioni indigene dei migliori guardiani della Terra di quanto non siamo stati noi negli ultimi quattro secoli. Ecco l’aspetto più importante de La maledizione della noce moscata (Neri Pozza), l’illuminante saggio dello scrittore indiano Amitav Ghosh che con questo contributo ispirato, che fa seguito a La grande cecità, si afferma come uno degli autori più importanti per capire il presente, più efficace di tanti premiati economisti e tronfi filosofi cui sfugge un simile sguardo d’insieme sulla storia e sulla Terra, che invece Ghosh ci descrive con eclettica eleganza, tra le pagine di un libro trasformativo.
È ora di riconsiderare il vitalismo delle teorie di Gaia dello scienziato ambientalista James Lovelock, convinto che la Terra sia un’entità vivente e vitale di cui noi esseri umani, animali, materia viva e materia inerte, siamo parte integrante, capaci di raccontare storie utili a una coesistenza armoniosa. Ghosh dipinge quindi da esperto romanziere com’è iniziato il soffocamento della Terra, tessendo le storie dal punto di vista dei vulcani sacri, dei chiodi di garofano e, appunto, della noce moscata. Ponendo al centro della narrazione una pianta, l’autore mette in pratica ciò che chiede ad artisti e scrittori ne La grande cecità: date voce alla Natura, fate del clima il protagonista delle vostre opere. Così il libro si apre sullo scenario folle di un massacro nell’Isola di Banda, in Indonesia, nel 1621, per mano degli occupanti olandesi che volevano il controllo totale sul commercio di quella che si riteneva fosse una cura contro la peste: la noce moscata.
Fu la visione meccanicistica della realtà, la mancanza di rispetto per le realtà locali, l’atteggiamento depredante e virulento, a trasformare gli stessi esseri umani in risorse mute, bruti da torturare ed estirpare come erbacce. I colonialisti furono quindi, scrive Ghosh, i primi filosofi meccanicisti, precursori di Cartesio e Bacone, pionieri nel concepire la Terra come risorsa da mungere senza limiti. Per secoli a seguire, i sistemi di pensiero vitalisti furono quindi emarginati dalla cultura dell’Anglosfera degli imperialisti britannici e degli americani, pensiero difeso solo da Schopenhauer, da Goethe, Blake, Shelley, Whitman e Thoreau, e da chi viveva a contatto con la Natura.
In quest’analisi, l’autore delinea l’acceleramento del disastro dell’industrializzazione, optando per le macchine a vapore sulle fonti pulite più di 200 anni fa, perché carbone e petrolio sono più controllabili e ciò aiuta a dominare gli altri. L’impero, dunque, ha strutturato con il colonialismo una rete fondata sul capitalismo razziale, costruito su schiavismo e genocidio, sopprimendo la Natura. Su questa storia iper-industrializzata poggia la nostra inquinata vita quotidiana: quella dei cambiamenti climatici. La Terra si ribella.
Come salvarsi? Tornando ad ascoltare il genius loci, con la comprensione olistica che l’individualismo patologico porta all’Armageddon. La solidarietà esiste ed è sempre esistita. Tra umani di diversi ceti, classi e colore della pelle. Ma anche tra umanità e Natura. Questo è l’invito vitalistico de La maledizione della noce moscata: torniamo a prestare attenzione alle storie che ci raccontano l’ambiente, gli animali. E anche gli spiriti del luogo, eteree voci della Natura. Una strada c’è: quella dell’ascolto rispettoso. È ora di incamminarci in questa direzione, per capire come ritrovare un equilibrio naturale, in fuga dal baratro infuocato del meccanicismo.