Meno male che il fumetto da qualche tempo permette agli autori di raccontarsi. Mica succedeva quando viveva solo attraverso i personaggi. Ora un’autrice come Silvia Ziche (sempre attiva tra Disney e romanzi a fumetti come quelli dedicati al suo alter-ego Lucrezia) può decidersi ad usarlo come strumento di terapia, mettendo in scena un dialogo immaginario tra lei e sua madre. Una madre anaffettiva, che non incoraggia mai, che non accarezza mai, che fa sentire la figlia inutile e anzi dannosa. Ma la meraviglia di questo fumetto è che Silvia Ziche rimane anche qui, anche nei momenti più drammatici, la fumettista che riesce sempre a trovare ottimismo, positività e capacità di sorridere. E sua madre diventa un personaggio solido, vero, capace di giustificare i suoi comportamenti, dicendo con tono deciso: «Ti ho messo al mondo. Non ti basta?», oppure «Ho fatto quello che potevo, come tutti», o ancora «Ti fa così schifo quello che sei diventata?» e «Le cose sono sempre più complesse di come appaiono». Come in una pièce teatrale Silvia Ziche mette in scena la sua costellazione familiare (anche la figlia che non ha voluto e che per questo la rimprovera) per capire meglio un passato che sulle sue pagine diventa anche nostro, tra lacrime di commozione e di gioia. Per incontrarla a Romics (la fiera del fumetto di Roma) ci immergiamo in una sala della segreteria che ci protegga dal vociare dei tanti che affollano i padiglioni. Si vede che è agitata dall’uscita di un libro che, per la prima volta, la vede presente nelle vignette. E infatti all’inizio è sulla difensiva: «Credo che in fondo sia un libro sulla maternità, sulle relazioni in generale. E ho sempre parlato di relazioni complicate nei miei fumetti» .
Però tutto parte da tua madre. E per la prima volta parli di te, in maniera molto intima.
«E infatti sono spaventatissima. Ho l’ansia (dice ridendo)».
Immagino sia un libro su cui hai lavorato a lungo.
«Sì. Ho preso appunti per vari anni e quello che è venuto fuori è una sintesi molto meditata. Però, ecco, non volevo raccontare una persona, piuttosto un disagio. Riuscire a raccontare l’effetto di questa relazione complicata. Non volevo fare una cronaca».
Ci sei riuscita. Mantenendo intatto il tuo stile e il tuo umorismo.
«Credo che quello sia l’ingrediente fondamentale per non affondare nel disagio della vita. La madre a un certo punto dice che è un problema di lusso avere un genitore che non ti capisce. E davvero in questo periodo di guerra ce ne possiamo rendere conto senza troppa fatica».
Quando lo hai cominciato?
«Quando mia madre si è ammalata, chiudendosi in sé stessa e non comunicando più con l’esterno. A quel punto ho avuto con lei un contatto mai avuto prima, ed era un contatto muto. E siccome parlare con mia madre è qualcosa che mi è mancato sempre, ho cominciato a dialogare con lei. Un dialogo che inventavo io, ovviamente».
Un modo molto particolare per rielaborare il tuo rapporto con lei.
«Ho continuato anche dopo la sua morte. Anzi, il processo è andato ancora più a fondo, cominciando a leggere libri di scrittrici e scrittori sul tema della madre. In molti l’hanno fatto. Anche Nanni Moretti in un suo film, e poi Annie Ernaux, Simone de Beauvoir e tanti altri...».
È stato importante?
«Molto. Anche se a volte entravano in dettagli di realtà che a me non interessavano. Finché non sono arrivata a Virginia Woolf e alla sua Gita al faro che ha scritto proprio per fermare l’ossessione che aveva nei confronti della madre. Affermando che quello che sperava era avvenuto davvero. Allora mi sono detta: magari funziona anche con me».
Ha funzionato?
«Non si è fermata del tutto, ma ha rallentato (ride)».
Ci sono stati momenti di commozione mentre facevi il libro?
«Ci sono cose che ancora mi provocano commozione. Non è mica finita».
Una scena in particolare?
«Quella in cui ho immaginato un ballo con mia madre».
Avresti mai potuto fare questo libro quando lei era ancora viva?
«No perché non l’avrebbe capito. E io non avrei voluto darle un dispiacere. Stavo dicendo “farle del male” ma, dimmelo tu, non credo che questo libro possa sembrare una vendetta».
È fatto con sincerità e con amore. Pieno di rimpianto per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Di vendette non vedo traccia.
«Ci sono voluti anni per elaborare, e lunghi percorsi di psicoterapia per capire il senso del disagio e del dolore non compreso. Una persona anaffettiva non si rende conto dei problemi che crea perché troppo immersa nei suoi».
Hai capito che, come altre, tua madre era una persona fragile.
«Sì. Ma il figlio di una persona fragile può essere ancora più fragile. Ci salva l’andare a fondo. Cercare di capire. Nulla è già deciso, neanche di quello che accade nel mondo. Il futuro bisogna ancora scriverlo».