La biografia di Philip Roth e l'ombra di Zuckerman
di Gabriele Romagnoli , di Gabriele RomagnoliVolendo riporre sullo scaffale la monumentale biografia su Philip Roth scritta da Blake Bailey sorge un dubbio: accostarla ad altre ricostruzioni di vite o ai romanzi dell’autore qui esaminato? Evidente il contrasto: nel primo caso sovrasterebbe, per dire, il Garibaldi di Luciano Bianciardi (950 pagine contro 150); nel secondo occuperebbe pressappoco lo stesso spazio della trilogia americana dello stesso Roth. Davvero le esistenze degli scrittori sono così interessanti? «Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi interessante», la richiesta di Roth al suo biografo rafforza con quel “rendi” il dubbio. Sono così universali da surclassare quelle di chi ha fatto la storia invece di testimoniarla o reinventarla? E, ancora, come ha chiesto più volte lo stesso Roth: perché soffermarsi sugli scrittori quando a contare è la scrittura? Il paradosso (ma non troppo) è che i migliori risultati nel campo si ottengono quando…
Volendo riporre sullo scaffale la monumentale biografia su Philip Roth scritta da Blake Bailey sorge un dubbio: accostarla ad altre ricostruzioni di vite o ai romanzi dell’autore qui esaminato? Evidente il contrasto: nel primo caso sovrasterebbe, per dire, il Garibaldi di Luciano Bianciardi (950 pagine contro 150); nel secondo occuperebbe pressappoco lo stesso spazio della trilogia americana dello stesso Roth. Davvero le esistenze degli scrittori sono così interessanti? «Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi interessante», la richiesta di Roth al suo biografo rafforza con quel “rendi” il dubbio. Sono così universali da surclassare quelle di chi ha fatto la storia invece di testimoniarla o reinventarla? E, ancora, come ha chiesto più volte lo stesso Roth: perché soffermarsi sugli scrittori quando a contare è la scrittura? Il paradosso (ma non troppo) è che i migliori risultati nel campo si ottengono quando l’autore della biografia è superiore al soggetto. L’esempio più lampante è Limonov di Emmanuel Carrère. In generale l’artista minore è un argomento più fruttuoso, in molti campi: nessun documentario su Bowie o Jagger varrà mai Sugar Man. Qui poi siamo alla scelta diretta del biografo da parte del biografato. Roth fece un lungo casting prima di fermarsi su Bailey. Legittimo, ma con conseguenze. Un conto è l’autorizzazione di un tennista, Agassi, a un premio Pulitzer, Moehringer. Un altro quella di uno dei massimi scrittori al tempo viventi a un pur bravo scrivano.
Più che “autorizzata” la biografia finisce per diventare “autorializzata”. Bailey “appoggia” su Roth molte interpretazioni dei fatti, perfino la narrazione dei fatti stessi. Roth ha spesso detto di non volere una “storia del suo pene”. Lui stesso però ricorda la parte più attiva della propria esistenza come dedita «alla bibliografia di giorno e alle donne di sera». Il pendolo oscilla fra due punti, o impazzisce. A volte si ha l’impressione che l’autore ombra sia Zuckerman scatenato, lieto di annotare che il suo soggetto, diventando calvo, ogni volta che praticava un cunnilinguus era «conscio del fatto che loro gli stavano guardando la pelata».
L’autofiction è stata (almeno per la maggior parte di quelli che l’hanno praticata) una forma di auto-denigrazione, una sincerità spinta all’auto-lesionismo. Roth l’aveva bordeggiata con le proprie “contro-biografie” a capitoli sparsi, tra romanzi e personaggi differenti. Affrontando quest’insieme si va sbattere contro il timore che le vite dei letterati contemporanei siano un susseguirsi di ambizioni, egocentrismi, invidie, odi via recensione, facili conquiste dopo lezioni o presentazioni, veloci amplessi e lunghe relazioni infelici. Un modo di convivere con questo testo potrebbe essere quello di affrontare i singoli capitoli dopo aver letto o riletto il corrispondente romanzo. Chi considera Pastorale americana il suo capolavoro si troverà nella migliore delle compagnie possibili scoprendo che fu Roth stesso ad allegare alle bozze una lettera a firma del direttore editoriale in cui si proclamava quel romanzo «il punto più alto di una carriera già illustre… il capolavoro di un maestro americano».
Vero. Com’è vero che la disperazione senza umiltà rischia di trasformarsi in una elaborata forma di narcisismo. Tuttavia questo era Roth e non si nasconde che alla morte della prima moglie, divenuta ex in guerra legale, fischiettò per tutto il tragitto verso le pompe funebri sul taxi che poteva finalmente permettersi. O che dopo un “appuntamento al bacio” con Jackie vedova Kennedy non la richiamò più per non dover aggiornare un guardaroba inadatto alle sue serate. Inevitabilmente è stato meschino e generoso, venale e appassionato. Non avesse scritto: un diffuso esemplare di pasticcione della vita. Ma proprio di quello ha scritto. La “formula” è contenuta in una dichiarazione del 1974 che sussume metà della biografia, affermando che i suoi romanzi: «sono il frutto dell’interazione tra i miei lavori precedenti, la mia storia personale recente non ancora digerita, le circostanze della vita quotidiana e i libri che stavo leggendo e insegnando».
Alla fine di tutto che cosa resta? Un sospetto. Che tutte le vite, dei grandi uomini come dei piccoli e perfino degli infami, crescano intorno a un nocciolo, la slitta Rosebud di Citizen Kane, il miraggio del passato verso cui si rivolge l’età matura: «Non c’era nulla che potesse eguagliare un ritorno a casa da scuola sotto la neve. Era quanto di meglio la vita avesse da offrire. La neve era l’infanzia, protetta, spensierata, amata, ubbidiente». E ancora «Un giorno Roth era sdraiato a prendere il sole sul tetto insieme a Harber e Tagan. Sapete, disse a un tratto in tono solenne, per noi questo potrebbe essere il meglio che avremo». Poi ebbe tanto, non tutto. Successi, delusioni, tradimenti inferti e subiti, colpe, amore, morte. E seppe scriverne.
Il libro
Blake Bailey, Philip Roth, Einaudi, Traduzione Norman Gobetti (pagg. 1056, euro 26)