Qatar: il deserto è un museo
dal nostro inviato Dario Pappalardo , dal nostro inviato Dario PappalardoDoha. Nel deserto di Al Zubarah, dove un tempo si commerciavano perle, c’è un pallone finito nella rete. Da vicino, si rivela un mappamondo gigante, installato tra i sassi, la sabbia e il nulla dal brasiliano Ernesto Neto. Perché qui in Qatar – oltre a quello controverso del calcio che inizia il 20 novembre – si gioca il Mondiale dell’arte. «Quando ero un ragazzo, il Mondiale era il Mondiale di tutti – dice Neto, in piedi, al centro della sua opera Slug Turtle, TemplEarth con una spilla sulla camicia a sostegno di Lula – Ora è il campionato del mondo della Fifa. Vorrei invitare i 32 presidenti dei Paesi che si sfideranno a entrare qua, a sedersi insieme in cerchio e respirare. Si parla troppo e si respira poco. Torniamo a sentirci, a giocare, a cantare – lui lo fa davvero, mentre parla – Tutto il mondo sta diventando una dittatura legalizzata».
Tutto il mondo sta per arrivare qui, su questo dente della p…
Doha. Nel deserto di Al Zubarah, dove un tempo si commerciavano perle, c’è un pallone finito nella rete. Da vicino, si rivela un mappamondo gigante, installato tra i sassi, la sabbia e il nulla dal brasiliano Ernesto Neto. Perché qui in Qatar – oltre a quello controverso del calcio che inizia il 20 novembre – si gioca il Mondiale dell’arte. «Quando ero un ragazzo, il Mondiale era il Mondiale di tutti – dice Neto, in piedi, al centro della sua opera Slug Turtle, TemplEarth con una spilla sulla camicia a sostegno di Lula – Ora è il campionato del mondo della Fifa. Vorrei invitare i 32 presidenti dei Paesi che si sfideranno a entrare qua, a sedersi insieme in cerchio e respirare. Si parla troppo e si respira poco. Torniamo a sentirci, a giocare, a cantare – lui lo fa davvero, mentre parla – Tutto il mondo sta diventando una dittatura legalizzata».
Tutto il mondo sta per arrivare qui, su questo dente della penisola arabica affacciato sul Golfo Persico, costante oggetto di attenzione da parte delle organizzazioni per i diritti umani, terra di contraddizioni e di infinite possibilità, dove convivono 100 nazionalità diverse, si innalzano grattacieli e da più di un decennio aprono musei, compreso quello dedicato alla storia della schiavitù nella regione. Le dichiarazioni dell’ambasciatore della Coppa, l’ex calciatore Khalid Salman, che in un’intervista alla rete tedesca Zdf ha definito l’omosessualità «una malattia mentale», hanno contribuito a rinnovare le proteste internazionali e quelle delle tifoserie organizzate occidentali.
Gli otto stadi sono pronti, ma anche le oltre quaranta nuove installazioni di arte pubblica, che hanno coinvolto i migliori nomi del contemporaneo da ogni latitudine, quasi quanti le bandiere delle nazioni che svettano nella Flag Plaza: dall’americano Jeff Koons, con la sua balena gonfiabile che guarda verso il mare e lo skyline, alla libanese Simone Fattal; dalla tedesca Katharina Fritsch alla giapponese Yayoi Kusama; dall’iracheno Adel Abidin allo svizzero Ugo Rondinone. «Invitiamo artisti noti, ma anche locali: permettiamo loro di fare delle proposte da valutare e abbiamo una particolare attenzione per l’India e il Pakistan, che sono molto rappresentati nella società qatariota – spiega Sarah Foryame Lawler, a capo della sezione curatoriale per la pianificazione dell’arte pubblica di Qatar Museums – Da questo confronto può nascere un dialogo autentico». Il calcio d’inizio, stavolta, lo tirano gli artisti.
Oasi nel deserto
A nord di Al Zubarah, sembra di approdare sul set di 2001: Odissea nello spazio. Il vuoto del deserto è improvvisamente interrotto non da un monolite, ma da una ventina di cerchi di acciaio dal diametro di otto metri e alti dieci. Quasi tutti sono sormontati da un disco specchiante, dove riflettersi e vedersi dall’alto come difficilmente accade. In lontananza, la composizione appare come un’incomprensibile architettura aliena. È invece Shadows travelling on the sea of the day; le ombre che viaggiano sul mare del giorno sono quelle della nuova installazione dell’islandese-danese Olafur Eliasson, che si aggira con cappello da safari e vestito color sabbia accanto alla Sheikha Al Mayassa, sorella dell’emiro regnante e numero uno di Qatar Museums dal 2006. A lei si deve lo sviluppo culturale del Paese, diventato tappa obbligata nel grand tour dell’architettura del terzo millennio con il Museum of Islamic Art progettato da I.M. Pei, appena riallestito con la mostra Baghdad: Eyes’s Delight (aperta fino al 25 febbraio), e il National Museum firmato da Jean Nouvel. «L’arte rende coscienti le persone di temi nuovi, può cambiare il comportamento umano – precisa – Il nostro compito è quello di creare esperienze perché la comunità ne fruisca. Il Qatar occupa una posizione non comune: la politica, le regole, le abitudini cambiano ogni volta, a ogni progetto. Si fanno degli errori? Non importa, poi si va avanti».
Risponde alle polemiche sull’impatto ecologico: «Nelle società del deserto, l’ambiente è un argomento sempre in agenda. Quando i beduini trovano la rosa del deserto significa che c’è l’acqua. Il problema dell’energia è ovunque. In questo Paese siamo limitati dal terreno che abbiamo ereditato, ma ci sono le nuove tecnologie e l’ecologia ci sta a cuore. Ne abbiamo parlato a lungo con Olafur». «L’origine della mia opera qui parte proprio da questo – ribatte Eliasson, che è anche ambasciatore delle Nazioni Unite per azioni urgenti sul clima e lo sviluppo sostenibile – È un invito a risincronizzarsi con il pianeta. L’installazione di specchi consente al visitatore di vedersi dall’alto sulla Terra, gli permette di capire che è parte di questo contesto. Quella ambientale è la crisi delle crisi. Dobbiamo imparare dalle piante desertiche che minimizzano l’utilizzo delle risorse. La cultura è lo spazio dove si riconsiderano i valori. E il Qatar è un laboratorio interessante in questo senso. Ci sono più persone impiegate nella cultura che in Europa». Per la maggioranza si tratta di immigrati. «Mettere insieme al lavoro persone diverse è complicato – racconta l’artista – Ma la responsabilità è un punto di partenza: per il montaggio dell’installazione abbiamo lavorato di notte, evitando il caldo. Di giorno, i cammelli si rintanavano qui, cercando l’ombra». Il sole sta per tramontare. La luce rosa si riflette sugli specchi. «Vorrei innescare nella gente il desiderio di produrre in prima persona il proprio tempo», conclude. «Quest’opera resterà qui nel deserto e continuerà a trasformarsi», gli fa eco la Sheikha Al Mayassa.
Vedere Star Wars a Doha
A continuare a trasformarsi sarà il volto di Doha. La QM Gallery Al Rivaq ospita un’idea di come apparirà il Lusail Museum che, in costruzione sulla Al Maha Island a partire dal prossimo anno, aprirà nel 2028. Il progetto di Herzog & de Meuron, la stessa coppia della Tate Modern di Londra, prevede di svilupparsi su 52 mila metri quadrati e avrà la complicata struttura di un suq con quattro cupole che rappresenteranno altrettante moschee simbolo disposte secondo i punti cardinali. La collezione raccoglierà dipinti, sculture, film, reperti che tracciano una storia di come l’Occidente ha visto, tradotto, mitizzato e spesso tradito l’idea dell’Oriente. La mostra Tales of a Connected World (fino al primo aprile) con 250 oggetti esposti ne offre un’anteprima. È l’orientalismo occidentale spiegato al mondo arabo. «Si tratta di una costruzione di miti su miti che hanno formato un immaginario a partire dal Diciannovesimo secolo – puntualizza il francese Xavier Dectot che, già alla guida del Louvre di Lens, dirigerà il Lusail Museum – È stato come il gioco del telefono senza fili: da un’idea di Oriente ne sono nate tante altre». Ci sono le tele di Eugène Delacroix che arriva a Tangeri nel 1832, scopre un nuovo mondo e una nuova luce, cambiando anche la storia della pittura. Prima di lui, l’Est aveva incrociato l’Ovest attraverso Venezia: Tiziano, presente in collezione, ritrae Solimano il Magnifico (1540). Ma è l’Ottocento che fonda un nuovo modo di vedere il mondo arabo, contagiando via via l’arredamento, la moda e poi il cinema sin dall’era del muto. Nelle sale gli schermi rimandano in loop Lo Sceicco (1921) con Rodolfo Valentino, Il ladro di Baghdad (1924) che ha lo sguardo bistrato di Douglas Fairbanks e poi Casablanca (1942). Hollywood ricostruisce a suo uso e consumo le sue Mille e una notte di cartapesta, plasmando un’idea di Oriente che diventerà patrimonio comune dello spettatore occidentale.
Nell’esposizione questo cortocircuito prosegue con i cimeli kitsch e le sequenze di Cleopatra (1963), diretto da Joseph L. Mankiewicz con Elizabeth Taylor e Richard Burton, passando poi per Lawrence d’Arabia (1962) di David Lean e Star Wars: i costumi nelle teche e le foto di scena dimostrano come George Lucas abbia attinto anche dal mondo arabo per strutturare l’estetica della sua saga. «Raccontare l’orientalismo a Doha è rilevante per il pubblico locale – chiarisce il direttore Dectot – Non seguiamo una prospettiva europea. Mettere in mostra l’incrocio di questi sguardi serve oggi a contribuire al dialogo, a riconnettere mondi diversi. Dalla fascinazione di ieri, che non corrispondeva necessariamente alla descrizione della realtà, può nascere il confronto costruttivo di domani».
All’interno di una scenografia che rimanda a una Roma stilizzata, tra il Colosseo, il Gazometro e la scalinata di Piazza di Spagna, si illustra invece un pezzo di storia italiana. Forever Valentino, a cura di Massimiliano Gioni e Alexander Fury (fino al primo aprile), ripercorre non cronologicamente nello spazio M7 – dove lo scorso anno si raccontava Dior – le gesta e le sfilate della maison fondata nel 1960 e dal 2012 di proprietà del fondo Mayhoola for Investments del Qatar. Lo fa lasciando che a parlare siano 200 vestiti e una novantina di oggetti, allestiti in ambienti che riproducono quelli dell’atelier originale in scala 1:1.
Il museo del futuro
Ma a segnare un prima e un dopo nella storia dei musei della penisola araba – e non solo – sarà l’Art Mill destinato all’arte moderna e contemporanea, che aprirà nel 2030 per formare un triangolo ideale con i vicini Museum of Islamic Art e National Museum. A firmarlo, dopo un concorso internazionale di 489 proposte arrivate da 56 paesi, è lo studio cileno Elemental di Alejandro Aravena, premio Pritzker, direttore della Biennale di Venezia nel 2016 e capofila della nuova architettura sostenibile. La “creatura” nascerà a un passo dal mare, sulla Corniche, e sarà ricavata dalla ciclopica fabbrica dove fino a questo momento si produce il pane di Doha. Si tratta di 80 mila metri quadrati caratterizzati da una foresta di silos, altissime torri, ora dedicate allo stoccaggio e alla lavorazione del grano che in meno di un decennio diventeranno spazi espositivi flessibili. «Abbiamo messo a segno tre o quattro strategie per preservare la struttura preesistente e porla al tempo stesso al servizio delle opere d’arte che saranno esposte: non le conosciamo ancora – spiega Aravena, l’anti-archistar, chioma spettinata al punto giusto da divo rock, che si aggira tra i silos, mostrando appunti e bozzetti del progetto – Le torri preesistenti resteranno tutte. Creeremo soltanto dei corridoi di collegamento. Il principio della sostenibilità consiste nell’utilizzare quello che c’è. Non vogliamo toccare il mare, né la città. La memoria e l’energia del luogo sono importanti per la buona riuscita del nostro lavoro. Siamo arrivati qui come principianti. Sperimentiamo e valutiamo».
Su questa superficie destinata a cambiare la geografia dell’arte contemporanea, si succederanno gallerie per mostre temporanee, laboratori indirizzati alle scuole, artisti in residenza, un giardino pubblico dove passeggiare semplicemente. «Il buon funzionamento di una città si misura da quello che consente di fare gratis – continua Aravena – La geografia urbana deve essere accessibile». Se il museo faraonico e insieme sostenibile diventerà un modello per quelli che verranno poi, gli occhi del mondo saranno puntati su quello che conterrà. La lista dei capolavori esposti all’Art Mill resta ancora top secret: si tratta di opere d’arte acquistate negli ultimi trenta, quarant’anni dalla famiglia Al Thani che regna sul Qatar.
La direttrice Catherine Grenier anticipa: «La collezione partirà dal 1850, sarà composta da un insieme di dipinti, sculture, fotografie, video, realizzati da nomi molto popolari e non solo. Ci saranno artisti arabi e occidentali in un contesto globale. La finalità è quella di essere trasversali e multidisciplinari». Difficile immaginare che non ricomparirà finalmente a beneficio del pubblico Nafea Faa Ipoipo, il capolavoro tahitiano di Paul Gauguin del 1892, che nel 2015 i regnanti qatarioti si aggiudicarono per 300 milioni di dollari. La stessa sorte potrebbe toccare ai Giocatori di carte di Paul Cézanne, la tela scomparsa dalla circolazione dopo essere arrivata presumibilmente proprio a Doha nel 2011, venduta per 250 milioni di dollari. La dinastia qatariota possiede di certo anche una buona rappresentanza di Rothko e di Warhol, molto amati dalla Sheikha Al Mayassa, che ha ereditato la passione per l’arte dalla madre, Sheikha Moza, proprietaria dei Delacroix “orientalisti” che saranno raccolti al Lusail Museum. Ma a Doha, al momento, si preferisce evitare di fare riferimento diretto ai bestseller: «Non vogliamo puntare l’enfasi sulle singole opere – conferma Grenier – Non ci saranno solo capolavori da record. La rappresentatività, la qualità e l’inclusività – in collezione figureranno molte artiste donne – sono i criteri a cui sarà improntato il nuovo museo». Conclude Aravena: «C’è una linea guida da seguire: l’essenzialità. Quello che è essenziale resterà». I Mondiali di calcio del Qatar si spegneranno in un mese. Quelli dell’arte sono destinati a durare.