Bentivoglio. La maga delle parole
di Gregorio Botta , di Gregorio BottaQuanto Ben ti voglio? chiede la mostra dedicata a Mirella, giocando con il suo cognome. Titolo ludico, divertito, ma quanto mai preciso: perché è stata lei stessa a sceglierselo - preferendo il cognome del marito, Ludovico Matteo Bentivoglio, a quello della sua famiglia d'origine - ; perché lo ha fatto anche per il suo significato ben augurante; e perché è stata proprio lei, funambola delle parole, la prima a smontarlo e ricomporlo facendone materia delle sue opere. Celebre un lavoro del 1973, La firma, dove "Bentivogl" è scritto con una banconota da centomila lire ritagliata e l'"io" finale invece è in corsivo, più piccolo, a parte: piccolo manifesto che proclama la resistenza dell'individuo alla mercificazione.
Ma c'è un altro motivo per cui il titolo della m…
Quanto Ben ti voglio? chiede la mostra dedicata a Mirella, giocando con il suo cognome. Titolo ludico, divertito, ma quanto mai preciso: perché è stata lei stessa a sceglierselo - preferendo il cognome del marito, Ludovico Matteo Bentivoglio, a quello della sua famiglia d'origine - ; perché lo ha fatto anche per il suo significato ben augurante; e perché è stata proprio lei, funambola delle parole, la prima a smontarlo e ricomporlo facendone materia delle sue opere. Celebre un lavoro del 1973, La firma, dove "Bentivogl" è scritto con una banconota da centomila lire ritagliata e l'"io" finale invece è in corsivo, più piccolo, a parte: piccolo manifesto che proclama la resistenza dell'individuo alla mercificazione.
Ma c'è un altro motivo per cui il titolo della mostra alla Galleria Nazionale di Roma, (a cura di Nicoletta Boschiero, fino al 29 gennaio 2023) è così appropriato. È giusto chiedersi quanto il mondo dell'arte abbia voluto bene a Mirella Bentivoglio (1922-2017). Certamente l'ha rispettata, amata, seguita. Ma le ha saputo dare il posto che le spettava quando era in vita? Probabilmente no. Finalmente, nel centenario della nascita e a pochi anni dalla scomparsa, le cose cominciano a cambiare: l'omaggio che le ha dedicato Cecilia Alemani alla Biennale, la riedizione a Bolzano di Ri-materializzazione linguaggio (la mostra che lei curò a Venezia nel '78) e questa antologica nella capitale ne sono un segno.
"Donne così ne nascono ogni cent'anni. Noi abbiamo il privilegio di celebrarne una, anzi cento" scrive nel catalogo la direttrice della Galleria Cristiana Collu. Perché è vero che di Mirelle ce ne sono state molte: artista, curatrice, femminista, promoter, vulcanico centro di gravità di un'avanguardia che negli anni '60 e '70 riflette sul linguaggio. Ragazza inquieta, curiosa di tutto, in principio sia pittrice che poetessa, possibile docente di Estetica (ottiene l'abilitazione senza sfruttarla) solo verso i 40 anni trova la sua strada definitiva: che è, potremmo dire, la forma della parola. "Sono considerata, erroneamente, uno scultore, sia pure atipico: in realtà il mio lavoro si svolge in un ambito totalmente poetico: tra linguaggio e immagine, linguaggio e materia, linguaggio e oggetto, linguaggio e ambiente".
E infatti. Le piace maneggiare le parole, smontarle e rimontarle, aprirle - come fossero un giocattolo - fulminarle con un'illuminazione improvvisa per rivelarne il senso segreto. Prendiamo ad esempio una serie di 6 litografie del 1968: nella prima appare una colonna formata dalle lettere che compongono la parola Monumento. Nelle successive stampe la colonna lentamente si sfalda fino a crollare. Questo inesorabile disfacimento mostra i tanti altri significati che il lemma racchiudeva: come nume, o muto e soprattutto mento.
Il suo non è mai, insomma, un gioco fine a sé stesso. Il linguaggio, si sa, è un'arma politica e le sue opere lo sono spesso. Il logo della Coca Cola diventa un cuore e forma la parola Oca; le lettere di patacca disegnano una medaglia; l'autoritratto dell'artista è una dichiarazione programmatica d'intenti: seduta su due cuscini la sua figura interrompe la scritta Divano, trasformandola in Diva No. Ed infine ecco Egemonia Op, del 1977: un fotografo riprende il portiere di uno stabile che cancella la scritta Egemonia Operaia. Bentivoglio inverte l'ordine degli scatti, creando l'illusione che l'uomo non stia imbiancando ma scrivendo sul muro. Il rewind provoca un totale rovesciamento di senso. (Le sarebbe piaciuta l'opera che Daniela Comani ha inaugurato contemporaneamente alla Galleria Nazionale: pantografie di pagine di giornale in cui si inverte il genere di femminicidi realmente avvenuti. Le donne sono carnefici, gli uomini vittime. Un altro rovesciamento di senso che provoca uno choc cognitivo).
Ma c'è anche una Bentivoglio lirica, esistenziale, forse persino più intensa. Come quando stampa una grande L con apostrofo e l'intitola L'assente, o fa diventare le virgolette delle tenere gocce di pioggia, oppure scrive, semplicemente, una definitiva tautologia: L'incompiut.
Nel suo universo una lettera è tutto. Può diventare persino un totem: la E è il suo manifesto, il suo programma per il mondo. La disegna, scolpisce e assembla in varie forme: segno di congiunzione e non di opposizione, segno di relazione, segno plurale e femminile. In definitiva, segno di vita. "Secondo il mito - ha scritto Bentivoglio - sulla fronte del Golem veniva scritto Emet=verità; bastava, per distruggerlo, togliere l'iniziale perché restasse Met=morte".
Ha però anche altri totem. L'uovo, di cui dissemina la sua opera e, soprattutto, il libro: oggetto sacro per questa vestale delle parole, di cui si fa levatrice. Ne ha creati di bellissimi. Ne ha persino arato uno in un campo, e le foglie depositate dal vento nei solchi ne sono state le effimere e misteriose parole. Ne ha scolpiti in pietra, in marmo, in asfalto, in alabastro. Su uno ha poggiato una matita e l'ha chiamato La scrittura del silenzio. Sulle pagine di un altro ha collocato un uovo: l'ha intitolato Poppare la poesia. In fondo, quello che ha fatto per tutta la vita. Si è nutrita di parole. E le ha rimesse - trasformate - al mondo.