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Luciano e Luciana Bianciardi. Rileggo papà cercando risposte per me

Luciana e Luciano Bianciardi a Grosseto nella seconda metà degli anni '70 
Lei traduceva le versioni di latino, lui Jack London. Poi si davano il cambio. Gioco, libertà, tormento. La figlia editrice traccia il ritratto privato dello scrittore
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MILANO - Ora vicino a Brera lavora la figlia, che oltre al cognome ne ha ereditato il nome, insieme all'inconfondibile espressione irriverente. "Basta guardarmi, vero?", ci accoglie Lucianona come la chiama lui nelle lettere, una signora alta e longilinea che da oltre vent'anni fa l'editrice dopo una vita da traduttrice di Joyce e Woolf. "Sono nata nel 1955, quando babbo era già a Milano. E siccome a Grosseto si poteva dubitare che io fossi la figlia di mio padre, mi fu messo il suo nome". Da Bianciardi ha ereditato anche l'ironia amara, quel cannocchiale rovesciato con cui si tenta di venire a patti col dolore. Sul suo tavolo ci sono le ultime edizioni paterne, la raccolta Tutto sommato. Scritti giornalistici, poco meno d'un migliaio di articoli scritti tra il 1952 e il 1971, e Imputati tutti: "La solita zuppa", storia esilarante di un racconto erotico e del suo processo per oscenità. L'ombra del padre non l'abba…

MILANO - Ora vicino a Brera lavora la figlia, che oltre al cognome ne ha ereditato il nome, insieme all'inconfondibile espressione irriverente. "Basta guardarmi, vero?", ci accoglie Lucianona come la chiama lui nelle lettere, una signora alta e longilinea che da oltre vent'anni fa l'editrice dopo una vita da traduttrice di Joyce e Woolf. "Sono nata nel 1955, quando babbo era già a Milano. E siccome a Grosseto si poteva dubitare che io fossi la figlia di mio padre, mi fu messo il suo nome". Da Bianciardi ha ereditato anche l'ironia amara, quel cannocchiale rovesciato con cui si tenta di venire a patti col dolore. Sul suo tavolo ci sono le ultime edizioni paterne, la raccolta Tutto sommato. Scritti giornalistici, poco meno d'un migliaio di articoli scritti tra il 1952 e il 1971, e Imputati tutti: "La solita zuppa", storia esilarante di un racconto erotico e del suo processo per oscenità. L'ombra del padre non l'abbandona mai, neppure in queste stanze di ExCogita in corso Garibaldi. "Una nuvola che è conforto e anche angoscia. Tante volte mi chiedo: ma a lui questo sarebbe piaciuto? Il centenario, i libri, i convegni: forse ci avrebbe mandato a quel paese tutti quanti. Poi però mi autoassolvo: beh, ha fatto tante cose che a me non sono piaciute...".

Lei è nata da genitori già separati.
"Probabilmente sono stata il frutto dell'estremo tentativo di rimettersi insieme. L'ho capito tardi, e non certo da mia madre che ha voluto sempre proteggermi, più da mio padre. Mi sentivo una nota a piè di pagina: essenziale per capire il testo, ma condannata a restarne fuori".

La nota d'un libro che non finisce bene.
"Il mio concepimento finì per segnare la cesura della coppia, il taglio di un rapporto. Ma sono cresciuta insieme a mio fratello Ettore al riparo delle bugie di mia madre: babbo vi vuole tanto bene, ma è costretto a vivere a Milano per guadagnarsi la pagnotta. Ne ricavai una sorta di figura mitica, assimilata a quella di Babbo Natale. Anche mio padre tornava solo una volta all'anno, di solito nel giorno dell'Epifania. Il primo ricordo è legato a un regalo per mio fratello, Il piccolo chimico. Un gioco molto eccitante, ma le istruzioni erano in inglese. Così mio padre passò eroicamente una notte a tradurre il manualetto. Ci parve un'impresa gigantesca".

Quando smise di essere leggenda?
"A quattordici anni, nel 1969, gli chiesi di tornare a Grosseto. Cominciò allora a scendere una volta al mese, trattenendosi una settimana. "Proprio come le mestruazioni", mi diceva creandomi imbarazzo. All'epoca era una parola proibita".

Gli piaceva provocare?
"Era il suo modo di stare al mondo, imprevedibile e paradossale. Scriveva di televisione nella sua rubrica Telebianciardi, ma non voleva che la guardassimo. Ci diceva che era contrario al divorzio perché prima ancora avremmo dovuto lottare per abolire il matrimonio. E nel giorno dell'allunaggio ci invitò a pensare alla luna di Leopardi, perché quella conquistata da Neil Armstrong non sarebbe servita a niente. Alla sua maniera, era sempre avanti rispetto agli altri".

Lui si definiva "il Babbo prodigo", come nella parabola evangelica.
"Mi colpì la tempestività con cui accolse la mia richiesta di tornare. Forse avvertiva che gli restava poco tempo da vivere. Imparammo presto a essere padre e figlia, recuperando l'infanzia e l'adolescenza. Prendeva una stanza in albergo dove faceva sistemare due scrivanie, una di fronte all'altra. Io facevo le versioni di greco e lui traduceva Jack London. Poi a un tratto mi gridava: "cambio!". E io saltavo al suo posto, improvvisandomi traduttrice dall'inglese, mestiere che avrei poi fatto". 

Lei percepiva i suoi sensi di colpa? 
"No, li avrei capiti più tardi leggendo La vita agra. C'è una pagina in cui parla di sé quando la mattina entra in bagno e, invece di sentire "l'odore" del babbo, sente "il puzzo" del babbo. In una parola c'è tutto il suo sconforto".

Dalle lettere sembra un padre affabulatore.
"Era solo un lato della sua anima strappata, a volte brillante ed estroverso, altre ombroso e taciturno. E quando prevaleva il suo lato oscuro, per noi era una grande sofferenza".

Soffriva di depressione?
"Lui la chiamava distonia neurovegetativa. Era una forma di nevrosi, ma non ne abbiamo mai capito la natura. Negli ultimi tempi diceva che era in cura da una dottoressa, di cui ci forniva ogni dettaglio: nome, indirizzo, cadenza delle visite. Poi abbiamo scoperto dalla sua compagna Maria Jatosti che questa dottoressa non esisteva. Non credo che fosse una menzogna intenzionale: viveva in una immaginazione perpetua, senza esserne consapevole".

Scriveva del suo malessere?
"Anche in questo caso, desiderio e realtà si confondevano. Ci raccontava che era all'opera su un romanzo che si sarebbe chiamato Distonia. Non tralasciava i particolari: il tipo di quaderno, il colore della copertina. Ma Maria questo quaderno non l'ha mai trovato".

Da dove nascevano queste fratture?
"Non sono un medico, ma credo che si sia trattato non dico di una malattia ma di un'attitudine innata. Fin da ragazzo era stato strano, di umore mutevole, tra alti e bassi. Una lacerazione poi acuita dalla scelta di lasciare Grosseto, la sua città: non è riuscito mai a perdonarselo, come una ferita mai sanata. Grosseto non gli poteva dare le possibilità offerte da Milano, ma Milano rischiava di distruggerlo".

"La vita agra" è il racconto della sua "solenne incazzatura".
"È la storia di un provinciale che sale a Milano per fare esplodere il torracchione della Montecatini, vendicando così la morte dei minatori di Ribolla. Ma lui non voleva mettere nessuna bomba: la bomba era quel libro là, che diceva che il miracolo economico era una fregatura. Però la bomba non esplose, anzi l'autore fu corteggiato dai salotti e dalla Tv, un giullare che invece di essere combattuto viene integrato dal sistema. Mio padre lo disse espressamente in una lettera: ho perso la stima di me medesimo. Da qui è nato un processo autodistruttivo". 

Alla fine non è esploso il torracchione ma è esploso Bianciardi.
"E io non ho mai smesso di leggere La vita agra come se avesse voluto scriverlo solo per me, la confessione d'un padre che dice alla figlia il suo tormento. Ogni tanto lo riprendo in mano, per scoprire ancora cose nuove sul mondo di oggi".

Quando l'ha letto la prima volta?
"Da ragazzina, senza capirci niente. C'era però un incantamento che mi stimolava a continuare la lettura. Poi da grande avrei capito: alcune pagine sono scritte in perfetti endecasillabi".

Lei l'ha definito "uno scrittore naturale".
"Qualsiasi cosa scrivesse, dal pezzo per Il Contemporaneo alla lista della spesa, non rinunciava a qualità, cura, rigore. Come se nella scrittura riuscisse a trovare la misura e l'equilibrio che non trovava nella vita".

Luciano Bianciardi con la figlia Luciana in una foto degli anni Settanta  

Nel suo lavoro era ordinato?
"Lo vidi nella veste di traduttore e restai colpita dalla sua disciplina ferrea. Fissava un numero di cartelle al giorno, e non andava a letto prima di aver finito l'ultima pagina. Era la lezione di sua madre, nonna Adele".

Una maestra elementare che non smise mai di esserlo col figlio.
"Mio padre l'ha scritto: "avere maestre a vita è scomodo". L'eccellenza è stata per lui un obbligo". 
 

Ha capito da cosa nascesse la sua anarchia?
"Una volta me lo disse: la libertà è saper demolire, ribaltare tutto ciò che si è faticosamente raggiunto. Per tutta la vita non ha fatto altro, sia in campo professionale che in quello sentimentale. Come un bambino capriccioso che, ottenuto il giocattolo desiderato, lo rompe".
 

Bianciardi è morto che non aveva nemmeno 50 anni. 
"Gli ultimi mesi furono molto dolorosi, per noi e per lui. Io non immaginavo un declino così veloce. Credo che mio padre sia morto anche delle sue contraddizioni. Ha vissuto in un'epoca che non era la sua. Sapeva guardare molto lontano, ma non fu compreso dai suoi contemporanei. Era avanti di una cinquantina d'anni, un altro disaccordo che lo faceva vivere male".
 

Lei non ha mai smesso di coltivarne la memoria.
"Faccio l'unica cosa che mi pare giusto fare e cioè rimettere in circolo le sue parole. Negli ultimi anni è prevalsa la mitografia da cupio dissolvi, la leggenda dello scrittore alcolizzato eternamente con la sigaretta in bocca - non fumava più da un sacco di tempo! - e con il bicchiere di whisky in mano. Capisco che giornalisticamente possa funzionare, ma Bianciardi era molto altro. Mi piacerebbe che prima o poi venisse fuori".

 

Il libro e il processo -Il curioso mondo a rovescio  che Bianciardi ritrae  nel racconto La solita zuppa, con l’ora di masturbazione a scuola e un Deliveroo del sesso, gli costò nel 1965 una denuncia per oscenità e vilipendio della religione. ExCogita pubblica Imputati tutti (pagg.160, euro 15), il racconto non censurato e gli atti processuali. Prefazione di Giancarlo De Cataldo