Licia Troisi. Storia dell'ultimo albero di Natale
di Licia Troisi , di Licia Troisi«Voglio un albero di Natale!».
La richiesta di mia sorella Imogen mi era caduta in testa come una montagna di mattoni, assieme al suo broncio irresistibile e ai suoi occhi che già iniziavano ad arrossarsi.
«Ma non sappiamo neppure cosa sia, questo Natale!» avevo provato a protestare.
Lei, che all’epoca aveva cinque anni, mi aveva mostrato sicura l’immagine sul libro spiegazzato. «Voglio questo!» aveva insistito.
L’avevamo trovato nell’immondizia, buttato da chissà chi. Io, che ero la maggiore e di anni ne avevo dodici, l’avevo subito gettato via, perché erano cibo e vestiti quello di cui avevamo bisogno, e non di quello stupido libro mezzo ammuffito. Ma Imogen ha sempre avuto una specie di fiuto per le cose inutili che venivano dal passato, da prima della Catastrofe che aveva trasformato la Terra in un posto pressoché inabitabile, tranne per Paradise, la città in cui abitavamo. Cos&ig…
«Voglio un albero di Natale!».
La richiesta di mia sorella Imogen mi era caduta in testa come una montagna di mattoni, assieme al suo broncio irresistibile e ai suoi occhi che già iniziavano ad arrossarsi.
«Ma non sappiamo neppure cosa sia, questo Natale!» avevo provato a protestare.
Lei, che all’epoca aveva cinque anni, mi aveva mostrato sicura l’immagine sul libro spiegazzato. «Voglio questo!» aveva insistito.
L’avevamo trovato nell’immondizia, buttato da chissà chi. Io, che ero la maggiore e di anni ne avevo dodici, l’avevo subito gettato via, perché erano cibo e vestiti quello di cui avevamo bisogno, e non di quello stupido libro mezzo ammuffito. Ma Imogen ha sempre avuto una specie di fiuto per le cose inutili che venivano dal passato, da prima della Catastrofe che aveva trasformato la Terra in un posto pressoché inabitabile, tranne per Paradise, la città in cui abitavamo. Così l’aveva preso e aveva iniziato a sfogliarlo. Io alla fine glielo avevo lasciato, perché avevamo così poco con cui divertirci che almeno quella piccola cosa volevo concedergliela.
Solo che lei aveva iniziato a ossessionarsi. Me lo faceva leggere la sera, quando stavamo nello stanzone abbandonato che occupavamo con Luke e gli altri, la piccola comunità di ragazzi sperduti con cui vivevamo. E dentro c’erano disegni di addobbi colorati, un albero con della roba sopra, neve e cose così. E quella parola che tornava: Natale. Era una cosa dei tempi andati, una cosa che era andata del tutto perduta. A Imogen non importava.
«Voglio un albero di Natale, come questo» e batteva il ditino sull’immagine mezzo mangiata dal tempo e dall’umidità.
Ed era questa la ragione per la quale mi trovavo in quella stanzetta sperduta che avevo cercato tra i piani alti di Paradise, là dove vivevano i disperati come noi, gli Uccelli che volavano con ali improvvisate da un tetto all’altro, raccogliendo le briciole di quelli che vivevano una vita migliore più in basso.
Mi ci era voluto un po’, perché è vero che in alto è pieno di appartamenti disabitati e in rovina, ma me ne serviva uno con la corrente, almeno a stare alla copia approssimativa che mi ero fatta del disegno sul libro.
Era una stanza misera, due metri per tre a dir tanto, ma c’era una presa funzionante. Per il resto, avevo fatto i salti mortali.
Innanzitutto, non avevo neppure idea di che tipo di albero fosse, quello sul disegno, figurarsi come procurarmelo. A Paradise gli alberi stanno tutti in aree protette, e sono tra le cose più preziose esistenti; la casa di un ricco la riconosci subito, perché dentro c’è una pianta. Una sola. Le piante producono l’ossigeno, sono preziose.
Era una di quelle che avevo rubato, rischiando la pelle, perché, a differenza delle cose che prendiamo di solito, quella non era facile da portare via, e avrebbero potuto beccarmi facilmente. Ma non lo fecero.
Certo, non assomigliava neppure da lontano all’albero del disegno, ma non potevo farci niente. Per le luci, le avevo prese a una bancarella dei piani intermedi. Mi si stringeva il cuore a rubare a uno che non era molto più ricco di me, ma per Imogen avrei fatto qualsiasi cosa. Le luci, a conti fatti, erano forse la cosa più corretta di tutto quell’affare.
E poi avevo dovuto cercare le decorazioni. Che sul disegno erano delle sfere luccicanti. Inesistenti a Paradise. Mi ero allora arrangiata con delle palline di carta straccia, che avevo colorato alla bell’e meglio, e mele e arance che avevo preso in un paio di case in cui eravamo andati. Era stato pressoché impossibile spiegare agli altri perché stessi rubando tutto quel cibo solo per me, ma avevo giurato che, una volta che non mi fosse più servito, l’avrei condiviso con gli altri.
E dunque eccomi lì, davanti a un affare raffazzonato, francamente brutto, in un posto desolato, sotto un cielo giallo di luci e inquinamento. Niente neve, che non avevo mai visto in vita mia, niente tizio vestito di rosso e bianco che scende da un’altra cosa che non sapevo cosa fosse, ma pareva chiamarsi “camino”. E con me, bendata, Imogen. Sentivo le sue spalle magre sotto le mie mani, il respiro leggermente affannato, un fremito che la percorreva tutta. Mi ero chiesta fino all’ultimo se farle quella sorpresa misera, ma alla fine ci avevo messo così tanto… Sperai con tutta me stessa che non restasse delusa.
«Sei pronta?» le chiesi. Lei si limitò ad annuire.
Feci un po’ di scena. Cincischiai col nodo della benda, gliela lasciai ancora qualche secondo sugli occhi.
«Dai!» disse lei impaziente. Mi arresi e gliela tolsi.
Non so cosa potesse piacerle in quella cosa orrenda che avevo fatto per lei. Impossibile fossero il tempo e l’amore che ci avevo messo; era troppo piccola per capire una cosa del genere. Ma gli occhi le si fecero grandi, e brillarono del riflesso delle piccole luci rubate. Si portò le mani alla bocca, mi guardò commossa.
«È bellissimo!».
«E non hai notato la cosa più importante».
Il pacco era orribile, deforme e incartato con un giornale vecchio. Il fiocco era di spago. Ma lei ci si gettò ugualmente sopra, e lo scartò frenetica. Dentro c’era una ciambella ancora nella scatola. Il suo dolce preferito. E fu allora, quando mi strinse a sé con tutte le sue forze, e mi ringraziò con quella sua vocina sottile, che lo sentii. Il riflesso lontano di quella festa perduta, di cui non conoscevo il senso, che non avevo mai festeggiato. Ma ci aveva portate lì dentro, ad abbracciarci, a ritagliarci un momento solo per noi.
«Buon Natale» le sussurrai baciandole la sommità della testa.
«Buon Natale, Poe».