Maurizio de Giovanni: "Il mio Ricciardi mi ha salvato"
di Annarita Briganti , di Annarita BrigantiIl ritorno in libreria e in televisione del commissario Ricciardi, personaggio di culto di Maurizio de Giovanni. E un ultimo romanzo, Caminito (Einaudi) che ha ampiamente superato e centomila copie.
De Giovanni, che rapporto ha con Ricciardi?
"Non sono mai stato infastidito dalla sua presenza, non sono Conan Doyle che fece morire Sherlock Holmes perché gli pesava. Io e Ricciardi siamo ancora amici, lo amo molto. Mi ero fermato perché ero arrivato alla parte più drammatica e oscura della storia del nostro Paese e non solo: le leggi razziali, il regime, la deportazione degli antifascisti, degli omosessuali. L'Italia era diventata un posto molto brutto".
Poi è successo qualcosa nella sua vita.
"Ho avuto un infarto. Mi sono trovato solo con Ricciardi in terapia intensiva. Per una settimana non ho avuto contatti con il mondo esterno. Ho capito che sono fragile, che tutto può finire. Ricciardi aveva continuato a raccontarmi le sue stor…
Il ritorno in libreria e in televisione del commissario Ricciardi, personaggio di culto di Maurizio de Giovanni. E un ultimo romanzo, Caminito (Einaudi) che ha ampiamente superato e centomila copie.
De Giovanni, che rapporto ha con Ricciardi?
"Non sono mai stato infastidito dalla sua presenza, non sono Conan Doyle che fece morire Sherlock Holmes perché gli pesava. Io e Ricciardi siamo ancora amici, lo amo molto. Mi ero fermato perché ero arrivato alla parte più drammatica e oscura della storia del nostro Paese e non solo: le leggi razziali, il regime, la deportazione degli antifascisti, degli omosessuali. L'Italia era diventata un posto molto brutto".
Poi è successo qualcosa nella sua vita.
"Ho avuto un infarto. Mi sono trovato solo con Ricciardi in terapia intensiva. Per una settimana non ho avuto contatti con il mondo esterno. Ho capito che sono fragile, che tutto può finire. Ricciardi aveva continuato a raccontarmi le sue storie, anche quando non le pubblicavo. Lo avevo allontanato dalla mia vita, lo avevo sottratto alle lettrici e ai lettori, gli avevo tolto la possibilità di condividere queste storie. Mi sono ripromesso di riportarlo in libreria e ovunque, se fossi uscito da lì".
Come sta il romanzo nero italiano?
"Siamo ignorati dalla critica e dai premi letterari ma ogni settimana in classifica ci sono almeno un paio di romanzi neri. Scrivere romanzi neri, in Italia, è come avere la fedina penale sporca, una macchia nel passato. E invece, è il vero romanzo sociale. Anche chi non è d'accordo deve farsene una ragione. Noi vinciamo un premio ogni giorno, con le copie vendute, con l'affetto di lettrici e lettori e l'editoria italiana deve farci i conti".
Le presentazioni, le rassegne restano fondamentali per mantenere e sviluppare questo rapporto, quasi intimo, con il pubblico?
"Faccio tantissimi incontri. Ricordo una mia presentazione a Cosenza: duecentocinquanta persone per un libro, in un periodo storico in cui si legge poco, e continuavano ad arrivare. A proposito del NebbiaGialla, Roversi e il Comune di Suzzara hanno capito che il romanzo nero italiano è un movimento, non è più un genere come gli altri. Un movimento che viene da lontano - Scerbanenco, Fruttero e Lucentini, Gadda, Sciascia, Eco - che si è consolidato con Camilleri. Il racconto frammentato e caleidoscopico di realtà regionali, a volte addirittura urbane. Il giallo di altri Paesi invece si somiglia".
Qual è il segreto del successo del romanzo nero?
"Spiega le dinamiche psicologiche del crimine in un mondo in cui il crimine riesce a superare la fantasia. Solo lo scrittore può raccontarti cosa c'è dietro, le motivazioni. Penso a una tragedia accaduta realmente: una madre che ha affogato il suo bambino perché credeva che fosse autistico. Non la puoi liquidare con un trafiletto in cronaca. Devi raccontare l'inferno nella testa di quella donna".
Quali sono le regole del romanzo nero perfetto?
"L'emozione. Devi amare i tuoi personaggi, si deve sentire il tuo coinvolgimento. Una storia coinvolgente non può essere scritta in maniera non coinvolgente, altrimenti lo farebbero tutti".
Molti ci provano: non sono troppi gli autori di questo canone?
"Ognuno ha le sue storie ma bisognerebbe fare più selezione. Il lettore, comunque, non lo freghi. Una bella copertina, un bell'incipit ma se non vali, non ti leggerà più. Un giallo scritto a tavolino varrà un tot di copie ma poi quell'autore non le venderà più. Pensiamo a quanti libri che diventano fiction televisive non arrivano in classifica".
Alla fine i buoni vincono sempre?
"No ma c'è un motivo: non esistono né buoni né cattivi. Esistono varie sfumature di egoismo più o meno accentuato ma raramente i cattivi pensano di fare del male. Pensano di fare giustizia o che hanno bisogno di fare ciò che fanno, pensano che sia giusto arricchirsi ai danni degli altri. Solo una parte del male è causato volendo fare del male. La speranza? Smettiamola di essere egoisti!".