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Primo Carnera e Max Baer con Myrna Loy nel1933 

I giganti italiani del ring che fecero fortuna dall'altra parte del mondo

I grandi campioni della boxe protagonisti della mostra "Fortissimi" che apre l'evento di Parma dedicato al vintage, all'arte e al collezionismo
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Bruno Sammartino era un omone abruzzese. Per 188 serate di fila fece letteralmente impazzire gli spettatori del Madison Square Garden, a New York, che lo soprannominarono "The living legend", la leggenda vivente. Praticamente sconosciuto in Italia, Bruno partì da Pizzoferrato per l’America appena compiuti i 15 anni. Poverissimo, si mise a combattere per difendersi dalle gang che prendevano di mira gli emigrati italiani e così diventò «il più grande di sempre, più grande del wrestling stesso» come ha detto di lui l’amico Arnold Schwarzenegger commemorandone la morte avvenuta il 18 aprile del 2018.

Leone Jacovacci, invece, fu uno dei migliori pesi medi degli anni Venti del Novecento: conquistò anche il titolo europeo a Roma ma il regime fascista non poteva accettare che un meticcio potesse rappresentare il Paese e quindi gli tolse quella vittoria. La cintura fu assegnata al milanese Bosisio che Jacovacci aveva …

Bruno Sammartino era un omone abruzzese. Per 188 serate di fila fece letteralmente impazzire gli spettatori del Madison Square Garden, a New York, che lo soprannominarono "The living legend", la leggenda vivente. Praticamente sconosciuto in Italia, Bruno partì da Pizzoferrato per l’America appena compiuti i 15 anni. Poverissimo, si mise a combattere per difendersi dalle gang che prendevano di mira gli emigrati italiani e così diventò «il più grande di sempre, più grande del wrestling stesso» come ha detto di lui l’amico Arnold Schwarzenegger commemorandone la morte avvenuta il 18 aprile del 2018.

Leone Jacovacci, invece, fu uno dei migliori pesi medi degli anni Venti del Novecento: conquistò anche il titolo europeo a Roma ma il regime fascista non poteva accettare che un meticcio potesse rappresentare il Paese e quindi gli tolse quella vittoria. La cintura fu assegnata al milanese Bosisio che Jacovacci aveva nettamente sconfitto in finale. Perché un bianco, secondo Mussolini e i suoi, avrebbe rappresentato meglio la razza italica. Leone era nato in Angola, all’epoca parte del Congo. Il padre era un ingegnere romano, la madre la figlia di un capo tribù. Cresciuto in Italia dalla famiglia paterna, irrequieto, stanco dei pregiudizi razziali subiti sulla pelle, si imbarcò a Taranto come mozzo e arrivò in Inghilterra dove nel 1919 sotto il falso nome di Jack Walker esordì nella boxe. I suoi pugni lasciavano il segno, erano l’arma per conquistare uno spazio importante nel mondo. Ma dopo l’oltraggio fascista, fu abbandonato da tutti. Aver sfidato il duce rappresentò per lui la fine della carriera. Durante un combattimento subì il distacco della retina, per campare passò al catch frequentando, una sera dopo l’altra, i ring scalcagnati della provincia. Morì d’infarto nell’83 a Milano, custode in una scuola, vecchio e stanco. Dimenticato da tutti.

Primo Carnera, “la montagna che cammina”, era alto quasi due metri e pesava 120 chili. Friulano di Sequals, classe 1906, emigrò in Francia dove lavorò come muratore prima e poi come fenomeno da baraccone in un circo. Poi il grande salto negli Stati Uniti dove cominciò a combattere diventando campione del mondo nel 1933 in uno storico match a New York quando sconfisse il campione Jack Sharkey per ko alla sesta ripresa. Fu reclutato nel cinema tra i divi di Hollywood, rientrato in Italia prestò il suo volto per la pubblicità, andò a cantare al Musichiere di Mario Riva. Lasciò la boxe a 41 anni, ma risalì sul ring negli Usa per intraprendere la carriera di lottatore. Fece ritorno soltanto poche settimane prima di morire nel 1967, minato dal diabete e dalla cirrosi: aveva 61 anni.

Nino Benvenuti durante il match vinto con l'avversario di sempre Emile Griffith. 


E poi c’è Nino Benvenuti, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 dove venne eletto come miglior pugile del torneo davanti nientemeno che a Muhammad Alì. Elegante come pochi sul ring (e anche fuori), nato nel 1938 a Isola d’Istria, ha vissuto il dramma della sua terra passata nel dopoguerra alla Jugoslavia di Tito. Esule a Trieste si è sempre portato dentro l’incubo della repressione, con i risvolti tragici che hanno coinvolto in maniera brutale anche il fratello e la madre. La boxe è stata il suo orgoglio, la rivincita sull’ingiustizia. Conquistò il titolo mondiale dei pesi medi battendo al Madison Square Garden l’avversario di sempre Emile Griffith, il nero delle Isole Vergini, diventato più tardi l’amico che Nino risollevò generosamente dalla miseria. Quella notte, il 17 aprile del 1967, qualcosa come 18 milioni di radioascoltatori italiani seguirono in diretta il match raccontato da Paolo Valenti, oltre a migliaia di italo-americani trepidanti in platea. Il ritorno in patria fu trionfale: enormi folle acclamarono il campione a Roma, Milano, Bologna e soprattutto nell’amata Trieste. Incontrò poi sulla sua strada l’indio-argentino Carlos Monzon: perse ma la sua popolarità non è mai stata intaccata.

Quattro belle storie di uomini forti, anzi “Fortissimi” come recita il titolo della mostra che apre la ventisettesima edizione di Mercanteinfiera, appuntamento internazionale di antiquariato, design storico e collezionismo vintage di Fiere di Parma in programma dal 4 al 12 marzo. Fortissimi. La vita come un ring, realizzata in collaborazione con Massimo Cutò, è un tuffo nella storia di «quattro immigrati impavidi tanto nei bicipiti quanto nell’animo». In mostra, oltre a foto che sono entrate nella storia, anche i “ferri del mestiere”, guantoni, punchball, sacchi di sabbia, scarpini e cimeli vari, a partire dalla cintura di campione del mondo conquistata in America dal wrestler Sammartino, re assoluto “del quadrato” che lasciò soltanto a 62 anni. Con un record imbattuto e probabilmente imbattibile: numero uno delle classifiche mondiali per 4.040 giorni.

Ma l’omaggio alla boxe non è l’unico evento collaterale di Mercanteinfiera. L’altro tema di questa edizione sono le barche storiche, quelle costruite sul lago di Como, protagoniste di Onda su onda: alle radici della navigazione, l’esposizione curata da Emanuele Seghetti e realizzata con il Museo Barca Lariana. In mostra persino barca di Silvio Pellico, che amava contemplare il lago dai giardini di Villa Balbianello discutendo di Italia e di rivoluzione, dove poi fu sentito da una guardia asburgica e per lui scattò il carcere.

Per gli amanti dell’arte, pezzi unici come un Cristo Benedicente del XVI secolo di Bernardino Luini, un quadro di Sonia Delaunay, l’artista ucraina che rivoluzionò l’arte del Novecento con la forza del colore, le pantofole papali in filo d’oro, le nature morte di Octavianus Montfort, una farmacia da viaggio dei primi del ’900. E oggetti di design d’autore firmati da maestri come Gio Ponti, Gaetano Pesce, Franco Albini, Iosa Ghini, Joe Colombo e Vico Magistretti solo per citarne alcuni. Ancora, gioielli antichi, orologi da collezione, capi di alta moda e, dal 3 al 5 marzo, Automotoretrò lo storico appuntamento che, da Torino, sbarca a Parma riunendo collezionisti, professionisti, espositori e appassionati di vetture d’epoca. Più di mille espositori in quattro padiglioni, una superficie di 45 mila metri quadrati. Con un grande ritorno dei buyer stranieri e italiani, un “popolo” di circa 5000 tra interior designer, architetti e operatori di settore.

Torna a Fiere di Parma dal 4 al 12 marzo l’appuntamento internazionale di antiquariato, design d’autore
e collezionismo vintage. Info su www.mercanteinfiera.it