Vittore Carpaccio. Un cronista in laguna
di Dario Pappalardo , di Dario PappalardoVenezia
Basterebbero queste due tavole finalmente riunite per uscire appagati dalla mostra. Sarebbe sufficiente guardare la scena per intero come non è più possibile, se non adesso, a Palazzo Ducale, fino al 18 giugno. Gli uomini in alto, intenti a cacciare pesci in laguna, utilizzando cormorani addestrati: le barche che graffiano l’acqua trasparente, lo stormo di gru in volo sullo sfondo. Le donne in basso, sedute sul balcone, eleganti, annoiate, lo sguardo fisso nel vuoto, le tortore sul davanzale, un bambino che prova ad afferrare una femmina di pavone, la testa di un levriero che morde un ramo, un chihuahua bianco che porge le zampe a una delle signore e guarda in macchina. Perché questo è cinema. Il set è la Venezia di fine Quattrocento e il regista si chiama Vittore Carpaccio, protagonista, dopo sessant’anni, di un’esposizione nella sua città curata da Peter Humphrey con Gretchen Hirschauer e Andrea Bellieni (catalogo M…
Venezia
Basterebbero queste due tavole finalmente riunite per uscire appagati dalla mostra. Sarebbe sufficiente guardare la scena per intero come non è più possibile, se non adesso, a Palazzo Ducale, fino al 18 giugno. Gli uomini in alto, intenti a cacciare pesci in laguna, utilizzando cormorani addestrati: le barche che graffiano l’acqua trasparente, lo stormo di gru in volo sullo sfondo. Le donne in basso, sedute sul balcone, eleganti, annoiate, lo sguardo fisso nel vuoto, le tortore sul davanzale, un bambino che prova ad afferrare una femmina di pavone, la testa di un levriero che morde un ramo, un chihuahua bianco che porge le zampe a una delle signore e guarda in macchina. Perché questo è cinema. Il set è la Venezia di fine Quattrocento e il regista si chiama Vittore Carpaccio, protagonista, dopo sessant’anni, di un’esposizione nella sua città curata da Peter Humphrey con Gretchen Hirschauer e Andrea Bellieni (catalogo Marsilio Arte). La collaborazione tra la Fondazione Musei Civici di Venezia e la National Gallery di Washington, avviata da Gabriella Belli, ha messo insieme 42 dipinti e 28 disegni.
A rubare l’attenzione è l’opera ricomposta, che doveva in origine decorare l’anta destra di una porta a soffietto costruita per separare un ambiente, forse uno studiolo, come suggeriscono le lettere appese dipinte sul retro della Caccia. La ricostruzione del pannello è, a suo modo, un thriller. Si sa che, a metà Settecento, appartiene a Francesco Algarotti, scrittore veneziano. Viene segato negli anni Settanta del secolo dei lumi per raddoppiare i ricavi della vendita. Le due dame restano a Venezia: si trovano al Museo Correr e John Ruskin le descriverà come «il miglior dipinto del mondo». Nel 1815, a Roma, nella raccolta del cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone, riappare, invece, La caccia. Passa poi al marchese Giampietro Campana, proprietario di meraviglie ormai al Louvre. Nel giugno 1944, nella capitale appena liberata dai tedeschi, la tavola si trova nella bottega dell’antiquario Sebasti, dove l’architetto Andrea Busiri Vici la riconosce per quello che è: un Carpaccio autentico.
Camillo Benucci, erede di Campana riesce a rientrarne in possesso e a riportarla sul mercato al giusto valore. Ignorata, manco a dirlo, dallo Stato italiano, La caccia approda in Svizzera e quindi a Los Angeles, tra i tesori di Jean Paul Getty, dove è esposta abitualmente. L’oceano la separa dalle Dame. Che qualcosa non quadrasse in questo dipinto l’aveva intuito Carlo Ludovico Ragghianti, sicuro, già nel 1963, che sullo sfondo delle signore non ci fosse il cielo, ma l’acqua della laguna. Negli anni Novanta, dopo i restauri, la conferma, grazie a quel gambo di giglio nel vaso sul davanzale che combacia perfettamente con il fiore in primo piano nella scena dei cacciatori. L’anta sinistra della porta, va detto, non è ancora stata trovata.
Si potrebbe ripartire dal corpo del levriero per ricomporre il puzzle: nella tavola con le due signore dell’animale compaiono solo la testa e le zampe anteriori. Ma, intanto, alle dame è stato restituito lo status di mogli in attesa e non di cortigiane. E altri indizi dimostrano che la composizione, unica nel suo genere, più vicina a Jan Van Eyck – gli zoccoli rossi abbandonati sul balcone sono incredibilmente simili a quelli dei Coniugi Arnolfini – che ai contemporanei veneti, fosse diventata subito pop. Uno dei disegni di Albrecht Dürer, Dama in costume veneziano, datato 1495 e conservato all’Albertina di Vienna, appare sorprendentemente vicino ai due soggetti femminili. Per non parlare di una testa di donna su una ciotola in vetro di Murano, oggi al Kunsthistorisches: citazione troppo evidente per non essere diretta.
Nelle sue opere, Carpaccio connette tutti i mondi che si ritrovano nella Venezia rinascimentale, una capitale che, attraverso gli scambi commerciali, accorcia le distanze con Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Aleppo. A differenza di Giovanni Bellini, è un cronista: utilizza i teleri commissionati dalle confraternite – in mostra ci sono quelli con le Storie di Maria per la Scuola degli Albanesi, ma il giro si può completare con le Storie di Sant’Orsola all’Accademia e il ciclo a San Giorgio degli Schiavoni – per raccontare la vita quotidiana. Dissemina di animali e comparse le sue scene con l’accuratezza di Pisanello, che pure aveva lavorato a Palazzo Ducale. Talvolta indulge nel pulp: il San Giorgio che uccide il drago è corredato da brandelli di corpi e ossa degni di una saga narcos.
Donne e uomini vestono rigorosamente gli abiti dell’epoca, si muovono tra le architetture della Serenissima persino nelle scene mitologiche. Carpaccio si nutre degli influssi fiamminghi, incrocia Perugino, sceglie manufatti islamici come oggetti di scena ed è lui stesso, con un linguaggio sintetico unico, testimone del multiculturalismo. In un disegno ritrae una signora velata, forse mammelucca, e quella che, con un copricapo circolare, Susannah Rutherglen identifica in catalogo come una schiava circassa, conterranea della Caterina recentemente indicata da Carlo Vecce come possibile madre di Leonardo da Vinci.
Dal 1513 il pittore affitta una casa a due piani sul Canal Grande, accanto al Palazzo Correr, dove vive con la moglie Laura e i figli Pietro e Benedetto a bottega con lui. Intanto, Giorgione e Tiziano hanno cambiato le carte in tavola del mercato dell’arte. Vittore resiste, imperterrito, firma svogliato nuove pale d’altare per cui non è affatto portato, replica schemi e ossessioni. Ancora nel 1523, un paio d’anni prima di morire, nella Presentazione al Tempio per la cattedrale di Capodistria si concentra più sul bambino con turbante che stuzzica un cane, che sulla scena sacra. La sua pittura non è né in Arcadia, né in Cielo, ma ferma sulla terra. Eppure, attraverso il particolare, Carpaccio continua a tessere la trama di una storia universale. Come quella di donne in attesa e di uomini a caccia, costretti a convivere su una porta, senza guardarsi mai veramente.