Nicoz Balboa: "Io sono transformer". Teoria e pratica transfemminista in un graphic novel
di Valerio Bindi , di Valerio Bindi"Transformer — manuale d’educazione sessuale (cancellato) sentimentale (cancellato) sperimentale per passare dalla disforia all’euforia di genere". È proprio scritto così, con le cancellature a penna, il sottotitolo del nuovo graphic novel di Nicoz Balboa. Nicoz prosegue il percorso di Play With Fire sulla ricerca di sé stesso, affrontando in maniera schietta e divertente il tema complesso della transizione di genere. Il racconto è vivo e non lascia mai nessuno indietro.
Nicoz ci spieghi le cancellature?
«Lo so magari la stessa frase avrei potuto scriverla con solo le virgole, “sentimentale” virgola “sessuale” virgola “sperimentale”, scritta in questo modo ti dà un’impressione diversa: è come un dialogo con il lettore, aggiungere la cancellatura ti dà però un ritmo nell’ordine di lettura delle parole e, se le leggi una sopra l’altra, cancella…
"Transformer — manuale d’educazione sessuale (cancellato) sentimentale (cancellato) sperimentale per passare dalla disforia all’euforia di genere". È proprio scritto così, con le cancellature a penna, il sottotitolo del nuovo graphic novel di Nicoz Balboa. Nicoz prosegue il percorso di Play With Fire sulla ricerca di sé stesso, affrontando in maniera schietta e divertente il tema complesso della transizione di genere. Il racconto è vivo e non lascia mai nessuno indietro.
Nicoz ci spieghi le cancellature?
«Lo so magari la stessa frase avrei potuto scriverla con solo le virgole, “sentimentale” virgola “sessuale” virgola “sperimentale”, scritta in questo modo ti dà un’impressione diversa: è come un dialogo con il lettore, aggiungere la cancellatura ti dà però un ritmo nell’ordine di lettura delle parole e, se le leggi una sopra l’altra, cancellate, penso ti aiuti di più a capirne il senso».
Questo titolo viene da Lou Reed?
«Io lo volevo chiamare Take a Walk on the Wild Side. Però era troppo astratto: Igort mi ha proposto il titolo dell’album che contiene quella canzone. La parola è evocativa e ha anche altri riferimenti, come i Transformer, che poi ho aggiunto ai Power Rangers nel testo che avevo scritto prima di disegnare e che ora è in quarta di copertina, dove spiego che pensavo mi sarei trasformato in un battibaleno come si trasformano loro con il balletto. Era anche in questa canzone dei Robots in Disguise che si chiama Transformer che cito nel libro. Tutto è stato molto fluido e alla fine questo titolo ha trovato il suo posto».
Tu dici che non è un memoir, un diario, ma una autofiction.
«Born To Loose erano i diari esattamente così com’erano. Oggi vedere me del passato mi fa molta tenerezza, perché tanti problemi e tanti dolori erano vissuti come se derivassero da motivazioni esterne. Play With Fire l’ho ridisegnato, ma non l’ho riletto con l’occhio di chi lo doveva leggere. E stavolta invece non solo l’ho riletto ma ho aggiunto anche delle pagine, ho fatto più raccordi: avevo proprio voglia che si capisse tutto. Una storia solo quando la racconti diventa vera, le altre persone possono conoscerla e, se vogliono, seguirla a modo loro. Non mi andava una narrazione della transizione con i passaggi che generalmente ci si aspetta: essere rifiutato dalla famiglia, essere all’ospedale e subire violenza. Queste cose succedono anche nel mio libro, però volevo che ci fosse tutto, come nella vita. Così mi sono divertito a disegnarlo in modo che fosse leggibile e fumettoso: molto spesso il personaggio è in due linee proprio per non perdere il flusso narrativo, e certe volte il segno è un po’ più, come dico io, mattarello, più poetico, più evocativo per esempio quando c’è un autoritratto, così ti arriva di più l’emozione. Volevo che fosse simile a quello che mi piace fare e leggere, che fosse ironico».
Ci sono un percorso di sincerità nel disegno e uno nella vita che vanno di pari passo.
«A un certo punto mi sono detto: voglio fare quello che voglio fare. È stata una cosa lunga perché la devi assumere, devi decidere di non giudicare quello che fai ma farlo e basta. Ci vuole tempo per liberarti di questa voce che ti giudica e dice: ma sei sicuro, ma guarda che tu non vai bene così come sei, quindi pure quello che fai non è detto che vada bene. Più ti conosci più puoi essere chi sei. C’è un disagio di base nel momento in cui non sei in coerenza con il genere che ti è assegnato, altrimenti chi avrebbe voglia di andare a fare una transizione, andare dallo psichiatra, prendersi delle medicine e tutto? Iniziare un percorso di transizione è difficile, non sto dicendo che non lo sia, però sarebbe ancora più difficile non intraprenderlo, perché il disagio personale sarebbe troppo alto. Ogni persona, ogni individualità si gestisce la sua transizione come meglio vuole. Ne vale la pena, quando poi metti un pezzo dopo l’altro, perché a un certo punto ti rendi conto che non potevi fare altrimenti».
La vulnerabilità è una chiave d’accesso al corpo tipica del fumetto autobiografico.
«Era una delle citazioni di Play With Fire, Paul Preciado da Un appartamento su Urano: attraverso la vulnerabilità, anzi attraverso la fragilità opera la rivoluzione. E contrasta quel tipo di estetica della forza, dell’universalità del maschile e del fatto che questo faccia la scultura e il genio perché detta quelle proporzioni, fa le cose virtuose. Ma per fortuna stanno cambiando i codici. La norma patriarcale di quel tipo di narrazione viene imposta da un certo tipo di maschio, valido, ricco, bianco, insomma tutte quelle cose che si mettono una sopra l’altra. Tutto ciò che non è quel tipo di narrazione diventa un genere minore: l’autonarrazione, il fumetto autobiografico, il fumetto dell’intimità viene più considerato femminile. Sto volutamente generalizzando: ci sono eccezioni da tutte e due le parti. Io per tanti anni ho avuto remore, e dolore, nel fare cose autobiografiche, che parlavano dell’umanità che è parte di me. Per fortuna ormai ci stiamo rendendo conto che ci sono tanti tipi di narrazione e che ognuna è universale finché trova almeno una persona che ci si possa riconoscere».
Tu ci tieni molto che chi legge capisca bene le cose di cui parli.
«Quando ti ritrovi a impegnarti con un altro essere umano là non è più la teoria del gender, ma è l’atto pratico del vivere, la vulnerabilità di farti vedere da qualcuno tutti i giorni: ci sono le paure e le considerazioni per iniziare una nuova vita e metterti in gioco con un’altra persona. Quando ti guardi allo specchio ci saranno sempre delle cose di disforia che arriveranno. Ma nel momento in cui racconti una storia un po’ buffa, però un po’ vera, un po’ umana però un po’ strutturata, un po’ di esperienza vissuta, ma anche un po’, tra virgolette, di teoria, spero che qualcuno che la legge magari possa dirsi “Ah non ci avevo pensato, le persone che fanno la transizione sono esseri umani, sono genitori, sono figli, sono parenti, sono persone che escono, vanno a lavorare, vanno dal fisioterapista perché hanno mal di schiena”».