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Tea Hacic, scrittrice punk: "Io la gente la odio"

Una nuova generazione di donne ha raccolto il seme della ribellione al femminile di Patti Smith, Slits, Raincoats. E oggi lo racconta  in libri che parlano in maniera diretta di sesso, ideali, rabbia e voglia di libertà
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Il punk ritorna attraverso due libri di autrici di generazioni diverse: la prima Viv Albertine con la sua band, le Slits, del punk ha fatto la storia e la sua biografia, uscita nel 2014 in Inghilterra e solo adesso in Italia, anche. Nel senso che, non solo è il primo libro su quella stagione scritto da una donna, ma è il primo scritto con uno stile  diretto, intimo e molto esplicito. Intitolata "Vestiti, vestiti, vestiti, musica, musica, musica, ragazzi, ragazzi, ragazzi" apre finalmente la serie delle biografie che non sono semplicemente agiografie ma che hanno il coraggio di raccontare come sono andate davvero le cose. Sul punk ormai esistono decine, centinaia di libri scritti da critici musicali, biografi, artisti ma nessuno ha avuto il coraggio di Viv Albertine che, non a caso, ha vinto numerosi premi. Non solo sesso, droga e rock'n'roll (che comunque ci sono) ma uno sguardo profondo sui protagonisti di una generazione visti da vicino: da Sid V…
Il punk ritorna attraverso due libri di autrici di generazioni diverse: la prima Viv Albertine con la sua band, le Slits, del punk ha fatto la storia e la sua biografia, uscita nel 2014 in Inghilterra e solo adesso in Italia, anche. Nel senso che, non solo è il primo libro su quella stagione scritto da una donna, ma è il primo scritto con uno stile  diretto, intimo e molto esplicito. Intitolata "Vestiti, vestiti, vestiti, musica, musica, musica, ragazzi, ragazzi, ragazzi" apre finalmente la serie delle biografie che non sono semplicemente agiografie ma che hanno il coraggio di raccontare come sono andate davvero le cose. Sul punk ormai esistono decine, centinaia di libri scritti da critici musicali, biografi, artisti ma nessuno ha avuto il coraggio di Viv Albertine che, non a caso, ha vinto numerosi premi. Non solo sesso, droga e rock'n'roll (che comunque ci sono) ma uno sguardo profondo sui protagonisti di una generazione visti da vicino: da Sid Vicious a Mick Jones dei Clash (che con Albertine ha avuto una lunga e sofferta storia) ma anche sulla sorellanza con le altre Slits come la cantante Ari Up e il racconto delle sconfitte: l'abbandono delle scene musicali, la maternità, il cancro e poi una lenta, sofferta rinascita.
 


L'altra protagonista, Tea Hacic-Vlahovic, autrice di "Una sigaretta accesa al contrario", è invece americana (anche se di origine croata) ma ha vissuto diversi anni a Milano come racconta nel suo primo libro, "L'anima della festa" ed è conduttrice di un podcast dal titolo più che significativo: "Troie radicali". Un confronto tra diverse generazioni unite però da molte cose: rabbia, anticonformismo, voglia di libertà.
 
Tea Hacic saluta in italiano le ascoltatrici del suo podcast, "Troie Radicali": “Ciao troie!”. È allegra ma dopo un po’ scoppia a piangere. Del resto, questa puntata si ititola "Buco nell’anima". È un momento vero, molto intenso: lei è così e questa è la ragione del suo successo. Passa da un tema all’altro e per sancire il cambio suona (a caso) un’armonica a bocca. È una cosa così strana che, incredibilmente, funziona. Tea parla una lingua tutta sua sua, metà americano, metà italiano perché nel 2010 ha vissuto a Milano dove ha scritto il suo primo libro, L’anima della festa, che raccontava la pseudo- scintillante nuova Milano da bere (e non solo) . Ma la sua visione (lo dice nella citazione iniziale dei Black Flag: “I see the world through rat’s eyes”) non è accondiscendente, tutt’altro. È una visione da punk: non a caso il suo secondo libro, in uscita in questi giorni, Una sigaretta accesa al contrario, è una sorta di prequel che fa il punto sulle sue radici: una piccola comunità punk del Nord Carolina e il loro modo di vivere. Un libro che è anche un omaggio a Iggy Pop, che del punk è stato il grande precursore, e alla libertà di essere diversi.

Siamo in un caffè di Roma e dal vivo Tea è come nel suo podcast: parla con grande entusiasmo, ride, si commuove, si agita. C'è una strabordante voglia di vivere in lei.  Racconta: «Il mio primo libro, L’anima della festa, si svolge a Milano e parla di quando ero appena arrivata, andavo in giro la sera e facevo sesso con i ragazzi. Sai, io non sono una persona per bene, però mi piace anche provare un po’ di senso di colpa, avere segreti, mentre i ragazzi di oggi pensano solo a fare sesso nello stesso modo in cui pensano a fare soldi. Non c’è nessuna passione, nessuna poesia, capisci? È fottutamente triste!». Solo pochi giorni giorni prima ho intervistato Viv Albertine delle Slits, uno dei primi gruppi punk al femminile della storia, ed è incredibile come queste due donne di generazioni molto diverse, si somiglino.


Dicevi che oggi non senti più la passione tra le persone, di chi è la colpa?
«Dei social media. Nel 2003/2004, che è il periodo in cui è ambientato il nuovo romanzo, c’era solo My Space e se volevi far parte di una scena dovevi andare ai concerti, fare cose concrete. Non potevi limitarti a scrivere sui tuoi profili: era tutto ancora reale e questo significava fare cultura, incidere sulla società. Prima era un lifestyle, un modo di vivere, oggi è solo estetica: ti puoi vestire come un punk ma se non vivi quella vita per me è bullshit!».

Che cos’è per te il punk?
«Quando ero piccola e vivevo in North Carolina dove non c’era niente noi avevamo un posto chiamato Cat’s Cradle dove potevi vedere tutti i concerti. Lì ho visto Iggy Pop, e quando avevo 15 anni Karen O di Yeah Yeah Yes, che allora non era nessuno: mi ha sputato addosso (lo dice con fierezza punk)! E poi andavo nel moshpit (il centro del ballo chiamato “slam dance”) ma la gente non capisce che in quel ballo non c’è violenza, anzi: se qualcuno cade c’è sempre qualcuno che lo aiuta. Eravamo arrabbiati contro la società, non tra di noi! Ogni settimana a Cat’s Cradle c’era qualche band per fortuna, altrimenti saremmo morti di noia ma noi eravamo outsider di una scena già outsider perché, comunque, non eravamo a New York ma in una fottuta periferia!».

Il punk era una comunità.
«Esatto! E questo è il problema di oggi: non c’è più community! Altro che nichilismo, questo è il vero “no future”! A un certo punto però in Nord Carolina è arrivato l’Oxycontin (un potente antidolorifico, ndr) e questa droga ha iniziato a uccidere una generazione. Ti voltavi e dicevi: “Ma dove sono finiti tutti?”. Qualche tempo fa sono tornata lì per un incontro in una libreria e dei ragazzi più giovani mi hanno detto: “Ma lo sai che la vostra scena è rimasta leggendaria?”».

E oggi?
«Oggi è tutto finito. Ho cercato di sapere dove erano finiti i miei amici di un tempo: quelli che non erano morti erano in prigione o erano malati».

All’inizio del primo libro dici: “odio tutti”. È vero?
«Sì. A Milano solo i piccioni erano i miei amici. Amo i piccioni perché sono brutti e sporchi, proprio come Milano. Io Milano la odio e la amo. Per me i piccioni rappresentano la città ma per molti milanesi è la Rinascente che la rappresenta. Ma chi può andare alla Rinascente? Solo tre persone su mille. Oggi vogliono fare un rebranding persino del Tavernello: a Milano tutto deve essere chic. E io odio le cose chic».

Il libro: Tea Hacic-Vlahovic, "Una sigaretta accesa al contrario", Fandango libri, Traduzione di Francesco Graziosi, pagg.164, euro 18