Tea Hacic, scrittrice punk: "Io la gente la odio"
di Luca Valtorta , di Luca ValtortaL'altra protagonista, Tea Hacic-Vlahovic, autrice di "Una sigaretta accesa al contrario", è invece americana (anche se di origine croata) ma ha vissuto diversi anni a Milano come racconta nel suo primo libro, "L'anima della festa" ed è conduttrice di un podcast dal titolo più che significativo: "Troie radicali". Un confronto tra diverse generazioni unite però da molte cose: rabbia, anticonformismo, voglia di libertà.
Siamo in un caffè di Roma e dal vivo Tea è come nel suo podcast: parla con grande entusiasmo, ride, si commuove, si agita. C'è una strabordante voglia di vivere in lei. Racconta: «Il mio primo libro, L’anima della festa, si svolge a Milano e parla di quando ero appena arrivata, andavo in giro la sera e facevo sesso con i ragazzi. Sai, io non sono una persona per bene, però mi piace anche provare un po’ di senso di colpa, avere segreti, mentre i ragazzi di oggi pensano solo a fare sesso nello stesso modo in cui pensano a fare soldi. Non c’è nessuna passione, nessuna poesia, capisci? È fottutamente triste!». Solo pochi giorni giorni prima ho intervistato Viv Albertine delle Slits, uno dei primi gruppi punk al femminile della storia, ed è incredibile come queste due donne di generazioni molto diverse, si somiglino.
Dicevi che oggi non senti più la passione tra le persone, di chi è la colpa?
«Dei social media. Nel 2003/2004, che è il periodo in cui è ambientato il nuovo romanzo, c’era solo My Space e se volevi far parte di una scena dovevi andare ai concerti, fare cose concrete. Non potevi limitarti a scrivere sui tuoi profili: era tutto ancora reale e questo significava fare cultura, incidere sulla società. Prima era un lifestyle, un modo di vivere, oggi è solo estetica: ti puoi vestire come un punk ma se non vivi quella vita per me è bullshit!».
Che cos’è per te il punk?
«Quando ero piccola e vivevo in North Carolina dove non c’era niente noi avevamo un posto chiamato Cat’s Cradle dove potevi vedere tutti i concerti. Lì ho visto Iggy Pop, e quando avevo 15 anni Karen O di Yeah Yeah Yes, che allora non era nessuno: mi ha sputato addosso (lo dice con fierezza punk)! E poi andavo nel moshpit (il centro del ballo chiamato “slam dance”) ma la gente non capisce che in quel ballo non c’è violenza, anzi: se qualcuno cade c’è sempre qualcuno che lo aiuta. Eravamo arrabbiati contro la società, non tra di noi! Ogni settimana a Cat’s Cradle c’era qualche band per fortuna, altrimenti saremmo morti di noia ma noi eravamo outsider di una scena già outsider perché, comunque, non eravamo a New York ma in una fottuta periferia!».
Il punk era una comunità.
«Esatto! E questo è il problema di oggi: non c’è più community! Altro che nichilismo, questo è il vero “no future”! A un certo punto però in Nord Carolina è arrivato l’Oxycontin (un potente antidolorifico, ndr) e questa droga ha iniziato a uccidere una generazione. Ti voltavi e dicevi: “Ma dove sono finiti tutti?”. Qualche tempo fa sono tornata lì per un incontro in una libreria e dei ragazzi più giovani mi hanno detto: “Ma lo sai che la vostra scena è rimasta leggendaria?”».
E oggi?
«Oggi è tutto finito. Ho cercato di sapere dove erano finiti i miei amici di un tempo: quelli che non erano morti erano in prigione o erano malati».
All’inizio del primo libro dici: “odio tutti”. È vero?
«Sì. A Milano solo i piccioni erano i miei amici. Amo i piccioni perché sono brutti e sporchi, proprio come Milano. Io Milano la odio e la amo. Per me i piccioni rappresentano la città ma per molti milanesi è la Rinascente che la rappresenta. Ma chi può andare alla Rinascente? Solo tre persone su mille. Oggi vogliono fare un rebranding persino del Tavernello: a Milano tutto deve essere chic. E io odio le cose chic».
Il libro: Tea Hacic-Vlahovic, "Una sigaretta accesa al contrario", Fandango libri, Traduzione di Francesco Graziosi, pagg.164, euro 18