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S.P.Q.R. - Sono Perfetti Questi Romani, la mostra kolossal al Palazzo delle Esposizioni

I capolavori archeologici e quelli del grande cinema insieme. Ecco, a Roma, il nostro immaginario secondo Francesco Vezzoli 
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Questa storia ha un prequel. Primo scorcio degli anni zero del 2000: nella villa losangelina di Gore Vidal, risuonano le urla del padrone di casa. Lo scrittore è accomodato in poltrona, sul trumeau le foto sistemate a bella posta dei coniugi Clinton, della principessa Margaret e di Paul Newman con Joanne Woodward: il gotha della politica americana, della nobiltà europea e di Hollywood. L’autore di Giuliano si infervora: «Ho appena visto Oliver Stone che sta girando un film su Alessandro Magno. Gliel’ho detto chiaro e tondo: nell’antichità le lavanderie non c’erano! Quelle toghe non me le devi fare bianche!». L’interlocutore è un terrorizzato Francesco Vezzoli, che è lì per chiedere a Vidal di far parte del suo nuovo progetto: un trailer del finto remake del Caligola di Tinto Brass. «Dopo tre minuti della mia captatio benevolentiae — ricorda l’artista — Gore mi risponde sempre se…

Questa storia ha un prequel. Primo scorcio degli anni zero del 2000: nella villa losangelina di Gore Vidal, risuonano le urla del padrone di casa. Lo scrittore è accomodato in poltrona, sul trumeau le foto sistemate a bella posta dei coniugi Clinton, della principessa Margaret e di Paul Newman con Joanne Woodward: il gotha della politica americana, della nobiltà europea e di Hollywood. L’autore di Giuliano si infervora: «Ho appena visto Oliver Stone che sta girando un film su Alessandro Magno. Gliel’ho detto chiaro e tondo: nell’antichità le lavanderie non c’erano! Quelle toghe non me le devi fare bianche!». L’interlocutore è un terrorizzato Francesco Vezzoli, che è lì per chiedere a Vidal di far parte del suo nuovo progetto: un trailer del finto remake del Caligola di Tinto Brass. «Dopo tre minuti della mia captatio benevolentiae — ricorda l’artista — Gore mi risponde sempre severo: “Va bene, va bene, sarò il tuo Svetonio, ma ora basta”. Una volta iniziate le riprese, si è presentato sul set puntuale e ha interpretato la parte magnificamente. E, grazie a lui, molti altri hanno accettato di esserci, vestiti da Donatella Versace: Helen Mirren, Benicio Del Toro, Milla Jovovich, Karen Black… mi chiedo ancora come abbia fatto. Ok, Nicole Kidman rispose di no, ma forse si è pentita». Ride Vezzoli, mentre lo dice: Trailer for a Remake of Gore Vidal’s Caligula (2005), adesso, quasi vent’anni dopo l’apparizione alla Biennale di Venezia, chiude il percorso della sua mostra più ambiziosa di sempre.

Qui, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, l’allestimento in corso è letteralmente da kolossal. «Sembra una Biennale, stavolta mi gioco tutto», scherza lui. Si innalzano passerelle di legno sulla moquette nera che fa da pavimento alle sale tematiche — sette come i colli e i re di Roma —, grandi schermi svettano tra tende di velluto rosso. Sono in preparazione un altare con 75 ex voto di terracotta a forma di utero e un corridoio di 47 lapidi funerarie. Nella rotonda centrale dell’edificio neoclassico progettato a fine Ottocento da Pio Piacentini, prenderanno posto sei sculture di Venere con il volto modificato per sembrare star del cinema come Jeanne Moreau, Sharon Stone, Michelle Williams e ovviamente Anita Ekberg: perché il fantasma della Dolce Vita aleggia sin dal titolo. L’eterno ritorno della nostra storia antica, dall’archeologia a Cinecittà via Hollywood, è il tema di Vita Dulcis. Paura e desiderio nell’Impero Romano (dal 22 aprile al 27 agosto), che raccoglierà più di duecento oggetti. Non solo scene di film — dal dannunziano Cabiria (era il 1914) al Gladiatore di Ridley Scott, passando per Fellini Satyricon — non solo le opere di Vezzoli, che da sempre gioca con il frammento, rivisita divinità e busti di imperatori con colori e innesti pop — ma, soprattutto, decine di reperti sconosciuti al pubblico, conservati nei depositi del Museo Nazionale Romano, alle Terme di Diocleziano. Alcuni sono appena arrivati nelle casse. Le gru fermano il traffico di via Nazionale, caricando anche pesi di più di due tonnellate. Il primo a essere installato è un torso di Domiziano in veste di Ercole di 2100 chili. «Lo collochiamo alla stessa altezza che avrebbe se conservasse ancora le gambe e il basamento — spiega Filippo Bisagni, che ha disegnato la dimensione installativa —. L’idea è di riassegnare a queste opere dimenticate un momento di gloria, restituirle nella loro monumentalità».

Il frammento di un gruppo scultoreo con Achille e Pentesilea — 1100 chili — sta per affacciarsi nella sala numero 1, quella dedicata alla guerra (Para Bellum). Ecco una testa di Diana gigante, un’altra di Medusa che compariranno, invece, qualche metro più in là, nello spazio dedicato alle donne romane (Dux Foemina Facti), tra una matrona e una Venere simil Willendorf che sembra Kim Kardashian, mentre lo schermo si accenderà su Elizabeth Taylor-Cleopatra. E ancora un Traiano di basalto, un Marco Aurelio in bronzo e poi i “volti noti”: il busto di Antinoo di Palazzo Altemps e l’Ermafrodito dormiente di Palazzo Massimo. Tutti saranno illuminati come dive e divi del cinema dal direttore della fotografia Luca Bigazzi, che — non è un dettaglio — ha nel curriculum anche La grande bellezza.

«Più della metà della mostra è fatta con materiale mai esposto prima — racconta Vezzoli — C’è ancora una parte enorme di patrimonio italiano che meriterebbe una destinazione diversa dall’oscurità. Quando nelle aste cerco quelli che mi posso permettere, mi interessano più i frammenti, i pezzi reietti che le opere integre. Nella mutilazione c’è la narrazione del tempo. La visita nelle aule delle Terme di Diocleziano, dove ci sono i depositi, è stata entusiasmante e sconcertante in più momenti. Vedere un oggetto nascosto alla comunità turba ancora di più che trovarlo nella teca di un museo. La bellezza abbandonata è la metafora del nostro Paese. Ho scoperto ceste con strani oggetti bombati: non sapevo fossero ex voto a forma di utero che le donne dell’antica Roma gettavano nel Tevere. Saranno una sorpresa: sembrano opere di Louise Bourgeois».

«Dobbiamo riscoprire i depositi del Museo Nazionale Romano», gli fa eco il co-curatore Stéphane Verger, direttore di Palazzo Altemps, Palazzo Massimo, Terme di Diocleziano e Crypta Balbi. L’incontro tra lui e l’artista è stata un’idea di Marco Delogu, presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo che produce Vita Dulcis. «Una mostra come questa aiuta a riscrivere il racconto delle collezioni dei musei — continua Verger —. L’approccio di un artista permette di restituire uno sguardo diverso anche a noi storici. Gli oggetti hanno una biografia: esposti così diventano contemporanei». «I pezzi archeologici per me non sono né moderni né contemporanei — ribatte Vezzoli — sono “presenti”. Si tratta di archetipi. Quando penso ad Adriano e all’impegno profuso per creare l’effigie dell’amato Antinoo e diffonderla nel mondo alla luce del sole, mi emoziono. Tutta la mia queerness, la fluidità, l’omosessualità hanno trovato più appiglio incontrando Saffo, Marziale, il Satyricon e la cultura antica in generale che non la nostra letteratura postbellica. Studiare quel tempo significa scoprire che alcuni capisaldi del comportamento umano non cambiano mai. Abbiamo bisogno che qualcuno ci ricordi che tanti temi oggetto di dibattito oggi sono stati già affrontati secoli fa con purezza e coraggio. Nell’antica Roma, e prima ancora ad Atene, erano rappresentate tutte le categorie dell’umano. Va bene, non c’erano i diritti, la vita non era esattamente dolce, ma per questo dobbiamo combattere adesso».

Se in Florida si licenzia per un’immagine del David di Michelangelo mostrata a scuola, qui, come in ogni mostra dedicata all’arte classica che si rispetti, si celebra il corpo umano nella sua nudità. E, pazienza, se oltreoceano qualcuno è pronto a mettere al rogo anche i testi dei poeti latini. «Vogliamo parlare di Stormy Daniels, allora? — aggiunge Vezzoli —. Noi siamo questo, invece, più che i resort siciliani della serie televisiva White Lotus amati dagli americani. Oggi si parla tanto di appropriazione culturale, ma per cento anni — e lo dico con un sorriso — Hollywood si è appropriata di Roma e della nostra storia e a noi sta bene così. Certo, gli effetti sono stati altalenanti. Avete mai visto Cleopatra con Liz Taylor senza doppiaggio? Sembra Beautiful. Se ormai possiamo occuparci soltanto del nostro patrimonio culturale, allora un progetto come Vita Dulcis è inattaccabile. Potremmo ripetere lo stesso esperimento attingendo dai depositi a Brescia, Ravenna, Selinunte. Semmai, sul copyright dell’antichità, il rischio è di litigare con qualche greco…».

Mentre l’arte contemporanea vive una contraddittoria battaglia tra emancipazione e cancellazione culturale, volgere lo sguardo alla classicità può aiutare a ritrovare un senso. «Forse è naturale che in un momento in cui l’arte contemporanea è imprigionata da una dinamica identitaria assolutamente legittima, ma anche congelante, ci si rivolga all’antichità che può apparire così lasciva e insieme divertente». Certo, con tutto questo trionfo dell’impero e della romanità, il rischio è l’accusa di nazionalismo o forse di assecondare lo spirito del tempo. «Sono consapevole del pericolo — risponde Vezzoli —. Se è per questo il Discobolo Lancellotti piaceva da matti a Hitler e Göring, ma per ragioni diverse dalle mie. Io voglio riportare il colore nella classicità, l’effetto glitter nella colonna. Sono per una classicità sporca, viva, colorata, fluida. Vorrei che i visitatori uscissero dalla mostra per scoprire di più sull’antichità. Vorrei corressero a Palazzo Massimo per vedere Il pugilatore che, se esposto al Met di New York, farebbe furore. Mi piace essere un tramite per riportare alla luce tutto questo. Magari i puristi dell’archeologia criticheranno. Sono apertissimo al dibattito».

Vita Dulcis, intanto, continua anche fuori dal Palazzo delle Esposizioni: Ridley Scott sta preparando il sequel del Gladiatore. Visto Vezzoli? «Ecco, siamo trending topic».