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Renoir l’italiano, una mostra celebra il legame tra il grande pittore e il Belpaese

Pierre-Auguste Renoir, Nu au fauteuil, 1900, da Kunsthaus, Zurigo 
L'sposizione al Palazzo Roverella di Rovigo fino al 25 giugno
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Nemmeno l'artrite deformante ostacola il processo creativo di Pierre-Auguste Renoir. Dipinge legandosi i pennelli ai polsi o incastrandoli tra le dita, aiutato dall'assistente Richard Guino che diventa di fatto il prolungamento delle sue mani. Rifugiatosi in tarda età nella dimora di Les Collettes di Cagnes-sur-Mer, in Costa Azzurra, Renoir fino all'ultimo porta avanti quella ricerca sulla pratica artistica che lo spingerà a un certo punto ad allontanarsi dall'impressionismo, di cui era uno dei massimi esponenti, per tornare ai grandi maestri del passato.

Questo passaggio, da una raffigurazione en plein air della joie de vivre borghese parigina, come dimostra il capolavoro Ballo al moulin de la Galette, a un altrove senza tempo che fa da sfondo a soggetti ispirati al classicismo, come la serie sulle Bagnanti, matura nel corso del viaggio in Italia che Renoir, nato nel 1841 e morto nel 1919, intraprende a quarant'anni, in piena crisi esistenziale e la…

Nemmeno l'artrite deformante ostacola il processo creativo di Pierre-Auguste Renoir. Dipinge legandosi i pennelli ai polsi o incastrandoli tra le dita, aiutato dall'assistente Richard Guino che diventa di fatto il prolungamento delle sue mani. Rifugiatosi in tarda età nella dimora di Les Collettes di Cagnes-sur-Mer, in Costa Azzurra, Renoir fino all'ultimo porta avanti quella ricerca sulla pratica artistica che lo spingerà a un certo punto ad allontanarsi dall'impressionismo, di cui era uno dei massimi esponenti, per tornare ai grandi maestri del passato.

Questo passaggio, da una raffigurazione en plein air della joie de vivre borghese parigina, come dimostra il capolavoro Ballo al moulin de la Galette, a un altrove senza tempo che fa da sfondo a soggetti ispirati al classicismo, come la serie sulle Bagnanti, matura nel corso del viaggio in Italia che Renoir, nato nel 1841 e morto nel 1919, intraprende a quarant'anni, in piena crisi esistenziale e lavorativa. È proprio su questo periodo, dal 1881 al 1882, che si concentra la mostra curata da Paolo Bolpagni Renoir. L'alba di un nuovo classicismo, aperta fino al 25 giugno a Palazzo Roverella a Rovigo. "Sto divorando la mia Italia" scriverà in una lettera da Venezia a Madame Charpentier, nell'autunno del 1881, elettrizzato dalla vista di giganti come Carpaccio, Tintoretto e Giambattista Tiepolo. La vera illuminazione, però, scatta a Roma, a Villa Farnesina, alla vista degli affreschi di Raffaello, Il trionfo di Galatea e Storie di Amore e Psiche, e si consolida a Napoli.

"Raffaello è bellissimo e avrei dovuto vederlo prima. È colmo di sapienza e di saggezza" confiderà, sempre più assetato di conoscenza, in una lettera al gallerista Paul Durand-Ruel. Il viaggio in Italia, avvenuto più tardi rispetto al Grand Tour intrapreso come da tradizione dai giovani aristocratici, è uno spartiacque nella carriera dell'artista. "Dopo Raffaello non avviene un cambiamento immediato" spiega il curatore che ha accostato nella mostra l'artista ad altri autori. "Piuttosto si tratta di un progressivo approfondimento di riflessioni che Renoir andava conducendo da un po' di tempo e che hanno le proprie radici anche nelle sue origini. Non a caso nella lettera a Durand-Ruel si parla di ritorno ai primi amori".

Per guadagnarsi da vivere il giovane Renoir, pittore operaio, riproduceva sulle porcellane del laboratorio dei fratelli Lévy i temi di Watteau e Fragonard, andando ad ammirare nelle pause le opere esposte al Louvre. Il percorso di Rovigo, 83 opere (47 dell'artista e altre di autori come come Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Armando Spadini), racconta l'impatto del viaggio in Italia sull'artista attraverso documenti, dipinti, sculture, disegni e litografie che dimostrano quanto Renoir non abbia mai smesso di mettersi in gioco, sperimentando le tecniche artistiche più disparate e continuando a studiare.

Fondamentale nel suo percorso sarà il Libro dell'Arte di Cennino Cennini. La lezione appresa dal viaggio in Italia, porta Renoir a profonde riflessioni, come quella sulla luce che non è più quella del plein air, ma "puro artificio (...) un altrove che è anche senza tempo" come scrive la storica dell'arte Francesca Castellani. "Dipingendo direttamente dal vero, il pittore cerca solo l'effetto, non studia più la composizione" dirà al mercante Ambroise Vollard.

Per Renoir l'obiettivo rimane quello di cogliere l'essenza del reale, non più ritraendo scene di vita borghese all'aperto, quanto costruendo nel suo studio una composizione ambientata in un luogo ideale attenta al rapporto tra volumi, linee e colori. "Renoir" aggiunge il curatore Bolpagni "aveva deciso di votarsi a un'appassionata ricerca della bellezza, di un'eterna e soleggiata arcadia, non tentando di ridar vita alle regole classiche delle proporzioni, né di costruire ideali figure pseudo-antiche, ma conformandosi alla natura, sola magistra vitae".

Il Renoir anticipatore del rappel à l'ordre e promotore di un moderno classicismo vibra nella Baigneuse s'arrangeant les cheveux e nel Nu au fauteuil che dialogano con l'Arianna a Nasso di Giorgio de Chirico, ammiratore di Renoir, e con la dea dell'abbondanza di Rubens. In questa sala spicca il capolavoro ispirato a Pompei Mythologie, personnages de tragédie antique che Picasso volle nella sua collezione. L'anelito alla ricerca che portò Renoir a dedicarsi per tutta la vita all'arte si coglie nelle parole che l'artista, ormai in sedia a rotelle per l'artrite deformante, pronunciò quando Matisse gli chiese perché continuasse a lavorare in quelle condizioni e si sentì rispondere: "Il dolore passa, ma la bellezza resta sempre".