Fiabe classiche, segreti e "gossip" da Aladino a Cenerentola
di Licia Troisi , di Licia TroisiLe fiabe sono in pericolo. Desuete, sessiste, violente, sembra siano sempre meno amate, o comunque vengano messe in discussione. C'è chi le riscrive, chi ne capovolge la prospettiva, chi discute l'opportunità di leggere ancora Biancaneve ai bambini, visto che il principe bacia una ragazza non consenziente. Eppure, le fiabe sono ancora tra noi, in qualche modo permangono, fosse solo per le versioni della Disney che continuano a far parte dell'educazione di milioni di bambini in tutto il mondo. Perché, se non rispondono più alla sensibilità dei tempi?
Risponde Nicholas Jubber, nel suo splendido I raccontastorie, in cui, invece di concentrarsi sulle fiabe in sé, decide di parlare delle persone e dei luoghi che le hanno prodotte, con un occhio di riguardo per tutte quelle voci dimenticate che pure hanno plasmato il nostro immaginario di bambini, e non solo.
LA TESI
Il punto di partenza è che, sì, le fiabe sono spesso f…
Le fiabe sono in pericolo. Desuete, sessiste, violente, sembra siano sempre meno amate, o comunque vengano messe in discussione. C'è chi le riscrive, chi ne capovolge la prospettiva, chi discute l'opportunità di leggere ancora Biancaneve ai bambini, visto che il principe bacia una ragazza non consenziente. Eppure, le fiabe sono ancora tra noi, in qualche modo permangono, fosse solo per le versioni della Disney che continuano a far parte dell'educazione di milioni di bambini in tutto il mondo. Perché, se non rispondono più alla sensibilità dei tempi?
Risponde Nicholas Jubber, nel suo splendido I raccontastorie, in cui, invece di concentrarsi sulle fiabe in sé, decide di parlare delle persone e dei luoghi che le hanno prodotte, con un occhio di riguardo per tutte quelle voci dimenticate che pure hanno plasmato il nostro immaginario di bambini, e non solo.
LA TESI
Il punto di partenza è che, sì, le fiabe sono spesso figlie di una sensibilità da noi ormai lontana. E non potrebbe essere altrimenti, visto che la loro origine si perde nella notte dei tempi; La Bella e la Bestia affonda addirittura le radici nel mito di Amore e Psiche. E quindi dobbiamo accettare che ci appaiano orrendamente maschiliste - perché lo sono - e tremendamente violente - perché vogliono esserlo. Ma al centro di ciascuna di esse c'è un nucleo immortale che travalica lo spazio e il tempo, e arriva immutato fino a noi, per dirci che il male esiste, ma possiamo batterlo, che la magia è spesso una risorsa e che, dopo tante peripezie, può comunque esistere il lieto fine.
Il viaggio di Jubber non è solo nel tempo, dal I millennio dopo Cristo in cui si muove Samadeva, misterioso narratore del Kashmir, fino al XIX secolo in cui visse e operò il celeberrimo Andersen, ma anche nello spazio. Non stupisce, visto che l'autore è prima di tutto un appassionato viaggiatore.
E così si parte - per la delizia di noi italiani - da una Napoli opulenta e magica, attraversata dai racconti misteriosi e macabri di Giambattista Basile, cui si deve la prima apparizione, in Occidente, di Cenerentola ne Lo cunto de li cunti. Già quest'ultimo non fa parte del canone degli autori più conosciuti, ma col salto successivo, nella Francia del Re Sole, conosciamo un nome dimenticato dalla storia, quello di Hanna Dyâb, siriano, che raccontò all'orientalista Antoine Galland alcune delle più belle fiabe d'oriente, tra cui Aladino e Alì Babà, che quest'ultimo poi raccolse nella sua riscrittura de Le mille e una notte. Sempre in Francia, e più o meno nello stesso periodo, agisce un'altro nome misconosciuto, quello di Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve, che scrisse per prima La Bella e la Bestia.
E poi via verso la Germania di Dortchen Grimm, moglie del più celebre Wilhelm, tra le narratrici che raccontarono le fiabe per le quali i fratelli divennero celebri. E poi in Russia, con la tragica storia di Ivan Chudjakov, fino alla Danimarca di Andersen. Lo sguardo di Jubber è sempre laterale, interessato a raccontare i nomi misconosciuti, più che quelli ben noti, per far giustizia a tutte le voci che la storia, per una ragione o per l'altra, ha silenziato: Chudjakov vittima degli zar, Dortchen e Villeneuve del loro sesso, Samadeva dell'abissale distanza temporale e culturale del suo Kashmir.
STORIE SENZA TEMPO
Ma, nonostante i balzi spaziali e temporali, un unico filo rosso attraversa il racconto, ed è quello della potenza delle storie: di come si intridano dei luoghi che attraversano, si contaminino con i popoli che le adottano, di come attraversino il tempo e lo spazio muovendosi di bocca in bocca. E questo non stupisce, perché le fiabe fanno parte dell'espressione più vera e autentica delle culture umane, quella popolare, frutto della tradizione orale, che solo in un secondo momento viene poi cristallizzata in una forma scritta. Così, alcuni dei sette autori raccontati da Jubber sono inventori di fiabe - per quanto si possa "inventare", quando si è figli di una tradizione così ricca e antica - altri sono invece solo gli aedi di questa mitologia dei piccoli, coloro che hanno fatto da tramite e hanno rielaborato storie più grandi e antiche di loro. Ne emerge un quadro complesso, in cui tutto in qualche modo è collegato, come se esistesse un grande immaginario collettivo - ed era quello che sosteneva Jung - cui tutti attingiamo e cui tutti possiamo contribuire.
Appassionante come un romanzo, I raccontastorie è a sua volta una lunga, bellissima storia che ci insegna quanto ciò che oggi consideriamo vile, infantile, sia profondamente intessuto in ciò che siamo. Cambiano le sensibilità, i racconti, persino i protagonisti, a volte, ma non cambia il desiderio di raccontare e raccontarci. Le fiabe sono ancora con noi, e non ci abbandoneranno mai.
IL LIBRO
I raccontastorie di Nicholas Jubber (Bompiani, traduzione di Andrea Asioli, pagg. 416, euro 25)