Michelangelo Pistoletto. I miei primi 90 anni
di Fiorella MinervinoL'effetto è strabiliante. La Sala delle Cariatidi al Palazzo Reale di Milano si trasforma in un gioco di riverberi, una magia di specchi e Quadri specchianti per onorare questo gigante, anzi mago dell’arte che si chiama Michelangelo Pistoletto. Titolo della personale: "La Pace Preventiva" (fino al 4 giugno); nel manifesto la colomba di Picasso regge il simbolo del Terzo Paradiso contro la guerra. All’interno, un labirinto composto da 4 chilometri di cartoni ondulati introduce all’esperienza spaesante di scelta fra il Minotauro, mostro di tutti i mali, e la Virtù; lungo il cammino si incrociano 17 creazioni.
L'effetto è strabiliante. La Sala delle Cariatidi al Palazzo Reale di Milano si trasforma in un gioco di riverberi, una magia di specchi e Quadri specchianti per onorare questo gigante, anzi mago dell’arte che si chiama Michelangelo Pistoletto. Titolo della personale: "La Pace Preventiva" (fino al 4 giugno); nel manifesto la colomba di Picasso regge il simbolo del Terzo Paradiso contro la guerra. All’interno, un labirinto composto da 4 chilometri di cartoni ondulati introduce all’esperienza spaesante di scelta fra il Minotauro, mostro di tutti i mali, e la Virtù; lungo il cammino si incrociano 17 creazioni.
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Ci accoglie il tavolo-specchio Love Difference. Mar Mediterraneo, l’installazione nel 2003 premiata dal Leone d’Oro alla Biennale (una è alla Farnesina), con 12 seggiole, tappetini, pouf recapitati dai consolati dei paesi costieri. Sceglie un tema caro: il labirinto. «È un soggetto che ho iniziato nel ’68 partendo proprio da un pozzo in cartone, uno degli “oggetti in meno”, nel ‘65 dove negavo il mio “marchio”, era ricolmo di tele spezzate, cioè il disfacimento del quadro, poi lo specchio ha sostituito la tela. Il primo labirinto è del ’69 in Olanda, al Museum Boijmans Van Beuningen.
Il labirinto condiziona a scegliere fra destra e sinistra come in politica. In questa sala semidistrutta dai bombardamenti, 70 anni fa Picasso presentava Guernica dove si intravede la testa del mostro, ho unito le cose: il mio labirinto e il suo Minotauro e questo luogo diroccato. Oggi siamo in una situazione ancor più terribile, con migliaia di bombe atomiche sulla testa e molte guerre in corso, oltre all’Ucraina. Poi la tecnologia ha sviluppato labirinti informatici che assumono forme gigantesche nel pianeta; bisognerebbe sapere chi controlla le leve del potere politico e tecnologico. È ora che l’umanità si assuma la responsabilità di impedire che i pazzi facciano saltare tutto. Perciò siamo davanti al labirinto che ci porta al Minotauro, il mostro dentro di noi, però abbiamo il filo d’Arianna che a ogni passo può evitare la catastrofe».
Ma l’arte quali significati può assumere?
«È la formula, un simbolo, un’espressione matematica che ho adottato per questo viaggio dell’umanità nel tempo. È la fusione fra il primo Paradiso naturale, quando eravamo integrati nella natura, e il secondo artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana: da un lato l’uno, il secondo dall’altro, al centro dobbiamo creare il terzo stadio, perché una parte sta distruggendo l’altra. Il terzo stadio dell’umanità è la pace. Ho scelto il simbolo grafico dell’infinito. Una linea che incrocia se stessa, l’ho tagliata in due, ho fatto nascere il finito dentro l’infinito, il cerchio centrale, che ha sempre ai lati le due parti che si alimentano e interagiscono al centro e producono l’elemento nuovo in connessione con l’universo».
Sul fondo si staglia grandiosa l’opera presente nei musei del mondo: “La Venere degli Stracci”. Come nasceva?
«È diventata il simbolo del nostro mondo che crea stracci, rifiuti, plastiche, ma nel 1967, quando l’ho realizzata, eravamo lontani dall’invasione di oggi. La Venere è l’ideale di bellezza eterna, amore, procreazione. Ne ho trovata una piccola in cemento, una copia da Thorvaldsen, ripresa dai classici greci, romani, dall’800; lei abbraccia gli stracci, i vestiti smessi con le tracce di chi le indossava, sono il passato eterno e il presente in continuo mutare in chi la guarda. A Milano è fuori misura, la interpreto secondo l’ambiente, la gente viene e porta i propri indumenti, li deposita lì alla Venere, un consumismo consumato».
E lo specchio nei “Quadri”? Lucio Fontana diceva che lei era andato oltre i suoi tagli...
«Riflette il mondo, la creazione. È l’apertura alla quarta dimensione. Sono la porta che apre al Terzo Paradiso, verso l’infinito. Entra il tempo nello spazio, è tutto un divenire. Prima usavo specchi su lamiere di acciaio inossidabile lucidate a macchina, oggi ho i Supermirror giapponesi già specchianti. L’immagine che fisso si integra sulla superficie e interagisce con lo spazio riflesso che muta, resta l’elemento fisso di un presente che stava passando nello specchio. Con la foto blocco un momento passato che si aggiunge al presente che vive di continuo nel tempo e diventa memoria».
Che differenza c’è tra le due mostre?
«Milano ha la pace come scopo. Quella di Roma la introduce. Elementi comuni sono espressi in modi differenti, in due luoghi storici, dove mi muovo dentro l’architettura. Eccher organizzava mostre antologiche, ha guardato al mio lavoro come a un artista singolo con proprietà d’una collettiva, ha trovato nelle differenze in me ciò che serviva». Infine il saluto: «Non dobbiamo mai armarci per la pace, solo amarci».