L'appello di Joyce Carol Oates: "Nessuno tocchi la libertà"
di Joyce Carol OatesTra tutte le "parole astratte" (come avrebbe notato Hemingway), nessuna è più sacrosanta della libertà. La libertà è una condizione trascendentale, una qualità della vita, un ideale, un obiettivo universalmente esaltato, anche se il suo esatto significato, la sua traduzione nella vita pratica e quotidiana, non è sempre così chiaro. Nel suo stato più elevato la libertà è un ripudio della tirannia politica, come nella famosa dichiarazione del 1775 di Patrick Henry, uno dei patrioti originali della Rivoluzione americana: "Datemi la libertà o datemi la morte!". Nel suo stato meno esaltato tutto ciò è stato brandito come un ripudio di ciò che i conservatori chiamano lo stato sociale, in cui la libertà dei ricchi è limitata dai bisogni dei poveri attraverso l'imposizione fiscale, come il nostro stato più conservatore del New England, il New Ha…
Tra tutte le "parole astratte" (come avrebbe notato Hemingway), nessuna è più sacrosanta della libertà. La libertà è una condizione trascendentale, una qualità della vita, un ideale, un obiettivo universalmente esaltato, anche se il suo esatto significato, la sua traduzione nella vita pratica e quotidiana, non è sempre così chiaro. Nel suo stato più elevato la libertà è un ripudio della tirannia politica, come nella famosa dichiarazione del 1775 di Patrick Henry, uno dei patrioti originali della Rivoluzione americana: "Datemi la libertà o datemi la morte!". Nel suo stato meno esaltato tutto ciò è stato brandito come un ripudio di ciò che i conservatori chiamano lo stato sociale, in cui la libertà dei ricchi è limitata dai bisogni dei poveri attraverso l'imposizione fiscale, come il nostro stato più conservatore del New England, il New Hampshire, dichiara senza mezzi termini sulle sue targhe auto: "Vivi libero o muori".
Nessuno vuole non avere libertà personale, ma estendere la libertà agli altri non è sempre una cosa così immediata. Poiché gli Stati Uniti sono stati fondati, almeno in teoria, su libertà di vario tipo, e tuttavia ci fa tornare un po' coi piedi per terra apprendere che i primi coloni, una setta inglese protestante radicale nota come Puritani, giunti in Nord America nel XVII secolo per sfuggire alle persecuzioni religiose, non volevano la libertà religiosa per nessuno tranne che per loro stessi; e che per generazioni, fino alla fine del XIX secolo, gli unici americani autorizzati a possedere proprietà terriere e immobiliari e a votare erano gli uomini bianchi.
Quella che noi chiamiamo libertà di parola non è praticamente esistita fino al XX secolo inoltrato quando, negli Stati Uniti, fino agli anni Sessanta, ci furono divieti e arresti a causa di L'amante di Lady Chatterly di D.H. Lawrence, L'Ulisse di James Joyce e Howl di Allen Ginsberg - tutti libri che alla fine furono giudicati, in processi che costituirono un precedente, come non rei di oscenità, e quindi non violavano le leggi federali che regolavano la vendita di materiale pornografico.
Da tempo si asserisce che gli scrittori e gli artisti dotati di creatività siano una minaccia per la società, almeno per una società repressiva. Sono - siamo - scettici, inquisitori e critici per natura. Vediamo ciò che non sempre dovremmo vedere, alla maniera delle generazioni più giovani che non si fanno ingannare dalle pretese dei loro vecchi. Siamo una minaccia per lo status quo, per le verità apparentemente consolidate e radicate e per le forme di pietà religiosa. C'è qualcosa di volontariamente individuale e contrario nello scrittore/artista: siamo inclini, come Melville, a dire tuonando "No!" alle ipocrisie dello Stato. Dichiariamo, come Emily Dickinson, che la nostra libertà di esprimerci può essere limitata ma non estinta: Mi rinchiudono nella Prosa/Come quando da Ragazzina Mi chiudevano nello Sgabuzzino/Perché mi volevano "tranquilla"/Tranquilla! Avessero potuto spiare/ E vedere il mio Cervello/andarsene in giro/Era come se avessero confinato un Uccello/A tradimento/in gabbia. (In questa poesia sottilmente veemente e sovversiva, Emily Dickinson parla a nome di innumerevoli donne e ragazze che, nel corso dei secoli, sono state "rinchiuse" nei dettami prosaici del patriarcato).
Ne La Repubblica, per bocca di Socrate, Platone infamava i poeti in quanto per loro natura irrazionali, "frenetici", quindi inadatti a essere cittadini nello stato totalitario governato dal Re Filosofo. "Dobbiamo avere la nostra censura anche su queste favole, per governare coloro che si impegnano a raccontarle... Spazziamo via, dunque, tutto ciò che è di questo genere [la poesia]". La Repubblica, Libro III. Sorprendentemente, Platone include Omero tra quelli da censurare: "Non neghiamo che siano bravi poeti e che scrivano ciò che la maggior parte della gente ama ascoltare, ma quanto più sono poetici, tanto meno desideriamo che li ascoltino i nostri figli e gli uomini, che devono essere liberi e temono la schiavitù più della morte". (Si noti qui come Platone abilmente travisi la parola "libero" - e inverta il concetto di "schiavitù" in modo che significhi l'opposto di ciò che realmente significa; schiavitù: un tipico trucco retorico della propaganda).
Il valore più alto nella Repubblica di Platone è l'equilibrio, "l'armonia". Tutti gli Stati totalitari vogliono questo tipo di "armonia": la soppressione di ogni dissenso. Ciò richiede la limitazione di chi può diventare cittadino dello Stato. Niente poeti dalla fantasia sfrenata, niente satira, niente posto per l'individuo, solo per il collettivo. Si può immaginare che Platone accolga le arti utili come la tessitura, la ceramica, la falegnameria, ma dell'arte pura, dell'arte come espressione di sé, dell'arte per amore della bellezza, non c'è posto. Platone non sembra rendersi conto che una città-stato così priva di gioia e ottusa non potrebbe esistere a lungo in un mondo reale e combattivo, in cui città-stato simili si fanno la guerra l'una con l'altra, assicurando il disequilibrio. Né Platone, conservatore di razza con una sfiducia nel libero arbitrio, sembra rendersi conto che una società totalmente statica, in cui nulla cambia mai, imploderebbe presto su se stessa, incapace di affrontare i cambiamenti dall'esterno o qualsiasi emergenza interna.
Traduzione di Paolo Noseda
Il festival
La tredicesima edizione del festival Taobuk ideato e diretto a Taormina da Antonella Ferrara è dedicata al tema “Le Libertà”. Per info e programma www.taobuk.it