✕

Libri da leggere: l’algoritmo di Tintin

Il semiologo novecentesco Jean- Marie Floch sottopose ad analisi le avventure del celebre eroe dei fumetti. Un’attenzione al pop che lo accomuna a Barthes ed Eco
2 minuti di lettura

Esce il nuovo fumetto di uno dei vostri autori preferiti. Lo acquistate e lo leggete subito, traendo grande piacere dalla storia, dai dialoghi e dalle vignette, qui di una maestosità inusuale, perché la vicenda è ambientata sulle montagne tibetane (tra i personaggi vi è anche lo Yeti).

Riprendete in mano il fumetto in tempi successivi, notando ogni volta qualche dettaglio su cui aveva sorvolato la vostra prima lettura, che da un certo punto in poi era stata dominata dalla curiosità del “ come va a finire”. Passano venti o trent’anni e ritornate all’albo per l’ennesima volta, ma ora non vi limitate a leggerlo ma vi chiedete come è fatto. Non “ cosa voglia dire”, quello lo sapete già: ma come lo dice.

Il semiologo francese Jean-Marie Floch (1947-2001) ha fatto proprio così con un’avventura di Tintin, il ragazzo- reporter ideato dal fumettista Hergé: Tintin in Tibet, uscita nel 1960. Floch lo lesse a tredici anni, quando non poteva sospettare né che nella vita sarebbe diventato un influe…

Esce il nuovo fumetto di uno dei vostri autori preferiti. Lo acquistate e lo leggete subito, traendo grande piacere dalla storia, dai dialoghi e dalle vignette, qui di una maestosità inusuale, perché la vicenda è ambientata sulle montagne tibetane (tra i personaggi vi è anche lo Yeti).

Riprendete in mano il fumetto in tempi successivi, notando ogni volta qualche dettaglio su cui aveva sorvolato la vostra prima lettura, che da un certo punto in poi era stata dominata dalla curiosità del “ come va a finire”. Passano venti o trent’anni e ritornate all’albo per l’ennesima volta, ma ora non vi limitate a leggerlo ma vi chiedete come è fatto. Non “ cosa voglia dire”, quello lo sapete già: ma come lo dice.

Il semiologo francese Jean-Marie Floch (1947-2001) ha fatto proprio così con un’avventura di Tintin, il ragazzo- reporter ideato dal fumettista Hergé: Tintin in Tibet, uscita nel 1960. Floch lo lesse a tredici anni, quando non poteva sospettare né che nella vita sarebbe diventato un influente studioso di una disciplina ( che allora non era stata peraltro ancora fondata), né che i fumetti sarebbero stati un possibile oggetto di analisi di quella stessa disciplina. Da entrambi i punti di vista il futuro sarebbe cominciato nel 1964. In quell’anno Roland Barthes pubblicò i suoi Éléments de sémiologie (che si proponevano come un prontuario e assieme un metodo per lo studio dei linguaggi, intesi come strutture) e Umberto Eco riuniva i propri sui linguaggi delle comunicazioni di massa nel libro Apocalittici e integrati. Dopo aver commentato Superman e i Peanuts Eco si soffermava in particolare sulla prima tavola del fumetto di avventura Steve Canyon: la sua “ lettura” di quella pagina è considerata l’inaugurazione pionieristica della semiotica del fumetto a venire.

Tutto ciò Floch lo saprà in seguito, dopo cioè essersi formato a una delle principali scuole semiotiche europee, quella parigina fondata dal franco-lituano Algirdas Greimas. Il contributo di Floch agli studi semiotici ha riguardato una grande varietà di generi soprattutto visivi, dall’arte astratta alla pubblicità, dalla fotografia all’immagine di marca, dall’icona russa appunto al fumetto. In particolare i suoi studi sul marketing non erano soltanto teorici: nei primi anni Novanta a una sua società di consulenza fu richiesta un’analisi del mercato politico italiano, in subbuglio dopo Tangentopoli. In seguito si seppe che a commissionarla era stato lo staff di Silvio Berlusconi che preparava la famosa “discesa in campo”.

Sotto la lente di Floch sono passati oggetti di studio diversi come uno scatto di Henri Cartier- Bresson, i loghi della Apple e dell’Ibm, l’organizzazione spaziale di un ipermercato, un quadro di Kandinskij e Tintin in Tibet. In comune ci può essere soltanto il metodo dell’indagine, o meglio l’intenzione di guardare metodicamente alla realtà. Non c’è, infatti, “il” metodo ma ci sono strumenti diversi, da ritarare e magari da riprogettare ogni volta.

Anche grazie a Floch la semiotica serve a mostrare quel che in un testo funziona e come, non sulla base delle impressioni di una lettura magari acuta ma in capo a un’analisi al possibile rigorosa, ovvero un’ « interpretazione intrinseca e strutturale » , come la chiama l’autore. Nel suo Tintin in Tibet. Un esercizio di semiotica del fumetto ( uscito nel 2002 e ora tradotto in italiano da Luigi Virgolin per Meltemi, con una postfazione dello specialista italiano Daniele Barbieri) questo principio di metodo viene per la prima volta applicato a un’intera storia a fumetti.

Qualsiasi lettore delle strisce di Hergé coglie che si tratta della storia di un salvataggio e di una storia di amicizia, e anzi di amicizie. Ma solo una lettura dei dati costitutivi del testo, come quella che fa Floch, può mostrare come la dimensione spaziale verticale e quella orizzontale riproducono l’opposizione fra una visione del mondo spirituale e una materiale, e come ciò ponga alle sorgenti generative del testo la fondamentale opposizione tra la modalità del credere e quella del sapere.
Collezionando e collazionando reperti testuali da questa ma anche da altre avventure di Tintin Floch perviene così a ipotizzare che ci sia una « riserva limitata di figure, scene e motivi » che si susseguono nei diversi albi, come avviene per i miti studiati da Claude Lévi-Strauss.

Per parlarci del mondo, il testo ricostruisce il mondo al proprio interno, potendo il fumetto farlo nell’interazione del linguaggio visivo e del linguaggio verbale.
 

Leggi i commenti