Pooh: siete sicuri di sapere tutto di loro?
dal nostro inviato Luca ValtortaI Pooh versione 1968
MILANO – “Che ne direste di chiamarvi Pooh?”. Se la segretaria della casa discografica Vedette, una ragazza americana di nome Aliki Andris, non avesse avuto questa idea, chissà che nome avrebbe oggi la più longeva band italiana (hanno festeggiato i cinquant’anni di attività nel 2016, oggi sono 57).
La primissima formazione dei Pooh: Valerio Negrini (batteria), Mauro Bertoli (chitarra), Mario Goretti (chitarra), Gilberto Fagioli (basso) e Bob Gillot (tastiere)
“All’inizio si chiamavano Jaguars ma quando nel 1966 sono entrati in studio per incidere il primo 45 giri hanno dovuto cambiare perché c’era già una band romana con quel nome, io sono entrato nel gruppo pochi mesi dopo”, racconta Roby Facchinetti, voce, testi e tastiere. “È lui il membro storico!”, dicono Dodi Battaglia (chitarra) e Red Canzian (basso). “Io sono un ospite”, si schermisce Riccardo Fogli,…
MILANO – “Che ne direste di chiamarvi Pooh?”. Se la segretaria della casa discografica Vedette, una ragazza americana di nome Aliki Andris, non avesse avuto questa idea, chissà che nome avrebbe oggi la più longeva band italiana (hanno festeggiato i cinquant’anni di attività nel 2016, oggi sono 57).
La primissima formazione dei Pooh: Valerio Negrini (batteria), Mauro Bertoli (chitarra), Mario Goretti (chitarra), Gilberto Fagioli (basso) e Bob Gillot (tastiere)
“All’inizio si chiamavano Jaguars ma quando nel 1966 sono entrati in studio per incidere il primo 45 giri hanno dovuto cambiare perché c’era già una band romana con quel nome, io sono entrato nel gruppo pochi mesi dopo”, racconta Roby Facchinetti, voce, testi e tastiere. “È lui il membro storico!”, dicono Dodi Battaglia (chitarra) e Red Canzian (basso). “Io sono un ospite”, si schermisce Riccardo Fogli, voce e basso dal 1966 al 1973, ritornato definitivamente nella band dal 2023. Nel 2020 è venuto purtroppo a mancare il batterista Stefano D’Orazio, il batterista e molto altro, entrato nei Pooh nel 1971 in seguito all’uscita di Valerio Negrini, che avrebbe continuato non più come musicista ma solo come autore di testi restando noto come ‘il quinto Pooh’. Anche lui è scomparso nel 2013.
I Pooh in versione beat negli anni 60
“Siamo quattro persone tutte di città diverse”, spiega Dodi, “io sono quello dei Pooh a Bologna, Roby a Bergamo, Red lo è a Treviso e Stefano lo era a Roma: questo è uno dei motivi della nostra forza, anche musicalmente parlando”. Siamo in una delle più antiche trattorie ai margini di Milano, una cascina vecchio stile con un ampio giardino e alti soffitti da anni luogo di ritrovo per i Pooh quando vogliono rilassarsi o, come in questo caso, fare interviste lontano da occhi indiscreti.
Qui sono come a casa (il loro studio è vicino) e appaiono in formissima, vestiti con semplici t-shirt (Roby e Red), camicia floreale (Dodi) e all-black (Riccardo Fogli). Incontrarli fa una certa impressione perché ci si trova di fronte a un pezzo di storia italiana. Ma la cosa più divertente è che, messi insieme a raccontare la loro, di storia, è come se ritornassero ragazzi: lazzi, punzecchiature e dispute, senza le risposte stereotipate che una concezione di ‘protezione’ costruita intorno a molti musicisti di oggi finisce per renderli tutti uguali e senz’anima. Qui l’anima c’è e anche il talento. Ma torniamo all’inizio.
I Pooh oggi: Riccardo Fogli, Red Canzian, Roby Facchinetti e Dodi Battaglia
Ma perché Pooh? Cosa significava?
Roby Facchinetti: “Secondo Aliki i bambini anglosassoni adoravano Winnie the Pooh, un orsetto giallo protagonista di una favola dello scrittore inglese Alan Milne. Ci hanno pensato a lungo insieme al maestro Armando Sciascia, violinista straordinario e creatore della Vedette, e alla fine hanno scelto questo nome; è stata una scelta straordinaria, perché a tutt’oggi non è invecchiato anche se all’inizio abbiamo avuto dei problemi enormi. Far pronunciare agli italiani la parola Pooh non era semplice: per bene che ti andava era Pucca, Pocchi, se non addirittura Pus o, peggio ancora, Puh, tipo sputo (ride, ndr). Poi, a poco a poco, hanno cominciato a pronunciarlo bene”.
Che anni erano?
Ro. Fa.: “Noi siamo nati nel ’66, il periodo della grande rivoluzione musicale che ha cambiato il mondo e la vita di tutti. Sono state proprio le band a creare le nuove caratteristiche della musica pop: i Beatles, gli Stones, gli Zeppelin, i Pink Floyd hanno proposto un modo diverso di vivere la musica ma anche la vita. I giovani, fino ad allora rimanevano in famiglia fino a 25 anni, dovevano fare tutto quello che i genitori dicevano e tu dovevi stare zitto. Così hanno trovato un nuovo modo per esprimersi. Siamo capitati fortunatamente a vivere quel momento irripetibile, una vera rivoluzione. E noi sognavamo di fare quel mestiere”.
Come ci siete riusciti? Non è facile oggi, figuriamoci allora.
Dodi Battaglia: “Io vengo da una famiglia di musicisti per cui è stato più facile, ma credo che ci voglia un po’ di talento, un po’ di fortuna, molta caparbietà”.
Ro. Fa.: “Io devo ringraziare un nonno che non ho avuto la fortuna di conoscere perché è morto un mese dopo che sono nato. Era molto religioso e dirigeva un coro sinfonico ogni domenica in chiesa, scrisse anche una messa cantata. E poi mia madre amava la musica in modo incredibile e ascoltava tutti i giorni musica classica e musica operistica. Ho scoperto la magia della musica da piccolissimo perché mi faceva emozionare. Avevo tradotto questa cosa dicendo: ‘Ma la musica allora mi vuole bene!’. A quattro anni mi regalarono un’armonica, a sei anni feci la prima lezione di solfeggio e poi la fisarmonica, il piano, e a 11 anni ho scritto il mio primo brano. Poi, più grande, ho iniziato a suonare in una serie di gruppi finché una sera allo Sporting Club di Bologna vidi i Pooh, che erano l’attrazione della serata e avevano fatto il loro primo disco. Lì mi chiesero se volevo suonare con loro”.
I Pooh oggi, Amici per sempre per una serie di concerti: 6 luglio – Milano – Stadio San Siro, 15 luglio – Roma – Stadio olimpico., 16 luglio – Taormina – Teatro Antico., 17 luglio – Taormina – Teatro Antico., 19 settembre – Agrigento – Teatro Valle dei Templi., 21 settembre – Napoli – Arena Flegrea.
Red Canzian: “A quell'età non pensi a cosa farai da grande. Non pensi al fatto di dover mantenere una famiglia con la musica, almeno io non lo pensavo. Io pensavo soltanto a quanto mi piaceva fare quello che stavo iniziando a fare, a quanto mi affascinava quel mondo, fatto di questi cantanti. La prima visione è stata Elvis Presley e poi è diventata Beatles. Volevo una chitarra e alla fine mio papà me l’ha regalata. Non certo quella che sognavo io, rossa, elettrica, bella, ma una chitarra acustica, che però ha comunque fatto il suo dovere. A casa mia si cantava, perché papà amava molto l'opera e mia mamma invece comprava i libricini con i testi di Sanremo. Un giorno un bassista di Treviso, oggi avvocato, mi ha chiesto di andare a fare la stagione a Jesolo: lì si suonava tutte le sere, da giugno a settembre, e così scoprii che era bellissimo stare insieme e suonare. Il secondo anno invece c'è stato l'incontro con Franco Battiato, il primo disco a Londra, i Capsicum Red, un gruppo prog stimato da quel mondo. E poi sono arrivati loro, inaspettatamente, perché suonavo la chitarra, facevo un altro genere e quindi non c'era nulla che potesse farlo presagire. Invece è stato un incontro miracoloso, di quelli che ti accorgi che la vita ha deciso per te”.
Riccardo Fogli: “In casa mia invece non sapevano cosa fosse il pianoforte ma sono cresciuto con mia mamma che cantava, mentre faceva la maglia ascoltando la radio. A scuola però quando si cantava venivo messo in prima fila anche se ero figlio di metalmeccanici, predestinato metalmeccanico. Di solito i figli dei poveri stavano in terza, in quarta fila; in prima c'erano quelli più bellini, vestiti meglio, col fiocchettino, i figli dei medici, dei professionisti. Alle medie c'era una professoressa di cui ero decisamente innamorato, una donna bellissima: ‘Riccardino. mi fai 4 misure di 4/4?’, mi diceva. Per me era facilissimo, per gli altri no. Poi entrai in Piaggio, diventai metalmeccanico e lì facevo il postino dentro la fabbrica e fischiettavo e canticchiavo finché un giorno mi fermò un signore: ‘Riccardino ma se ti piace cantare e suonare devi far la scuola’. ‘Il conservatorio?’. ‘Ma no’. E mi portò in Vespa dal maestro Santarnecchi di Montecalvoli che mi insegnò una decina di canzoni: la domenica andavo a cantare con lui che aveva un'orchestra di fiati. La scintilla è stata lì, poi ho cominciato a suonare il basso, da Pontedera mi sono trasferito a Piombino, dove facevo il gommista. Mi piaceva tanto fare il metalmeccanico, perché c'era una prospettiva futura. Sono sempre stato felice, non mi sono mai preoccupato dello status mio, della mia famiglia. Ci ho fatto anche un libro/cd che si intitola appunto Predestinato (Metalmeccanico) e sono contento di aver fatto quel mestiere perché le 20mila lire che portavo a casa facevano la differenza. Poi al Piper di Milano ho incontrato i Pooh”.
Perché sei uscito dal gruppo?
R. F.: “Per dei motivi che non racconto (ride, ndr).
D. B.: “Li racconto io”.
R. F.: “Ti prego fratello, abbiamo cento anni: la verità vera o non lo raccontate”.
D. B.: "Verità vera: Riccardo, come è successo a tutti, si è follemente innamorato di Nicoletta (Strambelli, ovvero Patty Pravo, ndr). Innamoratissimi, entrambi”.
R. F.: “Beh, che c’è di strano? Succede”.
D. B.: “Certo! Solo che tu eri sposato, ciccio! (ride), ndr".
Ro. Fa.: “Erano sentimenti veri, solo che noi eravamo troppo giovani per affrontare una cosa così importante e l’abbiamo gestita male: meglio per Red (ride, ndr)”.
R. C.: “Loro sono stati veramente stronzi, con lui, e così lui è andato via e io sono entrato (ride, ndr)”.
R. F.: “Cosa c’era da affrontare a 50 anni di distanza io non l’ho ancora capito, comunque va bene… è andata così”.
A Londra versione hippie negli anni 70
È bellissimo, perché questo è un momento assoluto di realtà. Ritorniamo alla storia. Avete fatto grandi successi come Piccola Katy, Tanta voglia di lei, Pensiero, Noi due nel mondo e nell’anima ma poi è arrivato Parsifal, il capolavoro, uno dei dischi più importanti del rock progressivo.
R. C.: “Io arrivai proprio allora, nel ’73, quando appunto se ne andò Riccardo ed è stato un onore partecipare a quel disco: venivo dal mondo di Battiato e mi sentii subito a casa. Incidere quell'album è stato meraviglioso, anche perché mai avrei sognato di avere un'orchestra sinfonica a disposizione. Per incidere il primo album dei Capsicum Red ci avevo messo una settimana (ride, ndr)”.
D. B.: “Grazie a Parsifal abbiamo spiccato il volo assumendo un’identità unica, grazie anche alle illuminazioni del grande Valerio Negrini, che è quello che ha scritto frasi come ‘Dio delle città e dell’immensità, magari tu ci sei’ o ‘mi dispiace devo andare, il mio posto è là’, frasi che sono rimaste dentro di noi. Così abbiamo iniziato a credere in noi stessi”.
Siete anche stati i primi a fare grandi spettacoli dal vivo.
R. C.: “Abbiamo cominciato portando la gente dalla balera nei teatri, poi nei Palasport, e infine negli stadi con i laser, nel ’78, con le macchine del fumo che abbiamo inventato e costruito a Castel San Pietro con un idraulico, i primi botti...”.
D. B.: “Senza mai smettere la nostra ricerca sotto il profilo timbrico, degli arrangiamenti, della scrittura...”.
Ro. Fa.: “Noi non siamo mai stati di moda. Ma neanche fuori moda”.
Amici per sempre?
Ro. Fa.: “Perché no? Senza il rapporto umano non avremmo mai potuto fare neanche un passo. Non è stato facile. Ci sono state grandi discussioni ma alla fine l’amicizia e la voglia di continuare a sognare hanno vinto”.