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Il libro magico di Sam e Hailey

“Only Revolutions” di Mark Z. Danielewski è la storia di un amore che non rispetta cronologie, modalità di lettura, persino i vocaboli. Tutto è sottosopra. Ma di una bellezza travolgente
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Alla fine degli anni Novanta si andava affermando una nuova generazione di giovani scrittori americani — Powers, Eggers, Antrim, Saunders, Vollmann, Eugenides, Moody, Homes, Wallace, Jackson, … — che veniva guardata con sospetto: si diceva che non avrebbero mai avuto la statura dei loro predecessori ancora viventi — Bellow, Barth, Updike, Roth, DeLillo, Pynchon.

Se si rileggono le recensioni di allora (ancora contavano qualcosa) si percepisce la diffidenza per l’attacco allo sfuggente canone faticosamente conquistato, che in quel caso suonava nella tromba di Harold Bloom. Non era nient’altro che la ciclica e forse salutare diffidenza per una nuova ondata di scrittori, che però presentava caratteristiche di eterogeneità ancora maggiori dei predecessori.

I conti con il postmodernismo da un lato e con Hemingway e Carver dall’altro non erano chiusi, tutt’altro, ma ora, a vent’anni di distanza, si intravede il lascito e forse il segno di quella masnada di scrittori. Tra i più eclettici c…

Alla fine degli anni Novanta si andava affermando una nuova generazione di giovani scrittori americani — Powers, Eggers, Antrim, Saunders, Vollmann, Eugenides, Moody, Homes, Wallace, Jackson, … — che veniva guardata con sospetto: si diceva che non avrebbero mai avuto la statura dei loro predecessori ancora viventi — Bellow, Barth, Updike, Roth, DeLillo, Pynchon.

Se si rileggono le recensioni di allora (ancora contavano qualcosa) si percepisce la diffidenza per l’attacco allo sfuggente canone faticosamente conquistato, che in quel caso suonava nella tromba di Harold Bloom. Non era nient’altro che la ciclica e forse salutare diffidenza per una nuova ondata di scrittori, che però presentava caratteristiche di eterogeneità ancora maggiori dei predecessori.

I conti con il postmodernismo da un lato e con Hemingway e Carver dall’altro non erano chiusi, tutt’altro, ma ora, a vent’anni di distanza, si intravede il lascito e forse il segno di quella masnada di scrittori. Tra i più eclettici c’era Mark Z. Danielewski. Del suo romanzo d’esordio, Casa di foglie, uscito nel 2000, ho parlato su queste pagine e tanto altro si è detto in giro, anche perché — gran merito — il libro continua a propagarsi presso un pubblico davvero frammisto (letterati, hipster, tech, fan di horror e di romanzi game).

Only Revolutions esce nel 2006 e presenta tutte le caratteristiche del secondo libro dopo un esordio di successo: la voglia di discostarvisi radicalmente e quella di stupire ancora di più. Si tratta di una storia d’amore on the road (Bonnie e Clyde, Thelma e Louise, Lolita) con in filigrana la perdita dell’innocenza dell’America, lo sfaldarsi di un mondo alla mercé della convenienza.

La fabula è scarna: Sam e Hailey hanno sedici anni, sono belli e dannati, e ghiotti di miele; si incontrano, si innamorano — seppure con diseguale grado di coinvolgimento –, si mettono in viaggio insieme cambiando per magia un numero impressionante di macchine (DeSoto Six, Plymouth Pg, Studebaker Commander), si accoppiano in molti e fantasiosi modi, si imbattono in animali e piante strani e feraci. Vagabondi e beatnik, Sam e Hailey avranno sedici anni per sempre nel loro peregrinare mitico e allegorico lungo duecento anni di storia americana. Vedono e vivono le cose in modo diverso; sono insieme ma non lo sono perché quando, per esempio, il 20 settembre 1931, Sam è solo, «confustipato» e corre «frenetiscosso» per precipitare nell’immobilità (si sentono ancora gli effetti del Grande Crollo), Hailey, 5 dicembre 1995, è «confuribonda» e «fremebonda», vede Sam scappare perché — poveri sedicenni — hanno negato loro di sposarsi. Utopicamente si incontrano a metà del libro, pagina 180 per entrambi, nel 1943 per Sam, nel 1984 per Hailey, «—Tutti sognano il Sogno / ma NOI lo siamo», e non è solo furore di coincidenze. Ma per apprezzare l’entità dell’impresa si deve entrare nella forma tipografica o, meglio, topografica del libro. Innanzitutto è bifronte, un personaggio per lato. Partiamo controintuitivamente da Hailey (entrando dalla quarta di copertina), tanto è lo stesso: la pagina si presenta quadripartita: la parte di Hailey domina con verticalità frastagliata, c’è una colonnina nel margine sinistro con una lista cronologica di avvenimenti maggiori e minori di quel dato giorno; poi la parte di Sam, specchiata contraria, colonnina cronologica compresa, in modo che il foglio venga diviso da una linea orizzontale mobile.

Ma, dicevo, si può leggere il libro dal lato opposto (copertina): le storie affacciate si inseguono creando corrispondenze stranianti, ma è solo un altro dei giri possibili, e anche un altro tempo perché se la storia di Sam inizia il 22 novembre 1863 (abolizione della schiavitù), quella di Hailey termina il 19 gennaio 2063 (in un mondo petulante «tutto da perdere»), anche se dal 18 gennaio 2006 non ci sono indicazioni di fatti storici.

L’editore suggerisce di leggere otto pagine di Sam per poi girare il libro e leggerne otto di Hailey, ma si può benissimo procedere secondo il proprio istinto. Qualunque sia la scelta si vive un continuo moto di avvicinamento e allontanamento, e il lettore ha la sensazione di diventare parte della storia alla cloche di un videogioco.

Sam e Hailey girano come pianeti attorno ai fuochi della narrazione, le parole si sgranano sulla pagina con lettere di tutte le fogge che s’accoppiano in un labirinto di specchi. Ci sono 360 pagine perché sono 360 i gradi di un giro completo (una rivoluzione), 180+180 le parole per pagina, e perfino i numeri di pagina non stanno fermi; ci sono regole di colore: tutte le o di Sam sono in pantone verde, quelle di Hailey in oro, certi personaggi (il Verme, per esempio) hanno una cromia dedicata. Danielewski recupera il coraggio del Finnegans Wake: la prosa è franta, sfuggente, polisemica, e incede con il passo del poema epico (Ariosto, Whitman, Ginzberg): ci sono rime baciate e interne, assonanze, allitterazioni, onomatopee, maiuscoli, maiuscoletti, corsivi d’enfasi, calembour, neologismi e regole assurde a ogni angolo. La parola «paura» diventa «puura», «andare» diventa «andire». Un plauso al traduttore.

Quando monta la tensione è l’elegia a dominare: «—L’amore è tutto / — Libertà, obietta poi Quello Brutto. / — Amore e Libertà sono tutt’uno. / — E Matrimonio? Là dove l’Amore, accettando la fine della Libertà, / garantisce il Suo disfacimento», ma è un’elegia che si sprigiona da una chitarra distorta; come riff, le frasi rombano nel lettore, risalgono le vertigini del tempo. «Perché siamo felici in movimento, / CI godiamo il Mondo liberi / di divertirCI. / Godiamo. Siamo ciò che tutti / non riescono assolutamente a distruggere» (in inglese quel «CI» è «US», «United States»).

Il lettore poco avvertito potrebbe venire sopraffatto dal doppio — anzi quadruplo — gorgo di voci e non essere avvinto dal girare il libro, poco male, qualunque sia il suo viaggio troverà un crocicchio di storie e voci in un tempo malleabile e arcano. «Tutti adorano il Sogno ma io lo uccido. / Vogliono tutti il Sogno ma noi lo offriamo / Vogliono tutti il Sogno ma chi se ne cura?». Non è facile entrare nel libro, ma è altrettanto difficile venirne fuori.

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