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Joséphine Baker. Venere nera

Joséphine Baker ritratta in una caricatura del 1929
 

 
Le sue leggendarie rotondità, il charleston portato in Francia. Ma anche gli episodi di razzismo, i servizi segreti, le tournée trionfali. Una vita incredibile raccontata dalla grande artista
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Oggigiorno, dice Joséphine Baker nelle sue memorie, non si muovono più il naso, le orecchie e le dita dei piedi, nessuno osa più ridere, piangere, fare le smorfie. Solo occhiate convenzionali, una «immobilità spaventosa». Quando guarda gli spettatori, Joséphine si dice: ecco il tuo ruolo, smuovere quei visi tristi. Ha cominciato così, infilando i pollici nelle orecchie e incrociando gli occhi; il ballo, per la Venere nera, è un istinto di snodo futurista, cubista. Allegro, selvatico, certo. Ma le sue leggendarie rotondità nere e vellutate – il sedere che ride (Simenon dixit), i seni liberi, le ginocchia piegate, la palla di gelatina nera dei capelli, le braccia usate come gambe e poi, insieme, come quattro zampe – Joséphine Baker le piega tutte a squadro, e salta; il charleston che importa a Parigi è «l’epilessia americana».

Nelle memorie, che rilascia, nel corso di vent’anni, al giornalista e scrittore Marcel Sauvage, La mia vita (tradotta da Mimosa Martini per EDT) ha un programma…

Oggigiorno, dice Joséphine Baker nelle sue memorie, non si muovono più il naso, le orecchie e le dita dei piedi, nessuno osa più ridere, piangere, fare le smorfie. Solo occhiate convenzionali, una «immobilità spaventosa». Quando guarda gli spettatori, Joséphine si dice: ecco il tuo ruolo, smuovere quei visi tristi. Ha cominciato così, infilando i pollici nelle orecchie e incrociando gli occhi; il ballo, per la Venere nera, è un istinto di snodo futurista, cubista. Allegro, selvatico, certo. Ma le sue leggendarie rotondità nere e vellutate – il sedere che ride (Simenon dixit), i seni liberi, le ginocchia piegate, la palla di gelatina nera dei capelli, le braccia usate come gambe e poi, insieme, come quattro zampe – Joséphine Baker le piega tutte a squadro, e salta; il charleston che importa a Parigi è «l’epilessia americana».

Nelle memorie, che rilascia, nel corso di vent’anni, al giornalista e scrittore Marcel Sauvage, La mia vita (tradotta da Mimosa Martini per EDT) ha un programma: «Solo cose divertenti». Ma poi, negli anni, Joséphine lo guida senza parere, con una finezza spaventosa perché inavvertibile, a arricchire e modificare la propria leggenda. Ricalca e ribadisce l’immagine voluttuosa, scandalosa, irrefrenabile della “Nefertiti di oggi”, come la definiva Picasso. Ma tra tante piume e paillettes, a emergere è il suo impegno. Per gli animali, le donne, per costumi liberi, e per la causa nera, ovviamente. Al cinema ho imparato cos’è un negro, ride. «Un negro qui!» gridava il regista di culto, Marc Allégret: «Avvicinatemi il negro! Mandate via il negro!» (è la lavagna su cui si scrivevano le battute) – sperava Joséphine di creare un’impresa cinematografica per gli artisti di colore francesi, la Noir-Film (non se ne fece nulla). A New York però, nel dopoguerra, viene mandata via (“sorry, very sorry”) da dodici alberghi. Alcuni amici (vedettes nere, come Lena Horn) chiamano il sindaco di New York; allora all’hotel la tengono, ma quando col marito ordina la cena in camera, la portano senza posate e senza tovaglioli; i letti non vengono rifatti e il telefono non funziona. È il dopoguerra: pensare che è stata arruolata nei servizi segreti della Francia Libera, capitano militare, decorata con la medaglia della Resistenza e la Legione d’onore da Charles de Gaulle.

Era andata così: Jacques Abtey, il capo del controspionaggio militare, nel 1940 la incontra: sarebbe una perfetta copertura per i suoi agenti. Joséphine arriva nella sua Packard bianca decappottabile: «Guidava quel bolide a tutto gas stringendo saldamente il volante a braccia tese e rigide ma con la testa rivolta verso di me, senza guardare la strada”, raccontò Abtey, che le trova poca «ponderazione», ma molta intelligenza. Lei pensa che sia «il minimo, servire il Paese che ha fatto di lei quella che è, mettendo da parte tutti i pregiudizi». Infermiera dei rifugiati prima, poi informatrice, con messaggi segreti “come bigodini” spillati negli abiti; e l’orchestra, tutta di agenti. Nei ricevimenti, raccoglierà informazioni, sull’Italia soprattutto: entrerà in guerra o no? E le tournée: in Spagna, Portogallo, Brasile, e, quando da Londra chiedono di creare nuove reti di collegamento, tanta Africa. Joséphine s’imbarca verso Casablanca «in tutta semplicità» (così sorride Gaia de Beaumont nella recente, ricca biografia della Baker, Scandalosamente felice: ventotto bauli, i macachi, i topi bianchi, i criceti, i gatti, i due pechinesi, Bigoudi e Point d’Interrogation, e l’alano bianco Bonzo).

Marrakesh, Fez, Algeri, Bengasi, Il Cairo, Haifa e Damasco, sulle piste minate, tra carcasse d’aerei abbattuti, automobili bruciate, campi di battaglia, in una piccola Jeep, «con i cavalieri della Francia libera». “Balek, balek, chiedevano il passaggio gli asinai che trotterellavano accanto alla bestia carica. Allah y dji, Allah ti darà - «non si ha idea di cosa sia la povertà finché non si conoscono gli islamici poveri». I banchi di macellai neri di mosche, barbieri coi vassoi di rame, odore di fritto; le lame per i salassi nella Piazza Jamaa el Fna, dei Trapassati cioè - vi esponevano le teste dei ribelli. Quattro anni in Africa, quasi due in clinica, malata (anche quella sua stanza un centro di informazioni); la febbre a 40 quando gli Americani entrano in guerra; quando sbarcano, e ci sono bombardamenti, di corsa nel giardino dell’ospedale.

Insomma, rifiutare lei, che ha combattuto il nazismo per quelle idee sulla razza. Lei che il 3 gennaio del ’45 ha chiuso il galà offerto dagli Alleati ai quattro generali, inglese, francese, russo e americano, nel Palazzo di Giustizia di Berlino, tra ratti e macerie - e poi per i soldati spettacoli ogni due ore, dalle dieci di mattina alle undici di sera; i commilitoni portavano chili di attestazioni di arianesimo trovati nel Reichstag distrutto. Lei che è stata ricevuta con onore a Sigmaringen, prima donna di colore tra quei marmi degli Hohenzollern. A Algeri, sul palco d’onore, era accanto a madame de Gaulle. Tutto è spumeggiante; compaiono Ali Khan con Rita Hayworth, Farouk, Colette, Pirandello, il papa, le Folies Bergères, e Saint Louis, dove bambina ballava per riscaldarsi. Però nel 2021, è entrata nel tempio francese del Pantheon; lo ricorda emozionato, nell’introduzione, Jean-Claude Bouillon, un figlio adottivo, il quinto: erano dodici.

Joséphine Baker, La mia vita (EDT, traduzione di Mimosa Martini, pagg. 272, euro 22)

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