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Le mostre: Joan Miró, siamo fatti di sogni

Joan Miró

 
Politico e poetico, nascondeva la verità nei suoi simboli. A quarant’anni dalla morte l’artista catalano è omaggiato da una mostra al Museo Archeologico di Aosta
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E’ un Joan Miró inaspettato quello che viene fuori dalla mostra al Museo Archeologico di Aosta Joan Miró. È quando sogno che vedo chiaro (fino al 1° ottobre). Un omaggio a quarant’anni dalla sua scomparsa (1893-1983), che lo rivela artista innamorato della poesia, ecologista ante litteram e attivista politico, liberandolo dallo stereotipo dell’autore surrealista. «Tutti pensano di conoscere Miró, ma la maggior parte delle mostre banalizza la sua opera, mostrandolo come un artista leggero e infantile. Bisogna guardare dietro i simboli, capire quanto fosse rivoluzionario e impegnato nei problemi politici e sociali della sua epoca» chiarisce il nipote Joan Punyet Miró in una delle interviste in mostra.

Si incontrano poi le testimonianze della fotografa Colita, che lo immortalò in momenti emblematici, come quando l’artista realizzò un intervento pittorico sulla facciata del Collegio degli Architetti della Catalogna a Barcellona, in un’inconsapevole performance di street art, e del regist…

E’ un Joan Miró inaspettato quello che viene fuori dalla mostra al Museo Archeologico di Aosta Joan Miró. È quando sogno che vedo chiaro (fino al 1° ottobre). Un omaggio a quarant’anni dalla sua scomparsa (1893-1983), che lo rivela artista innamorato della poesia, ecologista ante litteram e attivista politico, liberandolo dallo stereotipo dell’autore surrealista. «Tutti pensano di conoscere Miró, ma la maggior parte delle mostre banalizza la sua opera, mostrandolo come un artista leggero e infantile. Bisogna guardare dietro i simboli, capire quanto fosse rivoluzionario e impegnato nei problemi politici e sociali della sua epoca» chiarisce il nipote Joan Punyet Miró in una delle interviste in mostra.

Si incontrano poi le testimonianze della fotografa Colita, che lo immortalò in momenti emblematici, come quando l’artista realizzò un intervento pittorico sulla facciata del Collegio degli Architetti della Catalogna a Barcellona, in un’inconsapevole performance di street art, e del regista Joan Baixa, con cui Miró diede vita allo spettacolo Mori el Merma nel 1978, ispirato al testo Ubu Roi di Alfred Jarry. Un lavoro collettivo che produsse maschere e costumi (per la prima volta qui presentati al pubblico) per irridere ogni forma di tirannia, in una metafora del dittatore Franco. La mostra, curata da Pep Camps Codina e da Josep Massot, suo massimo esperto internazionale, introduce subito il tema della natura, che Miró vedeva come un sistema dove tutte le forme viventi sono connesse e condividono un destino comune, in una visione attualissima.

Un eco-ambiente delicato, la cui difesa sentiva come necessità urgente e collettiva, per arginare quella devastazione irreparabile di cui era testimone nella sua Maiorca, l’isola dove era nata sua madre e dove andò a vivere nel 1956, che in trent’anni vide stravolta dal turismo. «L’opera di Miró ci ricorda che il futuro dell’umanità dipenderà dal modo con cui includeremo la natura e la dimensione etica nel progetto di progresso tecnologico» commenta Massot. Una sensibilità che lo portò a scegliere pratiche di vita sostenibili, per esempio nella sostituzione della tela con materiali di riciclo come tavole e cartoni. E proprio nella natura collocava spesso le sue opere, una plasticità potente che guardava anche all’arte romanica, con un’idea di creatività senza tempo e cosmica, alla ricerca della grande armonia. Ingrandimenti fotografici aprono lo spazio del museo su giardini e spiagge dove appaiono installazioni totemiche dell’artista catalano, mentre una serie di opere racconta come foglie, rami, ossa animali e spine diventassero materiali artistici, inseriti direttamente nel corpo dei lavori o impressi su carta e ceramica. Altra tematica centrale era la sua attenzione per l’uomo, la comunità intesa come luogo di pratica etica e umana, l’impegno civile e politico come una missione, a partire dalle opere pubbliche.

Nel Padiglione della Spagna all’Exposition Internationale di Parigi del 1937, Picasso presentò Guernica e Miró il suo contadino catalano in rivolta, radicato nella terra come un albero, una mano verso il cielo e nell’altra una falce, un murale enorme che andò poi perso. Una pittura dal segno semplice ed essenziale, che corre libero e leggero sulla superficie, in un equilibrio perfetto tra linea, colore e figure, ispirato anche allo spiritualismo orientale. Un alfabeto vitale ed empatico di simboli magici, che si elaborò nel tempo, mai del tutto astratto per non perdere il contatto con il pubblico, per evocare l’arte primitiva, risalendo alle origini del linguaggio e della pittura, alla matrice, come diceva Klee. Una scrittura personale che sembra danzare ancora oggi e che guardava anche alla calligrafia e alla musica. Alla poesia, come nei dialoghi sinestetici che si creano tra immagine e parola nei libri d’artista che costituiscono un nucleo prezioso della mostra. Con Lise Hirz, una delle tante scrittrici surrealiste eclissate dalla storia ufficiale, nel 1928 realizzò C’était une petite pipe, il primo libro illustrato, a cui ne seguirono altri con Tristan Tzara, Paul Éluard e Jacques Prévert. A Robert Desnos, invece, è dedicato il libro Les pénalités de l’Enfer ou Les Nouvelles-Hébrides, 1974, un omaggio all’amico e poeta morto in un campo di concentramento. Vibrano ancora i 14 acquerelli su carta velina della serie Tracé sur l’eau, 1963, in cui l’artista ritrae una galleria sugli stati mutevoli, e possibili, della superficie del mare, dove sembra si rifletta la condizione dell’anima, del sogno che connette con le radici della vita. D’altronde, è quando sogno che vedo chiaro, sono sue parole.

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