Meridiano di sangue
di Susanna NirensteinL'opera.Ten-sqúat-a-way, The Open Door, Known as The Prophet, Brother of Tecumseh, 1830, olio su tela di George Catlin (American Art Museum, Smithsonian Institute)
Alle prime righe è già chiaro: siamo nel Far West, cuore dell’epoca leggendaria alle fondamenta dell’identità americana; non importa il luogo specifico, il tempo specifico, perché la scena è uno stato mentale, basta quel che abbiamo davanti: un orso scende dalla montagna innevata e uccide con un’unica zampata un cavallo legato accanto a una capanna, un uomo affamato perso per le montagne, con al fianco un mastino pericoloso che non ha un nome, segue a ritroso le tracce della bestia lungo un passo sulle Crazy Jack Mountains e ne trova la tana con il suo cucciolo subito sventrato e mangiato per poi dirigersi alla capanna dove, dopo pochi secondi, ammazza un tipo riottoso ad offrirgli rifugio e si ritrova a spartire un po’ di calore, pochissimo cibo, con Della, donna mezzosangue dagli occhi neri ormai sul punto di partorire. Intorno le tenebre del buio, e l’immensità della natura nemica e intonsa.
Il set è questo. Anzi no, per essere un buon western manca l’inseguimento, gli inseguiment…
Alle prime righe è già chiaro: siamo nel Far West, cuore dell’epoca leggendaria alle fondamenta dell’identità americana; non importa il luogo specifico, il tempo specifico, perché la scena è uno stato mentale, basta quel che abbiamo davanti: un orso scende dalla montagna innevata e uccide con un’unica zampata un cavallo legato accanto a una capanna, un uomo affamato perso per le montagne, con al fianco un mastino pericoloso che non ha un nome, segue a ritroso le tracce della bestia lungo un passo sulle Crazy Jack Mountains e ne trova la tana con il suo cucciolo subito sventrato e mangiato per poi dirigersi alla capanna dove, dopo pochi secondi, ammazza un tipo riottoso ad offrirgli rifugio e si ritrova a spartire un po’ di calore, pochissimo cibo, con Della, donna mezzosangue dagli occhi neri ormai sul punto di partorire. Intorno le tenebre del buio, e l’immensità della natura nemica e intonsa.
Il set è questo. Anzi no, per essere un buon western manca l’inseguimento, gli inseguimenti, che invece, con la loro suspense, brutalità, i loro colpi di scena, sparatorie, accoltellamenti o peggio, sono al centro de Il sangue non basta, dell’americano nato in Kentucky Alex Taylor alla sua seconda prova letteraria dopo l’acclamato Il giardino di marmo (ambedue Edizioni Clichy), di cui si avvertono anche in quest’ultima prova il linguaggio estremo, a tratti duro e primordiale, altri iconico e poetico, carico della melodia che il paesaggio esprime, e dei temi della tragedia greca e shakespeariana (molti l’hanno paragonato allo splendido e inflazionato McCarthy, ma perché non a Paul Lynch allora), dove l’azione dal forte impatto cinematografico è cruda, incalzante, disperante, come una fuga senza fine qual è, e gli uomini, e le donne, sono sporchi, violenti, affamati, infreddoliti, pronti alle peggiori infamie pur di sopravvivere.
È l’inverno 1748, West Virginia, territorio Shawnee. Per farsi accettare dalla tribù vicina, i coloni hanno accettato di consegnare tre bambini al loro capo Dente Nero che sembra volerli sacrificare in nome della salvezza del suo popolo su cui sente incombere la fine. Nell’attesa del riscatto ha tagliato le vie d’accesso alla colonia bianca. Le madri dei bimbi, tutte prostitute, sono state tirate a sorte: due neonati sono già stati consegnati, il terzo è quello nel ventre di Della, che però è fuggita e ora è nel capanno con Reathel, un agricoltore inconsolabile alla deriva in cerca di sé a cui da poco sono morti la giovane moglie e il figlio. Fuori l’orso continua a sbranare il cavallo. Ma non è solo quello il pericolo.
Se i due, tra pochi monosillabi, paiono per ora sopravvivere al freddo, alla fame, al parto di una bambina immersa in fiotti di sangue a cui Reathel non sa tanto collaborare, all’orso che minaccia ancora di distruggere il rifugio finché non gli lanciano il corpo dell’uomo ucciso all’inizio, nell’insediamento di Bannock il dottor Ingener, capo del forte, intellettuale privo di ogni remora, paga i due fratelli senza legge Autry per ritrovare la donna e la neonata, riportarli e consegnarli a Dente Nero: uno, Elijah, è un oppiomane perso ma ha avuto dei trascorsi con Della per cui nutre ancora qualche trasporto, l’altro Bertram, con i suoi sei coltelli affilatissimi infilati nella cintura e il suo occhio di osso di balena è feroce e senza scrupoli (due personaggi che fanno venire in mente i fratelli Sister di Patrick DeWitt).
Ancora fame. Reathel e Della cercano scampo dal francese Simon Cheese che ha accumulato rifornimenti d’ogni genere in una caverna, un delinquente sadico e perverso, la cui moglie sta facendo una fine innominabile: impossibile uscirne indenni, i protagonisti sono tutti messi all’angolo, si feriscono, si uccidono tra di loro, finiscono su dirupi scoscesi dove il ghiaccio e il gelo fanno crollare muli e cavalli, assediano gli umani mentre la bambina di pochi giorni passa di mano in mano e tutti si aspettano che muoia. Spari, coltelli, scalpi, scuoiamenti, cannibalismo, non c’è tregua a questa epopea sanguinosa dove la neve è sempre più macchiata di rosso acceso. Man mano i personaggi si definiscono, e se questa è una battaglia tra il bene e il male come western comanda e come ci piace che sia da oltre un secolo in qua, facciamo fatica a eleggere i nostri eroi, per quanto Reathel mostri una certa sensibilità e Della, beh lei ha una bimba attaccata al seno, non possiamo non salvarla.
Ora anche il dottor Ingener e il sacrestano di Bannock si fanno una guerra crudele mentre le scorte del paese finiscono e non è ancora niente, finché Dente Nero chiama gli Shawnee alla battaglia e fiottano sulle pagine epiche riuscitissime, filmiche fino in fondo quando un branco di lupi sembra stia per mettere la parola fine al mattatoio. E noi ci convinciamo ancor di più che il western è un genere immortale per quanto ci mette di fronte all’estremità dell’essere umano e della natura: Taylor ha saputo indossarlo con incandescenza e poesia radicale.