Il fotografo Mimmo Jodice: “Ecco perché ritorno a Gibellina”
di Lucio LucaL'artista Joseph Beuys tra i ruderi di Gibellina in una foto di Mimmo Jodice
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 la terra sembrò spaccarsi a metà nel Belice, a cavallo tra le province di Trapani e Agrigento. Morirono in tanti, quasi trecento persone, decine di migliaia persero la casa, il lavoro, i ricordi.
Gibellina, l’epicentro del sisma, venne rasa al suolo e dalle sue ceneri nacque una new town piena di installazioni e opere d’arte grazie al genio del suo sindaco, Ludovico Corrao, avvocato e deputato della Sinistra indipendente, che volle legare la rinascita alla cultura.
I lavori di ricostruzione si conclusero nel giro di un decennio e proprio dal 1980 al 1982 a Gibellina nuova andò più volte il fotografo napoletano Mimmo Jodice accompagnato dal grande artista tedesco Joseph Beuys, incuriosito dalla trasformazione di quell’area così desolata in un museo all’aria aperta.
«Joseph Beuys vide le fotografie dei ruderi di Gibellina nel mio studio – racconta il fotografo napoletano – ne restò colpito e mi chiese di andarci. Partimmo in nave, quella no…
Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 la terra sembrò spaccarsi a metà nel Belice, a cavallo tra le province di Trapani e Agrigento. Morirono in tanti, quasi trecento persone, decine di migliaia persero la casa, il lavoro, i ricordi.
Gibellina, l’epicentro del sisma, venne rasa al suolo e dalle sue ceneri nacque una new town piena di installazioni e opere d’arte grazie al genio del suo sindaco, Ludovico Corrao, avvocato e deputato della Sinistra indipendente, che volle legare la rinascita alla cultura.
I lavori di ricostruzione si conclusero nel giro di un decennio e proprio dal 1980 al 1982 a Gibellina nuova andò più volte il fotografo napoletano Mimmo Jodice accompagnato dal grande artista tedesco Joseph Beuys, incuriosito dalla trasformazione di quell’area così desolata in un museo all’aria aperta.
«Joseph Beuys vide le fotografie dei ruderi di Gibellina nel mio studio – racconta il fotografo napoletano – ne restò colpito e mi chiese di andarci. Partimmo in nave, quella notte stessa. Il sindaco Corrao ci venne a prendere a Palermo e ci lasciò nel Paese abbandonato. Restammo lì, soli: io, Beuys e le macerie. I suoi occhi azzurri vagavano tra le pietre, si chinava per raccogliere frammenti, prendeva appunti. Per tutto il giorno restò muto. E io rispettai quel silenzio».
A Gibellina Mimmo Jodice si trova di fronte a una città pensata a tavolino ma ancora disabitata. Un vuoto armonico perfetto nel quale il fotografo introduce sapientemente i primi timidi segni dell’arrivo dell’uomo. Ritrae un attimo di sospensione, unico e irripetibile. Adesso quegli scatti tornano proprio nel Belice e saranno esposti in una delle tante mostre di Gibellina Photoroad.
Jodice, lei arriva a Gibellina in un anno magnifico e terribile allo stesso tempo per lei.
«È vero, era il 1980 e avevo appena pubblicato il volume Vedute di Napoli dove mostravo la mia città con uno sguardo completamente nuovo e lontano dagli stereotipi che da sempre l’accompagnano. Questa ricerca di una nuova visione, di una archeologia futura dechirichiana sulla città, mi accompagnerà poi per sempre. Ma fu un momento devastante perché quell’anno ci fu il terremoto anche in Campania, la mia famiglia perse la casa. Quindi ritrovavo in questa terra del Belice tutte le ferite che avevo vissuto anch’io».
Le sue fotografie testimoniano l’attimo in cui l’utopia di una città ideale si trasfigura in realtà con l’arrivo delle persone. Ha voluto raccontarci con le immagini il cambiamento di un paesaggio?
«Ho voluto rappresentare il vuoto della città nuova, una ghost town. Nessun rapporto con la città a monte dove sentivi ancora la presenza antropologica di un luogo ora inesistente. Le nuove baracche, le porte aperte su interni neri, le finestre che danno su un panorama ancora inesistente, una dimensione sconosciuta per me e tutta da comprendere».
È tornato anche negli anni successivi. Quasi come se volesse testimoniare un “laboratorio in movimento”.
«Il rapporto con Ludovico Corrao e Gibellina era diventato molto forte, il suo vedere oltre, era per me intrigante. La ricostruzione andava avanti veloce ed il rapporto fra le rovine della vecchia città, le baracche fatiscenti costruite per ospitare la popolazione e la nuova città era certamente per me fonte di grande ispirazione. Il sindaco riusciva a entusiasmare scrittori, artisti, scultori trascinati dalla sua visione».
A Gibellina poi lei ha accompagnato Joseph Beuys. Ci racconta quel viaggio?
«Amavo molto il lavoro di Joseph Beuys e tra noi c’era una bella amicizia. Quando era a Napoli lo invitavo spesso a casa oppure allo studio. Una sera stava guardando i provini del mio ultimo viaggio a Gibellina e rimase molto colpito dalle mie foto e dal disastro del terremoto che avevo fotografato. Mi chiese di accompagnarlo in Sicilia e così facemmo insieme questo viaggio emozionante. Io sono una persona schiva e di poche parole, chi mi conosce lo sa. Beuys, se possibile, era ancor più silenzioso e meditativo di me. Quindi non posso dire che sia stato il viaggio di una coppia chiacchierona. A Gibellina Joseph camminava quasi con delicatezza tra i ruderi, si fermava, raccoglieva una piccola pietra, la osservava e continuava a guardarsi intorno. Fu una visita molto emozionante».
Negli anni Sessanta, Napoli, la sua città, era una capitale delle avanguardie. Lei ha avuto esperienze artistiche con Andy Warhol, Acconci, Kosuth, Kounellis, Rauschenberg e tanti altri. Perché Napoli interessava e affascinava così tanto in quel periodo?
«Negli anni Sessanta, ma direi anche nel decennio successivo, Napoli accoglieva grazie al lavoro di straordinari galleristi, gli artisti più interessanti dell’arte contemporanea. Noi giovani napoletani ci sentivamo coinvolti e fortunati di essere parte di questa nuova visione dell’arte che ci coinvolgeva visivamente e fisicamente con performance, body-art, land-art ed arte concettuale. Un modo per comunicare con questi artisti e raccontare il loro lavoro, per me era la testimonianza fotografica che spesso poi si intrecciava con rapporti personali o lavori a quattro mani. Ho molto materiale qui con me in studio e a casa che racconta i miei rapporti di amicizia con tutti loro. Il lavoro con Vito Acconci ne è un esempio o i ritratti a colori fatti a Warhol».
Come inizia la sua storia con la fotografia?
«In verità la mia prima passione era disegnare. Da ragazzo quando mi era possibile frequentavo l’Accademia di Belle Arti, i corsi serali. Poi ho incontrato mia moglie Angela, mi sono sposato continuando quando potevo a dipingere. Un giorno ho ricevuto in regalo da un amico un ingranditore. Trascinato dalla curiosità verso questo nuovo mezzo, ho iniziato a sperimentare. Il resto è storia. Nella camera oscura è nato il mio amore per la fotografia che non è mai finito».
In una intervista lei ha detto di non aver mai fatto una bella fotografia. Cioè, di non essere mai stato interessato a una fotografia o a un’arte compiacente e indulgente ma ha sempre lavorato sempre su tematiche che la appassionavano e che sentiva come urgenti.
«Sì, è vero, non sono mai stato interessato a fare belle foto, compiacenti. I miei primi lavori denunciano il malessere che percepivo intorno a me: il lavoro minorile, gli ospedali psichiatrici, le carceri, le abitazioni fatiscenti, la distruzione del paesaggio. Per questo sono tornato tante volte a Gibellina, sentivo come mio il dolore di chi aveva perduto la casa, la stalla, il forno. Tutto quello che serviva per vivere».
Il festival
Fino al 30 settembre Gibellina Photoroad, festival di fotografia e arti visive, porta nel Belice il meglio della fotografia contemporanea