Denzel Washington. Indovina chi viene a cena
di Arianna FinosColonna portante e grande saggio della comunità afroamericana a Hollywood, sulla breccia da quasi cinquant’anni, mentore di una nuova generazione di attori, Denzel Washington affianca prodotti d’intrattenimento largo e cinema alto. In questo momento è ad Atlanta, Georgia: «Produco il mio terzo film tratto da August Wilson. Vorrei portare al cinema tutti i suoi lavori. Stiamo girando». Del grande drammaturgo afroamericano scomparso nel 2005, Washington ha già diretto e interpretato Barriere (Fences) e prodotto Ma Rainey’s black bottom con il compianto Chadwick Boseman. Ora The piano lesson, dramma familiare in cui lavorano i due figli di Washington, Malcolm alla regia, John David protagonista.
Nel frattempo il patriarca, 68 anni, ha girato The equalizer 3 — Senza tregua, diretto da Antoine Fuqua, dal 30 agosto in sala. È il terzo, ultimo capitolo dedicato all’ex assassino governativo che si è fatto vendicatore degli oppressi. Robert McCall ha trovato pace e una comunità in un paesino…
Colonna portante e grande saggio della comunità afroamericana a Hollywood, sulla breccia da quasi cinquant’anni, mentore di una nuova generazione di attori, Denzel Washington affianca prodotti d’intrattenimento largo e cinema alto. In questo momento è ad Atlanta, Georgia: «Produco il mio terzo film tratto da August Wilson. Vorrei portare al cinema tutti i suoi lavori. Stiamo girando». Del grande drammaturgo afroamericano scomparso nel 2005, Washington ha già diretto e interpretato Barriere (Fences) e prodotto Ma Rainey’s black bottom con il compianto Chadwick Boseman. Ora The piano lesson, dramma familiare in cui lavorano i due figli di Washington, Malcolm alla regia, John David protagonista.
Nel frattempo il patriarca, 68 anni, ha girato The equalizer 3 — Senza tregua, diretto da Antoine Fuqua, dal 30 agosto in sala. È il terzo, ultimo capitolo dedicato all’ex assassino governativo che si è fatto vendicatore degli oppressi. Robert McCall ha trovato pace e una comunità in un paesino del sud Italia, ma sarà costretto ad affrontare la mafia. L’intervista risale a prima dello sciopero degli attori di SAG-Aftra.
Perché ha voluto questo film?
«La verità? Sono in sintonia con il produttore, Todd Black, lo scrittore Richard Wenk, e il regista Antoine. Hanno messo insieme una buona idea e un buon copione, di loro mi fido. E poi c’era l’opportunità di venire in Italia per girare».
È un grande estimatore della costiera amalfitana.
“Sì. Il set era a soli 45 minuti di auto da Positano. Io e la mia famiglia veniamo in Italia da trent’anni, i miei figli ci hanno trascorso quasi tutte le estati. In genere sono in barca, stavolta invece ero a terra, avevo un appartamento che affacciava sul Mediterraneo, ogni giorno guardavo il sole sorgere, pedalavo lungo la costa. Atrani è una città minuscola e bellissima, persino il camerino era davanti alle onde, guardavo gli uccelli, il paesaggio, ascoltavo il vociare. Non so, forse sono stato italiano in un’altra vita».
C’è ancora spazio al cinema per eroi d’azione come quelli degli anni Ottanta e Novanta?
«Uno dei più grandi film dell’anno scorso è stato Top Gun. Penso che la gente voglia ancora tifare per l’eroe o l’eroina. Vai al cinema a divertirti, parteggiare per i buoni e fischiare i cattivi, mangiare popcorn. Ci sarà sempre spazio per questo, specie nel mondo in cui viviamo. Le persone vogliono evadere».
Il suo Equalizer è un personaggio immerso in un mondo violento. Quanto la violenza appartiene alla condizione umana?
«Non ci ho pensato nel profondo.
Ma so che la violenza ci appartiene fin dall’inizio dei tempi e che c’è chi vuole sfruttare o dominare altre persone e chi invece vuole difenderle, ottenere giustizia».
È cresciuto in un ambiente difficile, alcuni dei suoi vecchi amici hanno preso una strada criminale. Lei ha corso questo rischio?
«Non lo dirò mai. Non dirò mai di aver fatto ciò che hanno fatto i miei amici. Mettiamola così, semplicemente non mi hanno beccato».
The equalizer 3 - Senza tregua. Il sequel del film del 2018 The Equalizer 2-Senza perdono vede il protagonista Robert McCall (Denzel Washington) alle prese con la mafia. Photo by: Stefano Montesi
Quando ha deciso di cambiare?
«Il cambiamento non è un evento, è un processo, che ha i suoi tempi. Di certo dovermi mantenere da solo ha accelerato la cosa. Ho 68 anni, ho iniziato a recitare nel 1975, è stato un lungo viaggio».
Gli inizi sono stati duri.
«Eravamo tutti attori disoccupati, ogni ruolo era un progresso. Dopo il college non ho pensato: ora divento il nuovo Sidney Poitier. Cercavo solo di lavorare, pagare le bollette. A essere onesti mi interessava più avere una carriera come James Earl Jones, essere a Broadway, fare grandi opere teatrali, Shakespeare, e guadagnare 600 dollari a settimana. Non ho iniziato a lavorare nell’industria per fare l’attore cinematografico. Il mio primo amore è stato il teatro, non sapevo nulla di recitazione, non conoscevo nessuno. È stato come se Dio mi avesse scelto: ho scoperto a 28 anni che avevo questo tipo di capacità e mi sono ritrovato sulla strada giusta. Ma ho continuato ad andare all’ufficio di collocamento, anche quando avevo già recitato un ruolo importante in Il pollo si mangia con le mani. La gente mi fermava e mi diceva: “Ma tu non sei il tizio del film?” e io, sì, ma andate avanti nella fila, così posso avere i miei 25 dollari come tutti gli altri. Come dicevo, il cambiamento non è un evento, nemmeno il successo lo è».
Nello scorso anno sono scomparsi Sidney Poitier e Harry Belafonte, attivisti che hanno combattuto contro il razzismo. Oggi c’è più diversità nella scelta degli attori?
«Sidney era un caro amico. Andavo a casa sua, mi sedevo con lui e parlavo con lui, di qualsiasi cosa. Non era solo un mito ma un amico. Harry lo conoscevo meno ma lo ammiravo per il suo talento e il suo impegno. Quando ho iniziato non c’erano uomini neri di spicco. C’erano i migliori comici neri, ma Sydney Poitier è stato il primo protagonista afroamericano capace di trainare le folle. Oggi c’è più diversità, ci sono più opportunità per diverse razze e generi».
L’altro grande cambiamento riguarda il rapporto tra sala e piattaforme.
«Il business è cambiato. Lo streaming oggi ne è una parte importante. Tra le cose positive c’è la produzione dei film di August Wilson (The piano lesson batte bandiera Netflix, ndr). Quando ho prodotto Fences, con la grande Viola Davis, abbiamo guadagnato una certa somma, siamo andati bene. Ma poi siamo andati su Netflix, 200 milioni di abbonati, e c’è stata l’opportunità di far vedere il lavoro di August Wilson a molte più persone, che ne ignoravano l’esistenza. Per un film come The piano lesson la piattaforma è perfetta, per altri serve il grande schermo. C’è spazio per entrambi. Ci sarà sempre un momento in cui vorrai alzarti da quel divano su cui sei sdraiato in mutande e andare a condividere risate ed emozioni con gli altri, al buio di una sala».
Sta girando il film con i suoi figli Malcolm e John David, è stato mentore per Chadwick Boseman, Michael B. Jordan e tanti altri. Che rapporto ha con le nuove generazioni?
«Sono stato portavoce nazionale dei Boys & Girls Club of America per quattro decenni. Abbiamo incrementato in modo incredibile il numero di club. Lavorare con questa istituzione che fornisce sostegno ai giovani è il mio modo di contribuire, cercare di dare ai ragazzi prospettive. Io stesso ho imparato tanto in quei club. Sono sempre entusiasta di parlare con i giovani, imparare da loro, vedere cosa succede nelle loro teste, scoprire che non sono così negativi e cinici come alcuni di noi anziani pensano. La maggior parte di loro è ottimista riguardo futuro, perché loro ne hanno uno».