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Filippo Scòzzari. “Sono uno scorbutico”

Una mostra e la pubblicazione dell’opera integrale rendono giustizia a un artista geniale e spesso molto feroce
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I cinque di Cannibale, rivista irregolare e autoprodotta, hanno cambiato il volto del fumetto italiano, realizzando storie libere ed esagerate. In maniera diversa, dosando umorismo, ironia e energia, Andrea Pazienza, Massimo Mattioli e Tanino Liberatore sapevano come dare spettacolo con i loro fumetti, insieme a Tamburini che scriveva, impaginava e si divertiva a sperimentare. Senza dimenticare Vincenzo Sparagna, direttore responsabile irregolare (e come avrebbe potuto essere altrimenti, vista la ciurma?). Con segni artistici e parole empatiche loro entravano di prepotenza nel cuore dei lettori. Scòzzari è diverso. Tra tutti è il fumettista più scorbutico. Le sue tavole producono dissonanze, a volte suoni di graffi sulla lavagna, squilli di tromba lancinanti, miagolii improvvisi. Proprio in un numero di Cannibale raccontava in una pagina di un signore azzimato e ben vestito che vuole vendicarsi di Ernesto, suo convivente. Così aspetta l’estate, fa impazzire una cicala string…

I cinque di Cannibale, rivista irregolare e autoprodotta, hanno cambiato il volto del fumetto italiano, realizzando storie libere ed esagerate. In maniera diversa, dosando umorismo, ironia e energia, Andrea Pazienza, Massimo Mattioli e Tanino Liberatore sapevano come dare spettacolo con i loro fumetti, insieme a Tamburini che scriveva, impaginava e si divertiva a sperimentare. Senza dimenticare Vincenzo Sparagna, direttore responsabile irregolare (e come avrebbe potuto essere altrimenti, vista la ciurma?). Con segni artistici e parole empatiche loro entravano di prepotenza nel cuore dei lettori. Scòzzari è diverso. Tra tutti è il fumettista più scorbutico. Le sue tavole producono dissonanze, a volte suoni di graffi sulla lavagna, squilli di tromba lancinanti, miagolii improvvisi. Proprio in un numero di Cannibale raccontava in una pagina di un signore azzimato e ben vestito che vuole vendicarsi di Ernesto, suo convivente. Così aspetta l’estate, fa impazzire una cicala stringendola fra le dita prima di posargliela sull’orecchio (“o sulla fronte, non so”). Oppure basta leggere uno dei suoi libri formidabili compendio di ferocia ed ironia, in primis quel Prima pagare poi ricordare che racconta un pezzo di storia italiana da Re Nudo a Frigidaire e oltre ancora.

Scòzzari ama essere poco accomodante costringendo il lettore a superare le prime difficoltà, i primi scogli ispidi, per entrare nel suo mondo in cui non c’è traccia di intrattenimento né possibilità di immedesimazione, in un mondo dichiaratamente esagerato in cui dei personaggi sembra voler scovare l’anima estraendola dai corpi. Ha scritto Oscar Glioti, curatore della mostra “Scòzzari ride ancora”: «Immergersi nelle sue storie ardite, paradossali, oscene, significa, ogni volta, affondare nel fantastico scòzzarico, apparentemente lontano dal quotidiano ma che del quotidiano è deformazione iperrealista, dettata dall’odio, dono benedetto di un’infanzia strana durante la quale ha imparato esterrefatto che il normale, a poco a poco, deve suppurare in Disegno». La mostra è la prima grande personale di Scòzzari, che in effetti arriva un po’ tardi, ai suoi 76 anni. Voluto da Nicola Mattoscio, Presidente della Fondazione Pescarabruzzo durerà fino alla fine di ottobre nei locali del CLAP Museum di Pescara. Qui si espone in maniera permanente una collezione di disegni di Andrea Pazienza, in parte donati dal suo storico insegnante di liceo artistico Sandro Visca. Nelle altre sale, dopo la temporanea di Liberatore, ecco quella di Scòzzari, in un periodo importante per lui, visto che Coconino sta ripubblicando la sua opera pressoché completa in volumoni corposi e di grande formato.

Filippo Scòzzari davanti al suo autoritratto

 

Scòzzari, che impressione ti fa vedere (finalmente) le tue opere appese al muro?

«Con mio stupore ho notato che sono bravo. Il disegnatore che per lunghe settimane si ingobbisce al tavolo, si acceca sui fogli, litiga col pennello, non è che si renda sempre perfettamente conto di quello che sta combinando. Il risultato finale a volte può rivelarsi una sorpresa. Ma di fronte a una esposizione come questa s’innesta anche uno strano meccanismo, una sorta di raffreddamento, un allontanamento tra opera e autore e le tavole si rivelano per quel che sono: un fatto compiuto, echi di eroismi, trovate ed entusiasmi già consumati. A Pescara a volte mi sono ammirato, confesso, e mi sono posto costernato una domanda: perché non sono ricco? Poi sono rinsavito» .

Perché vuoi essere l’odiato Scòzzari?

«Perché narro mosso da un odio profondo nei confronti della boria del reale, nemico potentissimo. Non solo potentissimo: tignoso, gommoso, torpido. Se non strilli non ti ascoltano. Per questo mi sono regalato l’italiano puntuto, screanzato e bastardo che uso: il muro di gomma va perforato» .

Come rivedi oggi la collaborazione in “Frigidaire” con gli altri quattro di “Cannibale” più Sparagna?

«Lo straordinario di quella nostra comune avventura stava nel fatto che non potevamo essere più diversi l’uno dall’altro, vantando culture, griglie, visioni e pretese abbastanza divergenti. Ma al tempo stesso operavamo con identici affilatissimi bisturi; in ognuno di noi poi riconoscevamo (e approvavamo) le medesime passioni, scemenze, eccitazioni, pulsioni e disgusti che mettevamo su carta praticamente usando lo stesso dialetto, quel cannibal-frigiderese, piuttosto tribale ma subito afferrato dai tifosi, che altri tentarono velocemente di replicare, con risultati dimenticabili e di fatto dimenticati» .

Tante diversità e tante passioni comuni che hanno creato un’intesa particolare.

«Mi beccai a disegnare un aeroplano che Andrea aveva disegnato pressoché identico una settimana prima in un’altra città. Come lo spieghi? Sono cose che vengono, inutile interrogarsi, e già in quegli anni la chiamavo fratellanza. King l’avrebbe chiamata luccicanza, ma io sono più preciso. Da fratelli, quindi, decidemmo che l’esperienza di Cannibale aveva ormai un fiato troppo corto, troppo da conventicola, e aizzati dal propellente cultural-politico impostoci da Sparagna Giornalista scegliemmo il Pianeta come ribalta, ispiratore e campione. Scegliemmo le nuove spiagge di Frigidaire. Ora sì respiravo» .

La fine degli anni Settanta ha coinciso con la nascita del fumetto d’autore: c’erano l’underground francese di Moebius e “Metal Hurlant”, l’underground americano di Crumb, Moscoso, Williams. A tutto questo dovrete sicuramente qualcosa, no?

«È raro che le coincidenze siano ispiratrici di qualcosa o spieghino fenomeni ma sì, stavamo con le antenne ben ritte, a captare questo, questo e quest’altro. Troppa roba interessante in giro per il mondo, vietato essere distratti, obbligatorio divertirsi e studiare. Ma vedi, per limitarsi al proscenio italiano, secondo una piuttosto inesatta teoria propalata spesso da criticuzzi un-tanto-al-chilo, non fummo che il bel frutto del bellissimo Settantasette, errore prospettico oltre che storico. Per costruire un artista servono allenamenti, inquietudini, scoperte e stangate che si accavallano in un processo faticoso che dura anni e che porta prima o poi al famoso sbocciare» .

L'amorevole dedica a un fan

 

Oggi il politically correct non ti permetterebbe certe sconcezze dei tuoi fumetti.

«Certo. È verissimo. Non reggo i clubbini californioscemi che ora sventolano lo schwa come la nuova flag di una più compiuta freedom. Fuck off…» .

Hai mai sofferto la solitudine tipica del fumettista?

«L’autore di fumetti, altrimenti detto l’Autore, non è mai solo: sa di avere un fracco di amici. Ognuno peraltro è solo quando sgobba: il minatore, il chirurgo, lo studente, la moglie… Frasi fatte, capisci a me» .

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